Veneto, l’allarme dal Vicentino: trovati valori di Pfas 10 volte superiori al consentito nelle uova
Una settimana fa, durante un convegno a Vicenza, Marzia Albiero, esponente della Rete Pfas Zero, aveva esposto pubblicamente un caso eclatante di inquinamento di alimenti. Nelle uova prelevate in un pollaio della zona di Vicenza, è stata trovata una concentrazione abnorme delle sostanze perfluoroalchiliche che hanno originato la più grave adulterazione di acque accertata in Italia negli ultimi decenni e che ha avuto come epicentro l’azienda Miteni di Trissino. La concentrazione è di 13.600 nanogrammi/chilo per la somma di quattro Pfas (Pfos, Pfoa, Pfna e Pfhs) che, in base a un regolamento dell’Unione Europea, non dovrebbero superare i 1.700 nanogrammi/kg. Il convegno era presieduto da Massimiliano Zaramella, che non solo è presidente del consiglio comunale del capoluogo berico, ma è anche un medico, attento ai fenomeni di danni ambientali e alla salute. Zaramella non ha lasciato che la denuncia restasse lettera morta e ha inviato una pec non solo alle autorità amministrative e sanitarie del Veneto per segnalare il caso, ma anche ai carabinieri del Noe.
Adesso le autorità non potranno dire di non sapere, visto che i destinatari sono il sindaco di Vicenza, l’assessore comunale all’ambiente di Vicenza, il Dipartimento Prevenzione Ulss 8 Berica, la Direzione Prevenzione, sicurezza alimentare e veterinaria della Regione Veneto, Arpa Veneto, Arpav Vicenza, la Prefettura di Vicenza, oltre al Nucleo Operativo Ecologico Carabinieri di Venezia e Treviso. Le analisi sulle uova sono state effettuate dopo un prelievo in un pollaio privato in località Carpaneda, a ovest di Vicenza. La Rete precisa: “Le uova provengono dall’allevamento di una famiglia molto attenta e da anni in prima linea nel movimento No Pfas, che ha sempre alimentato le proprie galline con acqua di acquedotto e scarti di cibo selezionati, provenienti dalla propria cucina. Nella stessa cascina di Carpaneda esistono da diversi anni due orti sperimentali monitorati dall’Università degli Studi di Padova (Agripolis a Legnaro)”. Sottintesa rimane la domanda su che cosa accada negli allevamenti che prelevano l’acqua dalle falde inquinate.
Le analisi risalgono al 2024, ma sono sufficienti per dimostrare la gravità del problema, che viene sottovalutato per quanto riguarda la presenza di Pfas negli ortaggi e nei prodotti dell’agricoltura e della zootecnia. “È emerso da precedenti monitoraggi come le uova siano uno degli alimenti, dopo il pesce, con la maggiore concentrazione di Pfas – aggiunge Rete Pfas Zero – Ad oggi non risultano ancora disponibili i dati relativi ai piani di monitoraggio degli alimenti animali e vegetali della Regione Veneto. Per questo abbiamo ritenuto opportuno presentare al dottor Zaramella i dati in occasione di un convegno sulla ‘cultura dell’Acqua’ a Vicenza nell’era dei Pfas e nel post-Miteni”.
L’analisi degli alimenti da parte delle strutture sanitarie e regionali è uno dei temi più allarmanti sul fronte dei Pfas, che si stanno rilevando un pericolo per la salute collettiva, non solo nelle aree delle province di Vicenza, Verona e Padova interessate dall’inquinamento della Miteni. Nel 2021 per ottenere dalla Regione Veneto i risultati degli accertamenti riferiti alle zone più compromesse, le Mamme No Pfas e Greenpeace avevano dovuto rivolgersi al Tar, vista l’opposizione delle strutture regionali. “Sollecitiamo enti ed istituzioni a mettere in atto quanto prima azioni per mitigare i danni alla salute della popolazione e alla categoria dei produttori, categoria che potrebbe andare incontro ad importanti ripercussioni economiche. Sussistono precisi obblighi normativi derivanti da Regolamento e raccomandazioni Ue sul monitoraggio degli alimenti e la pianificazione e rendicontazione degli esiti dei controlli. Serve un intervento urgente ed effettivo a tutela della salute pubblica e a supporto concreto degli agricoltori colpiti, categoria alla quale esprimiamo la nostra piena solidarietà”.