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L’arcivescovo di Napoli scrive ‘ai potenti’ dopo la pistola in regalo. Ma, senza nomi, è una lettera non scritta

A forza di scrivere erga omnes e mai ad alcuno in particolare, si rischia l’inflazione. Nessuno la verrà a cercare per dirle di non fare il "birichino"
L’arcivescovo di Napoli scrive ‘ai potenti’ dopo la pistola in regalo. Ma, senza nomi, è una lettera non scritta
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All’incontro della Nato ad Ankara, la Presidente del Consiglio dei ministri italiano, anche lei ha ricevuto in dono un revolver Gumusay calibro 357 Magnum con il suo nome inciso (in caso di smarrimento nelle feste di Capodanno), che viaggia a 400 n/s (in 2 sec. e ¼ fa un km), “provoca lesioni gravissime, danni strutturali, quasi sempre letale se colpisce organi vitali o grossi vasi sanguigni”. Il giorno dopo, la festa si è conclusa a Napoli, da dove il card. Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, ha scritto una lettera aperta ‘ai potenti della terra’, dicendo cose importanti, ma ovvie, serie ma generiche. Nel testo, infatti, non c’è un solo nome, nemmeno per sbaglio. Neppure quello che era lì su un piatto di bronzo: il nome di Giorgia Meloni che ha accettato il regalo. A chi le ha fatto notare che alcuni Capi di Stato hanno garbatamente rifiutato, ha risposto che “lei rispetta il protocollo”.

Se in una lettera non c’è almeno un destinatario con indirizzo completo, non arriverà, perché è come se non fosse mai partita. Mi sono chiesto se don Mimmo non stia perdendo smalto e realtà. Una lettera aperta (sul sito della Diocesi), ma senza nome e cognome e C.F. ‘ai Potenti’ è una lettera non scritta, mai partita. Don Mimmo lei è vescovo alla mano, nonostante sia cardinale di Santa Romana Chiesa. Lo deduco da quello zucchetto rosso in testa, che lo segue ovunque e l’obbliga a essere prudente. È il metodo clericale, vecchio di 1500 anni (non siamo forse nel 750° anniversario del concilio di Nicea?). I vescovi parlano per tutti, in generale, senza mai rivolgersi ad alcuno in carne e ossa, così, svicolando, tutti possono dire, “non era indirizzata a me”. Come la mettiamo, caro don Mimmo, con quell’obbligo morale: “Il vostro parlare sia sì, sì; no, no?”. Lei mi sta simpatico e, mi creda, sono felice per Napoli, ma ho il timore che lei sia diventato parente della Madonna di Medjugorie, trasformata, secondo il dissacrante papa Francesco in una postina, a tempo pieno per oltre 40 anni con lettere e messaggi su messaggi, sempre gli stessi, per altro.

A forza di scrivere lettere erga omnes e mai ad alcuno in particolare, si rischia l’inflazione. Nessuno la verrà a cercare per dirle di non fare il “birichino”, ma, Santo Iddio, a rispettare il protocollo (come si addice ai principi della Chiesa), finiamo per ricevere gli stessi ‘potenti’, smarrendo davanti a loro le parole e la Parola, senza riuscire a spiccicare una sillaba. Si guardi attorno: è pieno di vescovi e cardinali paludati “come cavalli in fiera” (parole autentiche di Sant’Antonio da Padova, nel sec. XIII, non è farina del mio sacco, lo giuro!) davanti ai quali siamo riverenti e plaudenti.

Le faccio un esempio: se lei prendesse tutti discorsi del card. Angelo Bagnasco, mio ex, di tutti i dieci anni che fu presidente della Cei (7 marzo 2007 – 24 maggio 2017), anni di fuoco e di vergogna, di assenza etica e degrado politico e civile per la presenza oscena di Silvio Berlusconi al governo, lei non troverà citato mai una volta, una volta sola, costui e le sue porcherie, ma troverà le foto ricordo di loro due e altri derelitti, sorridenti insieme, l’11 febbraio di ogni santissimo anno per celebrare i Patti Lateranensi, i Patti fascistissimi. A me, che gli chiesi conto dell’abisso della desolazione, rispose: “Io mi devo rapportare con spirito istituzionale; cosa avresti voluto che lo nominassi esplicitamente?”. “Sì – risposi – anche con Cap e Codice fiscale. Sorrise e non aggiunse altro in omaggio alla prudenza di S. Em.za il Protocollo”.

Caro don Mimmo, la prego, ci risparmi sofferenze inutili e, se può, ma non è obbliato, si levi quella papalina rossa, almeno quando va in strada, perché a lei, uomo verace, non si addice una coppola di 600 anni fa, buona per i musei vaticani per fare meditare sulle pompose vanità cardinalizie del mondo: “Che cosa dirò degli effeminati prelati del nostro tempo, che si agghindano come donne destinate alle nozze, si rivestono di pelli varie, e le cui intemperanze si consumano in lettighe variopinte, in bardature e sproni di cavalli, che rosseggiano del sangue di Cristo?” (Sant’Antonio da Padova, Sermone nel giorno dell’Annunciazione, 3,14 in Id, I Sermoni, EMP, Padova 1996, ad l.). Nel XIII secolo lo affermava, pubblicamente durante l’Eucaristia, il Santo di Padova (1190/95-1231), non noi, oggi, che giochiamo alle democrature e, infatti, non siamo capaci di tanta trasparenza, timorosi e paurosi e protocollari come siamo.

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