Per il caso “30 secondi” condanna in appello per l’ex sindacalista che abusò di una hostess. “Subita una violenza nella violenza”
Dopo due assoluzioni, necessarie polemiche e un lungo iter giudiziario culminato con l’intervento della Cassazione, arriva una sentenza di condanna nel processo per violenza sessuale a carico dell’ex sindacalista della Cisl che, all’epoca dei fatti, lavorava all’aeroporto di Malpensa. Il caso dei “30 secondi” che era il tempo quantificato nell’abuso subito da una donna. La Corte d’Appello di Milano, chiamata a celebrare il processo d’appello bis disposto dai giudici di legittimità, ha condannato il 48enne a un anno e due mesi.
Il caso
Il procedimento nasce dalla denuncia presentata da una hostess che nel marzo del 2018 raccontò di aver subito abusi durante un incontro con il sindacalista, al quale si era rivolta per ricevere assistenza in una vertenza di lavoro. La vicenda era diventata uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi anni, soprattutto dopo le motivazioni con cui l’uomo era stato assolto sia in primo grado sia in appello in cui si sosteneva che 20-30 secondi erano un tempo sufficiente a interrompere l’abuso.
La sentenza contestata
Secondo la Corte d’Appello di Milano, nella sentenza pronunciata nel giugno 2024, la condotta contestata non aveva posto la donna in una situazione di “assoluta impossibilità” di sottrarsi agli abusi. I giudici avevano infatti osservato che l’episodio si sarebbe protratto per una finestra temporale di “20-30 secondi”, un arco di tempo che, a loro giudizio, avrebbe consentito alla presunta vittima “anche di potersi dileguare”. Quelle motivazioni suscitarono forti polemiche nel mondo politico, giuridico e tra le associazioni che si occupano della tutela delle donne vittime di violenza, riaprendo il dibattito sul consenso e sui criteri di valutazione delle condotte nei procedimenti per violenza sessuale.
Il ricorso
Contro la sentenza di assoluzione presentarono ricorso sia la Procura generale di Milano sia la parte civile. Nel febbraio 2025 la III sezione penale della Suprema corte accolse le richieste del sostituto procuratore generale Fulvio Baldi, annullando il verdetto assolutorio e disponendo un nuovo giudizio davanti a una diversa sezione della Corte d’Appello di Milano. I giudici di legittimità ritennero necessario un nuovo esame della vicenda, aprendo così la strada al processo d’appello bis che si è concluso oggi con la condanna dell’ex sindacalista.
All’epoca della decisione della Cassazione, la vittima aveva accolto con soddisfazione il rinvio del processo. “La giustizia si è fatta attendere ma ne è valsa la pena. Sono contenta, non me lo aspettavo. In questo modo è stata fatta giustizia”, aveva dichiarato, ringraziando le testimoni, la sua legale Teresa Manenti e l’associazione Differenza Donna per il sostegno ricevuto durante il lungo percorso processuale.
Il commento
“Non posso dire di essere felice, ma c’è sollievo. Non è passato giorno in questi otto anni in cui il mio cervello sia stato libero da questi pensieri. La speranza è che quella di oggi sia la puntata finale di questa storia e che io e la mia famiglia finalmente possiamo mettere un punto” dice la donna.
La sua – racconta, parlando con i giornalisti al termine dell’udienza attraverso il telefono del suo legale, Gionata Bonuccelli – “è stata una violenza nella violenza“. La lavoratrice si era rivolta al 48enne per chiedere aiuto per una presunta discriminazione sul posto di lavoro. “Alla violenza di tipo lavorativo purtroppo in Italia noi lavoratrici, soprattutto se madri, ci siamo un po’ assuefatte e rassegnate. Ed è stato in questo panorama già poco roseo della mia vita che è arrivato lui e si è approfittato della mia sofferenza”.
Oltre al lungo iter giudiziario, con due assoluzioni per il sindacalista in primo e secondo grado, la donna ha anche dovuto cambiare lavoro: oggi non è più assistente di volo e lavora come insegnante.