Sanità, istruzione e un nuovo patto per il lavoro: le proposte concrete per un vero programma progressista (di Giovanni Dosi)
[Pubblichiamo l’intervento di Giovanni Dosi, uno dei più eminenti economisti ed esperti di economia dell’innovazione italiani. È Professore Emerito di Politica Economica presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dove ha a lungo coordinato l’Istituto di Economia.]
Questo intervento è motivato, prima ancora delle competenze professionali, da un profondo disagio come cittadino progressista di fronte allo scenario quotidiano della discussione politica. Mentre la gente non arriva alla fine del mese, i prezzi aumentano, e nel mondo vicino a noi i massacri continuano impuniti, i nostri politici, nella loro bolla onirica, discutono di leggi elettorali, ampiezza dell’angolo di prostrazione a Trump, primarie sì o no e “papesse straniere”, ed alcuni addirittura farneticano su organigrammi di un governo che non faranno mai.
Di fronte a questo patetico scenario, queste note sono per suggerire alcune modeste proposte per un programma progressista. Ci sono alcuni punti, che ricorderò alla fine, sui quali non si è e plausibilmente non ci si potrà mettere d’accordo. Alcuni altri però sono o dovrebbero essere qualificanti di un programma progressista e appunto definire i confini tra chi ci sta e chi no. E non possono essere tanti: un programma di 150 pagine può servire al posto delle pillole per addormentarsi, ma non per vincere le elezioni…
Un patto per il lavoro
Sappiamo tutti della caduta dei salari reali, dell’aumento della quota dei profitti e delle rendite sul prodotto nazionale. È tempo di rimettere il lavoro, la sua dignità e la sua remunerazione al centro della politica economica. Per farlo, non è sufficiente una singola misura ma un insieme organico di provvedimenti: salario minimo, riconoscimento della validità dei contratti delle maggiori organizzazioni sindacali erga omnes, adeguamento automatico al costo della vita dei contratti scaduti, responsabilità integrali delle ditte appaltanti sulle condizioni salariali, normative e di sicurezza dei subappaltatori, limiti stringenti alle condizioni di lavoro interinale e a tempo determinato, trasformazione delle finte “partite IVA” in rapporti di lavoro dipendente, quali effettivamente sono, regolamentazione delle condizioni di licenziamento, non importa se remunerato, inasprimento delle sanzioni penali per il caporalato ed eliminazione dei privilegi di tutte le “cooperative” che non sono veramente tali, intervento pubblico diretto in tutti i casi di “crisi aziendali” giustificate semplicemente dalla ricerca dei massimi profitti a livello internazionale (es. ex-ILVA, Electrolux, Ariston, GKN, Stellantis…).
La sanità pubblica e gratuita è un diritto di tutti
La sanità pubblica e gratuita è un diritto di tutti. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario raggiungere i livelli di spesa, in proporzione al Pil, dei maggiori paesi europei, e per cominciare non rimanere sotto la media di tutti i paesi Ue. Questo per aumentare significativamente numero e remunerazioni di medici ed infermieri nel sistema pubblico. Assieme è necessario eliminare le condizioni di molti di loro di precariato a vita. Infine occorre monitorare strettamente le regioni sulle condizioni alle quali le risorse vengono allocate ed, in caso, intervenire anche coercitivamente.
L’istruzione, pubblica e gratuita, dall’asilo nido all’università, è un diritto di tutti
L’istruzione, pubblica e gratuita, dall’asilo nido all’università, è un diritto di tutti. È molto simile alle condizioni della sanità pubblica. Di nuovo, è necessario raggiungere i livelli di spesa, in proporzione al PIL, dei maggiori paesi europei, e per cominciare non rimanere sotto la media di tutti i paesi Ue. Il precariato è endemico e va eliminato, garantendo condizioni di lavoro dignitose e remunerazioni che almeno non facciano fuggire i nostri giovani più istruiti e competenti all’estero.
È inutile parlare di demografia e denatalità, quando il numero di asili nido pubblici copre solo una piccola frazione del già piccolo numero di bambini nati in Italia. Le scuole di ogni ordine e grado devono tornare ad essere luoghi di formazione scientifica, culturale e civile invece che assomigliare sempre più all’antico “avviamento professionale” preparatorio al lavoro nelle imprese. Le università e le istituzioni di ricerca pubbliche sono state per almeno due secoli in tutto l’Occidente la “gallina che fa le uova d’oro”, in termini di scoperte, innovazioni, competenze scientifiche e tecnologiche. Questo ruolo va riscoperto e sostenuto. L’Italia è l’unico paese europeo che non ha una Agenzia della Ricerca, indipendente dalla politica, che finanzi con continuità progetti di ricerca “motivati dalla curiosità scientifica”, senza dirette applicazioni tecnologiche. Va istituita con sufficienti dotazioni di risorse pluriennali.
Affrontare l’emergenza climatica ed ambientale non è un lusso ma una urgenza assoluta
Affrontare l’emergenza climatica ed ambientale non è un lusso ma una urgenza assoluta. La crisi climatica sta forse raggiungendo il punto di non ritorno. Gli aumenti delle temperature hanno effetti drammatici sulle condizioni di vita e sulla salute. Eventi climatici estremi stanno aumentando rapidamente. Ed anche indipendentemente da questa crisi, la dipendenza dalle fonti fossili si traduce nella fragilità della nostra economia di fronte a distruzioni dell’offerta, sia provocate da altri come la recente chiusura dello stretto di Hormuz, sia masochisticamente auto-inflitte, come il boicottaggio del gas russo. È necessario supportare massicciamente la transizione al solare ed all’eolico – come per esempio ha fatto la Spagna –. E con in mente per il più lungo periodo ambiziosi progetti sull’idrogeno verde, inevitabilmente almeno in parte pubblici, che ci permetteranno di sostituire le fonti fossili anche dove la transizione diretta all’elettricità appare difficilmente fattibile (come per esempio i trasporti aerei e navali, la produzione di acciaio, ecc.).
La risposta all’emergenza ambientale, però, va ben al di là della sostituzione delle fonti energetiche fossili. Richiede invece quello che potremmo chiamare un New Deal verde, che includa ad esempio stretti limiti all’aumento della cementificazione del territorio, il rifacimento della rete idrica e la pulizia degli invasi fino alla bonifica delle terre impregnate da sostanze tossiche.
Guerra e pace
Stiamo assistendo indifferenti ad un paese, Israele, che sta perpetrando un genocidio, massacri di massa e una sistematica pulizia etnica. È imprescindibile per chiunque abbia un minimo senso della dignità e dei diritti umani interrompere ogni relazione militare ed anche economica e sottoporre questo paese a sanzioni stringenti, anche più restrittive di quelle a cui tutto l’Occidente civile aveva sottoposto il Sud Africa dell’apartheid. L’Italia non è in guerra con nessuno e non è minacciata da nessuno. Un aumento delle spese militari al 5% del Pil è una pura follia, che può essere spiegata solo da una sudditanza servile ad interessi stranieri. Già rimanere attorno al 2%, come sta facendo la Spagna, basta e avanza. Sarebbe necessaria anche una presa di posizione molto più forte anche sulla guerra russo-ucraina, ma questo è uno dei punti, a mio modo di vedere, sui quali bisogna “accordarsi di essere in disaccordo”, altrimenti il programma comune non si fa (vedi sotto).
Un nuovo patto fiscale tra Stato e cittadini
I punti programmatici sopra costano. Certo, la sterilizzazione degli aumenti sconsiderati delle spese per la guerra aumenta significativamente le disponibilità di bilancio, assieme a tagli ragionevoli che si possono fare sulle allocazioni già in essere (per esempio non abbiamo nessun bisogno di acquistare altri F-35 oltre a quelli che abbiamo già). Ciò nondimeno, questi soldi non basteranno certo a quei cambiamenti radicali che abbiamo invocato sopra. E parlare di sforamenti sui limiti al deficit imposti dalle (pur insensate) regole di austerità sarebbe un altro ostacolo insormontabile ad un programma comune.
Bisogna ricominciare a parlare di tasse, abbandonando finalmente il mantra neoliberale che le tasse sono un male in generale e che “in Italia i cittadini pagano troppe tasse”. In Italia, è vero che ci sono tanti cittadini che pagano troppe tasse, ma ce ne sono altri che ne pagano troppo poche (o niente affatto). È ora di mettere mano ad una revisione generale di quello che è un patto fondamentale tra Stato e cittadini, nel quale la garanzia universale di diritti fondamentali, che includono sanità, educazione, diritto ad una vita dignitosa, oltre che naturalmente sicurezza e giustizia, vengono pagate da tutti i cittadini che sono in grado di farlo in proporzione crescente ai loro redditi.
Questo è il prescritto costituzionale della progressività.
Anche qui, occorre introdurre una serie di misure complementari. Aumento della quota esente per i redditi più bassi, che oggi è al livello ridicolo di 8.000 euro annuali. Un raddoppio sarebbe semplicemente sensato.
Oltre quella soglia, la misura che mi sembra più ragionevole è l’introduzione di una curva continua di aliquote marginali progressive. Cioè una curva che sale. Per capirci: ciascuno paga zero sui propri redditi fino alla soglia esente, e da lì in poi paga x sulla prima “fettina in più”, x più qualcosina sulla fettina successiva, ecc. La pendenza della curva, naturalmente, deve essere tale che fino ad una certa soglia si paghi, in totale, meno di adesso, per una fetta “intermedia” si paghi come adesso, ed oltre (diciamo sopra i 100.000 euro?) si paghi crescentemente di più.
Tutto questo è esattamente il contrario delle discussioni e purtroppo misure attuali su “flat tax” ecc. Si ricordi una regola aurea: meno sono le aliquote, più i ricchi sono contenti e più la tassazione è ingiusta e penalizza i meno abbienti. Nell’originaria riforma fiscale Visentini, in Italia, l’aliquota più alta era sopra il 70%. Negli Usa, anni 50, sotto la presidenza del generale Eisenhower, non certo un “populista”, l’aliquota marginale era al 92%!
Simili ragionamenti si applicano alla tassazione sui profitti e sulle rendite. Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo, qualche anno fa ha promosso una petizione nella quale chiedeva di pagare, in proporzione, più della sua segretaria! Anche in Italia questa condizione è generalizzata: il “capo” (il proprietario, ed anche i top manager) pagano tipicamente di meno dei loro sottoposti. È tempo di invertire questa situazione. I profitti non investiti produttivamente vanno pesantemente tassati. Di nuovo, per riferimento, negli USA anni 50 – il periodo nel quale il tasso di investimento è stato il più alto di tutta la storia americana – i profitti tutti erano tassati attorno al 60%. Parlare di tassare solo gli “extra-profitti” (cosa sono?) è solo una chimera per non cambiare lo status quo.
Una tassa sulle grandi ricchezze – mobiliari e immobiliari – non può essere un tabù. Grandi ricchezze vuol dire grandi, quelle possedute da un paio di decine di migliaia di persone. Non credo che i potenziali elettori progressisti si possano sentire minacciati nelle loro proprietà!
Eliminazione, da una parte, di odiosi balzelli su tutto quello che è facilmente tassabile e, dall’altra, della maggior parte delle esenzioni e detrazioni fiscali, bonus, trattamenti privilegiati. Per esempio, “bonus alle famiglie” per scuola, libri, ecc. sono una facile maniera di introdurre surrettiziamente il mercato dove invece è lo Stato che deve provvedere direttamente con scuole gratuite, i libri a chi ne ha bisogno, etc. Sul lato delle imprese, qualche anno fa Giavazzi, non certo un rivoluzionario anti-capitalista, stimava in più di 50 miliardi il risparmio fiscale che si potrebbe ottenere dall’eliminazione di inutili esenzioni e privilegi fiscali alle imprese.
Le leggi finanziarie devono smettere di essere le greppie in cui mangiano le clientele di ogni tipo, dall’orchestra della Vall’Ombrina, alla processione di Santa Genoveffa, allo stadio della squadra di serie Z… Il tetto alle transazioni in contante deve essere molto ridotto (poco più del giornale e il caffè al bar) perché questo è uno strumento potente anti-evasione.
Naturalmente tutto questo deve essere accompagnato da rigorosi accertamenti ed eventualmente anche sanzioni penali come in tutti gli altri paesi civili. Se si aumentassero le soglie di esenzione come proposto qui, ma con le regole e prassi attuali, una parte significativa di gioiellieri, dentisti, farmacisti, avvocati, dentisti, ecc. sarebbero esentasse perché troppo poveri!!!
Lo strumento principe è l’incrocio delle banche dati che oggi l’Agenzia delle Entrate può facilmente fare tra imposte dirette, indirette, attività finanziarie, tenore di vita, coperture attraverso società di comodo ecc. (In tutto questo naturalmente il Garante della Privacy deve finalmente smettere, per legge, di essere un ostacolo protettore degli evasori e proteggerci invece dai vari Meta, X, ecc.). Sul lato delle riscossioni, è necessario lo stop definitivo ai condoni, concordati preventivi ed altre simili porcherie.
Alcune note conclusive
Dicevo all’inizio che ci sono alcune questioni molto importanti che però vanno plausibilmente escluse da un programma comune se lo si vuole fare. Menzionavo la politica rispetto alla guerra russo-ucraina e la posizione rispetto ai vincoli di bilancio europei. Un altro è il reddito di cittadinanza. I partiti della coalizione legittimamente ne faranno delle bandiere diverse.
E ci sono altre questioni altrettanto importanti che plausibilmente devono essere affrontate a livello europeo, quali l’indipendenza nell’elaborazione e gestione dei dati, un cloud europeo, una rete di satelliti a bassa quota per essere indipendenti da Musk e Space X…
Ho scelto di non parlarne, perché l’argomentazione “l’Europa dovrebbe fare…” è la giustificazione perfetta per non fare niente. Un programma comune deve basarsi innanzitutto su quello che noi possiamo fare qui e ora.