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Daniela Santanchè, chiuse le indagini per bancarotta, falso in bilancio e truffa allo Stato

La Procura contesta alla senatrice di Fratelli d’Italia e ad altre 15 persone, tra cui la sorella e l’ex compagno, ipotesi legate ai fallimenti di Ki Group, Bioera e Umbria srl
Daniela Santanchè, chiuse le indagini per bancarotta, falso in bilancio e truffa allo Stato
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Nuovo fronte giudiziario per l’ex ministra del Turismo Daniela Santanchè. La Procura di Milano ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini all’ex ministra del Turismo e senatrice di Fratelli d’Italia, a 15 persone e a una società, nell’ambito dell’inchiesta sui dissesti di Ki Group Holding, Ki Group Srl, Bioera e Umbria Srl. L’atto, firmato dai pm Luigi Luzi e Guido Schininà, rappresenta il passaggio che precede un’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.

Per Santanchè si tratta del terzo procedimento giudiziario aperto a suo carico, dopo il processo già in corso sul caso Visibilia e l’udienza preliminare relativa alla presunta truffa ai danni dell’Inps per la cassa integrazione Covid. Quello appena chiuso dagli inquirenti si presenta però come il fascicolo più articolato e, per l’entità delle contestazioni, anche il più pesante.

I magistrati contestano all’ex ministra, a vario titolo, il concorso nelle bancarotte di tre società nelle quali avrebbe ricoperto incarichi di amministratrice – Ki Group Holding, Ki Group Srl e Bioera – oltre alle ipotesi di falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato. Tra gli altri indagati figurano la sorella Fiorella Garnero, l’ex compagno Giovanni Canio Mazzaro, oltre ad altri amministratori e sindaci delle società coinvolte, tra cui Davide Mantegazza e Antonino Schemoz.

Uno dei capitoli principali dell’inchiesta riguarda Ki Group Holding, società quotata in Borsa e dichiarata fallita nel giugno 2025. La Procura contesta l’operazione con cui venne costituita la nuova Ki Group Srl attraverso il conferimento di un ramo d’azienda che, secondo gli inquirenti, avrebbe lasciato la holding come una “scatola vuota“. Al centro delle accuse c’è una valutazione ritenuta artificiosamente gonfiata di circa 8 milioni di euro: alla nuova società sarebbero stati trasferiti 16 milioni di passività a fronte di soli 11 milioni di attivo.

Sempre per Ki Group Holding viene contestato il mancato pagamento di debiti erariali per circa 3,3 milioni di euro, pari a quasi un terzo del passivo complessivo di circa 10 milioni con cui la società è poi fallita. Gli inquirenti contestano inoltre la distribuzione di dividendi ritenuti inesistenti: 4 milioni di euro nel 2015 e altri 1,4 milioni nel 2016, nonostante, secondo l’accusa, non vi fossero utili distribuibili.

Nel fascicolo compaiono anche due finanziamenti concessi da Banca Progetto nel febbraio 2020: uno da 400mila euro e un secondo da 2 milioni di euro, quest’ultimo garantito all’80% dal Fondo centrale di garanzia. Secondo la Procura, i prestiti erano stati richiesti per finanziare campagne di marketing, ma sarebbero stati utilizzati per trasferire risorse ad altre società del gruppo, in modo difforme rispetto alle finalità dichiarate.

Per quanto riguarda Ki Group Srl, fallita nel dicembre 2023 con un passivo di circa 2 milioni di euro, gli inquirenti contestano un falso in bilancio relativo agli esercizi 2019 e 2020. Al centro dell’accusa vi è l’iscrizione di un avviamento da circa 10 milioni di euro che, secondo la Procura, avrebbe dovuto essere integralmente svalutato. Viene inoltre contestato un aumento di capitale ritenuto fittizio, realizzato attraverso un giro di fondi tra società dello stesso gruppo.

Nel mirino dei magistrati sono finiti anche due pagamenti per presunte consulenze alla società Servizi Societari Sas, riconducibile a Giovanni Canio Mazzaro. Secondo l’accusa si tratterebbe di consulenze mai realmente svolte, per importi pari a 122 mila e 137 mila euro, erogati nel marzo 2021.

Tra le contestazioni figura anche una presunta truffa aggravata ai danni dello Stato. Secondo la Procura, nel marzo 2021 sarebbe stato ottenuto da Invitalia un finanziamento agevolato da 2,7 milioni di euro, insieme a un credito d’imposta di 600 mila euro, attraverso dichiarazioni ritenute false sui requisiti richiesti dalla normativa. In particolare, gli inquirenti contestano che sarebbe stato attestato falsamente sia il mancato rilievo da parte della società di revisione sia l’assenza di contenziosi fiscali e contributivi che, invece, sarebbero stati già pendenti.

Il terzo filone riguarda Bioera, dichiarata fallita nel dicembre 2024. Oltre a presunte distrazioni di risorse verso società collegate, la Procura contesta compensi agli amministratori ritenuti sproporzionati, per un totale di circa 2,1 milioni di euro tra il 2018 e il 2023, nonostante la società presentasse già dal 2019 un patrimonio netto negativo.

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