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Procura antimafia, ribaltone al Csm: la destra affossa Ardita come vice-Melillo. “Sulla nomina pressioni ad ogni livello”

Il procuratore aggiunto di Catania battuto con tre voti di scarto da Franca Imbergamo, che in un primo momento era stata esclusa. La denuncia in plenum: "Pirateria per piegare le regole"
Procura antimafia, ribaltone al Csm: la destra affossa Ardita come vice-Melillo. “Sulla nomina pressioni ad ogni livello”
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Ribaltone riuscito e “pericolo” scampato. Sebastiano Ardita non sarà il nuovo procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia, cioè il “vice” di Gianni Melillo alla super-procura voluta da Giovanni Falcone. Dopo un’ora e mezza di intenso dibattito, il Consiglio superiore della magistratura ha bocciato la candidatura dell’attuale procuratore aggiunto di Catania, preferendogli con tre voti di scarto Franca Imbergamo, sostituta alla Dna, rientrata in corsa dopo un’iniziale esclusione. Si chiude così una partita delicatissima per gli equilibri interni alla magistratura antimafia, in cui ha giocato un ruolo centrale la “discesa in campo” di Melillo, esplicitamente contrario alla nomina di Ardita. Una dinamica che Andrea Mirenda, togato indipendente del Csm, ha condannato con parole di fuoco: “Non può sfuggire la durissima battaglia politica sottesa a questa pratica, e ci dovremmo interrogare sulle mire che l’hanno ispirata. Ci si è mossi con pressioni ad ogni livello, alcune formalizzate e altre sottotraccia”, ha denunciato nel suo intervento, facendo riferimento a “cordate esogene e gruppi di pressione” nell’ambito di una “pirateria normativa che piega le regole ai desideri di turno“. Mentre Nino Di Matteo, pm del processo sulla trattativa Stato-mafia e attualmente in servizio alla Dna, si dice “molto preoccupato” dalla vicenda: “Da uomo delle istituzioni e da ex componente del Csm continuo a pensare che chi è venuto a conoscenza di indebite pressioni esterne sull’attività del Consiglio avrebbe il dovere di denunciarle apertamente, specificandone gli autori e le modalità”.

Ma a cosa si riferiscono questi duri j’accuse? Per capirlo serve ripercorrere la tormentata storia della nomina, su cui il Fatto ha acceso i riflettori nelle scorse settimane. In un primo momento infatti la Quinta Commissione del Csm (competente sugli incarichi direttivi) aveva escluso Imbergamo dalla rosa dei papabili, proponendo al plenum (l’organo al completo) due candidature alternative: quella di Ardita, che aveva ottenuto tre voti, e quella dell’ex procuratore aggiunto di Milano Eugenio Fusco, fermo a un voto, con due consiglieri astenuti. In modo abbastanza irrituale, Melillo aveva espresso chiaramente la sua preferenza per Fusco, chiedendo di essere audito dalla commissione e indicando la necessità di un profilo esperto in cybercrime e reati economici: sulla carta però la prevalenza di Ardita sembrava quasi inevitabile, grazie alla sua esperienza assai superiore nelle materie di competenza della Dna, nonché agli incarichi da direttore generale del Dap (il Dipartimento carceri del ministero della Giustizia) e da membro del Csm. Il giorno del voto in plenum, però, ecco il colpo di scena: i consiglieri anti-Ardita chiedono e ottengono di azzerare la procedura, sostenendo che una recente sentenza del Consiglio di Stato abbia interpretato le regole in modo da rendere obbligata la nomina di Imbergamo (che ha un’esperienza antimafia superiore di oltre sei anni rispetto al collega, requisito indicato come “selettivo” dalla normativa in materia). La pratica quindi torna in commissione, dove gli astenuti del primo giro convergono sulla nuova candidata (del tutto priva di esperienza in ambito cybercrime) che viene quindi proposta alla pari con Ardita, con tre voti contro tre.

Il ribaltone si completa nella seduta di mercoledì, in cui Imbergamo prevale con 13 voti contro i 10 di Ardita. A esprimersi per lei i togati progressisti di Area, la corrente di riferimento di Melillo, più i “moderati” di Unità per la Costituzione (UniCost), l’indipendente Roberto Fontana e Mimma Miele di Magistratura democratica. Decisive per affossare il pm catanese, però, sono le defezioni nella “destra” del Consiglio, che in teoria avrebbe dovuto sostenerlo: tra i laici lo votano solo i “meloniani” Felice Giuffrè e Daniele Porena e il pentastellato Michele Papa, mentre Daniela Bianchini (FdI) e Claudia Eccher (Lega) si astengono insieme ad altri quattro consiglieri. Non partecipano al voto invece Isabella Bertolini, ex deputata berlusconiana eletta in quota Fratelli d’Italia, e Bernadette Nicotra del gruppo conservatore di Magistratura indipendente, che per il resto invece vota Ardita. Insomma, le “pressioni” per evitare una nomina sgradita forse non hanno attecchito solo a sinistra. E in questo senso molto eloquente è il laico di FdI Giuffrè, catanese come Ardita: “Autonomia e indipendenza devono essere tutelate non solo da influenze esterne, ma anche interne“, afferma nel suo intervento scagliandosi contro “la concezione proprietaria delle istituzioni” da parte del procuratore nazionale antimafia. Esplicito anche Eligio Paolini di Magistratura indipendente: “Da pratica finalizzata a trovare il candidato migliore, è diventata una pratica finalizzata a evitare che il candidato Ardita prevalga”. Missione compiuta.

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