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Patrimoniale, dietro la polemica politica la proposta degli economisti che chiedono di tassare i ricchi per rendere equo il sistema fiscale

L'idea di un'imposta sui grandi patrimoni non è una reliquia ideologica o la boutade di una sinistra disancorata dalla realtà. Due anni fa oltre 130 economisti italiani hanno firmato un manifesto per chiedere una riforma complessiva con al centro un'imposta progressiva sullo 0,1% più ricco e in parallelo l'aumento del prelievo su grandi successioni e donazioni e l'introduzione di nuovi scaglioni e aliquote Irpef
Patrimoniale, dietro la polemica politica la proposta degli economisti che chiedono di tassare i ricchi per rendere equo il sistema fiscale
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Basta la parola – patrimoniale – per scatenare violente reazioni pavloviane. Per la destra di governo è un nuovo tentativo di “mettere le mani nelle tasche degli italiani” da contrapporre al virtuoso proposito di “alleggerire il carico fiscale sul ceto medio (poco importa se intanto la pressione fiscale sale ai massimi da un decennio). Del resto nemmeno il Pd, quando incidentalmente la evoca, ha poi il coraggio delle proprie azioni. Ma, fuori dalla gazzarra politica e anche volendo ignorare il vivace dibattito globale sul tema, l’idea di un’imposta sui grandi patrimoni non è una reliquia ideologica o la boutade di una sinistra disancorata dalla realtà. Due anni fa un nutrito gruppo di oltre 130 economisti italiani ha firmato una proposta solida e dettagliata di riforma del fisco con al centro nell’immediato proprio un’imposta progressiva sullo 0,1% più ricco dei cittadini italiani e in parallelo l’aumento del prelievo sulle grandi successioni e donazioni e l’introduzione di nuovi scaglioni e aliquote Irpef. Il tutto con l’obiettivo di rimediare all’attuale regressività del sistema che favorisce i contribuenti più ricchi, aumentare l’equità, rendere più sostenibili le finanze pubbliche e aumentare il gettito per finanziare maggiori investimenti nel welfare e nella transizione ecologica.

Il cuore di quello che i promotori hanno battezzato “Manifesto per un’agenda Tax the rich per l’Italia” era appunto un’imposta progressiva sui grandi patrimoni da applicare ai contribuenti con una ricchezza netta superiore a 5,4 milioni di euro, come da Iniziativa dei cittadini europei promossa da Oxfam e abbracciata ad Avs. Il nuovo prelievo, a scanso di equivoci, sostituirebbe le attuali patrimoniali già esistenti (Imu sulle case di non di residenza, imposta sui conti correnti e sui depositi titoli, bollo auto) e ad essere colpiti sarebbero solo i 50mila italiani più facoltosi. Continuerebbe a dormire sonni tranquilli l’impoverito ceto medio, sempre evocato da chi tenta di trasformare la patrimoniale in uno spauracchio con cui spaventare i lavoratori dipendenti che insieme ai pensionati versano l’85% dell’Irpef. Mentre i redditi da capitale finanziario (interessi sui titoli di Stato, dividendi, plusvalenze) e i ricavi da affitto di immobili sono sottratti alla tassazione progressiva e sottoposti a imposte sostitutive piatte ben più basse delle normali aliquote. Se non bastasse per fugare i timori dei partiti progressisti terrorizzati dall’impatto di una proposta del genere sul gradimento elettorale, val la pena ricordare che in base a tutti i sondaggi la stragrande maggioranza degli italiani è favorevole: è di pochi giorni fa una rilevazione Eumetra per Piazza Pulita che stima i sostenitori al 57,1%, percentuale che sale al 69,4% se si specifica che il balzello si applicherebbe oltre i 5 milioni.

Venendo ai dettagli, con aliquote dell’1,7% tra 5,4 e 8 milioni, 2,1% tra 8 e 20,9 milioni e 3,5% sopra i 20,9 milioni l’imposta consentirebbe di raccogliere 15,7 miliardi l’anno. Per evitare la sempre paventata “fuga all’estero” dei ricchi – fenomeno in realtà marginale, stando agli studi condotti sui Paesi che hanno introdotto prelievi patrimoniali – basterebbe far leva sull’infrastruttura di scambio automatico di informazioni oggi in vigore tra oltre cento giurisdizioni. E, come da rapporto dell’economista Gabriel Zucman per il G20, introdurre exit tax insieme a meccanismi che consentano di continuare a tassare, per un certo periodo, anche chi sposta la residenza.

Ma, visto che non basta certo una nuova tassa per raddrizzare un sistema oggi iniquo e inefficiente, il progetto di riforma delineato nel Manifesto era onnicomprensivo. I firmatari, tra cui Andrea Roventini della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, Alessandro Santoro dell’ateneo di Milano Bicocca ed ex presidente della commissione del Mef che stima l’evasione fiscale, Guido Alfani (università Bocconi), l’ex ministro Fabrizio Barca (Forum Disuguaglianze e Diversità), Maurizio Franzini (La Sapienza), Elena Granaglia (Roma Tre), Mario Pianta (Normale) e Michele Raitano (Sapienza), ritenevano indispensabile affiancarla a una riforma della tassazione di eredità e donazioni, che oggi tra franchigie e mancanza di progressività fa dell’Italia un vero paradiso fiscale per gli eredi, e all’introduzione di nuovi scaglioni Irpef per i redditi più elevati. Tassello cruciale visto che, stando agli studi di Roventini e Santoro con i ricercatori della Sant’Anna Demetrio Guzzardi ed Elisa Palagi, oggi il 7% di italiani con redditi più alti paga un’aliquota media inferiore a quella applicata a chi sta nelle fasce più basse della piramide.

Non basta: nel medio periodo il documento chiedeva di prevedere l’ampliamento della base imponibile dell’imposta sui redditi delle persone fisiche a tutti i redditi da lavoro e a quelli da capitale finanziario, abolendo i regimi sostitutivi, e di rivedere in modo radicale il prelievo sui redditi e sui patrimoni immobiliari per aumentarne l’equità. Non prima di aver finalmente aggiornato il catasto, visto che oggi il valore di mercato degli immobili è del tutto slegato dai superati valori catastali. E il programma di riforma comprendeva anche interventi per prevenire – prima di arrivare alla tassazione – le iniquità legate al funzionamento dei mercati: rafforzamento della concorrenza, più aiuti per chi arriva da contesti svantaggiati, politiche industriali che sostengano una competitività basata sull’innovazione e sulla buona occupazione e non sui bassi salari, politiche del lavoro che rafforzino il potere contrattuale dei lavoratori e limitino il ricorso a forme di occupazione non standard.

Qualcosa di ben diverso, insomma, dalla patrimoniale come slogan o unica panacea per disuguaglianze e squilibri sociali. Che pure sono sempre più smaccati. Secondo le ultime rilevazioni di Bankitalia, a fine 2025 il 10% più ricco possedeva il 60,6% della ricchezza totale, contro il 7,2% nelle mani della metà meno abbiente. L’indice di Gini che misura quanto è iniqua la distribuzione delle fortune continua ad aumentare: nel 2018 si fermava a 0,69, l’anno scorso è salito a 0,72. E la società italiana è sempre più “ereditocratica“. Tendenze che il governo Meloni continua a ignorare, preferendo parlar d’altro.

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