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C’era una volta la Sicilia di Federico II. Ora ci trattano come una discarica

Se non riusciamo ad avere un autobus puntuale o l'acqua dal rubinetto, è inutile parlare di corridoi ferroviari fino a Helsinki
C’era una volta la Sicilia di Federico II. Ora ci trattano come una discarica
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di Gaetano Failla

Nel 1200, l’imperatore Federico II fece della Sicilia il motore culturale ed economico d’Europa. Con le Costituzioni di Melfi si rispettavano le leggi, la Scuola Poetica inventava la lingua italiana, mentre l’agricoltura, la pesca e il commercio rendevano l’isola il centro del Mediterraneo. Soprattutto, la manutenzione continua delle infrastrutture non faceva mai mancare il lavoro vero. Oggi, otto secoli dopo, quelle attività sarebbero ancora possibili. Basterebbe cancellare le parole vuote dei politici e sostituirle con i fatti. Invece, la Sicilia viene trattata come una discarica, simile a certe zone dell’Africa, dove si brucia la vita delle persone nell’indifferenza generale, mentre i potenti della terra si omaggiano con armi e proiettili d’oro sotto il tavolo, come cowboy che giocano a poker nel Far West.

I numeri dell’inganno sono scritti sui nostri territori. Per portare venti treni ibridi “Blues” e adeguare l’infrastruttura sono stati spesi 300 milioni di euro dei cittadini. Eppure, molti di questi convogli restano fermi nei depositi perché le nostre linee secondarie sono obsolete e a binario unico. A Palermo, per raggiungere le stazioni, sono arrivati i bus elettrici dell’AMAT finanziati dal Pnrr per oltre 35 milioni. Ma per mesi sono rimasti spenti: i bus erano stati comprati, ma nessuno aveva installato le colonnine di ricarica. Intanto, le assunzioni degli autisti procedono a passo di lumaca, tra concorsi infiniti che illudono i nostri giovani disoccupati.

Chi prova a muoversi per l’isola si scontra con le autostrade Palermo-Catania e Palermo-Messina, ridotte a gimcane eterne tra deviazioni e viadotti pericolanti. Nelle code chilometriche sotto il sole, gli automobilisti aspettano invano che qualcuno distribuisca un goccio d’acqua. E l’acquisto manca pure nelle case: la dispersione idrica in Sicilia supera il 51%. Più della metà dell’acqua si perde sottoterra per colpa di tubature coloniche mai riparate, con picchi drammatici a Messina, Siracusa e Agrigento, dove il razionamento è la norma. Nelle isole minori come Lipari, persino in inverno, i dissalatori si guastano e lo Stato spende milioni per far viaggiare le navi cisterna, lasciando marcire al sole vecchi impianti solari mai messi in funzione. Nel frattempo, i miliardi del Pnrr faticano a diventare cantieri idrici utili, mentre l’attenzione si concentra sul Ponte sullo Stretto, i cui guadagni industriali finiranno nelle casse delle grandi aziende del Nord.

La natura, però, si ribella all’arroganza degli uomini. Questa terra ferita da cicloni, frane storiche come quella di Niscemi e dalla sismicità dello Stretto, mostra ogni giorno la fragilità dei progetti umani. Perfino la supertecnologia militare di Sigonella, simbolo della potenza geopolitica, viene puntualmente silenziata e messa in ginocchio da un semplice “pizzico” di cenere dell’Etna, che blocca i voli e ferma i droni. È la dimostrazione che un capovolgimento del pianeta, tra Polo Nord e Polo Sud, chiuderebbe ogni discussione per tutti, sia per i belli che per i brutti.

Agli anziani rimasti nei paesi interni a vendere le case a 1 euro, ai disoccupati ingannati e alle contadine che si dividono tra i campi e la casa, non resta che votarsi a Santa Rosalia a Palermo e a Sant’Agata a Catania. Se non riusciamo ad avere un autobus puntuale o l’acqua dal rubinetto, è inutile parlare di corridoi ferroviari fino a Helsinki. È tempo di fermare i mercanti di armi e i burocrati, per far rifiorire l’odore antico della zagara.

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