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La manipolazione per l’arruolamento in Israele comincia dalla scuola

Il servizio militare in Israele è considerato un dovere nazionale e la coscrizione si attesta intorno all’88%. Un risultato che si ottiene grazie a una capillare manipolazione delle coscienze
La manipolazione per l’arruolamento in Israele comincia dalla scuola
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di Claudia De Martino

Vari accordi e norme giuridiche internazionali, tra cui il “Protocollo facoltativo alla Convenzione sui diritti dell’infanzia relativo al coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati” dell’Assemblea delle Nazioni Unite (2002), ma anche la “dichiarazione di Amman” (2001), e lo Statuto della Corte penale internazionale condannano il coinvolgimento dei minori nei conflitti armati e il loro indottrinamento prima dell’età della ragione, considerando i 18 anni come l’età minima legale per ogni forma di reclutamento militare. Tutti questi accordi convergono inoltre sulla raccomandazione di garantire che l’addestramento militare di base obbligatorio non debba essere integrato nei programmi scolastici.

Si è maggiormente abituati a parlare di bambini-soldato nei casi di guerriglia tribale in Africa, ma il problema è ovviamente presente ovunque vi siano conflitti armati a carattere strutturale. Israele ne costituisce un ottimo esempio. Spesso considerato “l’unica democrazia in Medio Oriente”, esso viola apertamente le norme internazionali non solo nell’occupazione dei territori palestinesi e nelle guerre, ma anche nei confronti dei suoi giovani cittadini ebrei.

Poiché il servizio militare è visto dalla maggioranza come l’essenza dell’identità nazionale, l’esercito (Idf/Tsahal) è ammesso nelle scuole di ogni ordine e grado per istillarvi la propria propaganda. Negli asili e nelle scuole elementari, ai bambini vengono recitate storie sulla nobiltà dei soldati caduti in battaglia, vengono organizzate gite ai vari memoriali del paese e insegnato a inviare pacchi-dono, contenenti beni di prima necessità e accompagnati da una lettera di ammirazione e sostegno, ai soldati impegnati al fronte.

Ora, è ovvio che ai soldati di uno Stato ricco come Israele quei pacchi-dono non occorrano affatto, ma che essi contribuiscano a creare un legame simbolico tra i bambini e i soldati, sull’immagine dei quali sono chiamati a proiettarsi fin dalla più tenera età.

L’esercito è ovunque nel sistema educativo del Paese per radicare la propria immagine tra i civili, ma anche per comunicare all’intera popolazione l’urgenza di quella mobilitazione militare continua e perenne, fino al sacrificio ultimo in battaglia, che lo Stato richiede e sempre più richiederà in futuro.

L’Idf ha molti modi di infiltrarsi nelle scuole del Paese: il primo è il canale facilitato offerto a ex comandanti e ufficiali per diventare dirigenti scolastici, considerando la carriera militare un requisito utile a svolgere qualsiasi funzione manageriale, indipendentemente dal settore. Esistono poi due programmi nazionali diffusi in tutte le scuole: il programma “Insegnante-Soldato”, che aiuta ex soldati a diventare insegnanti di ebraico, geografia e arabo, e le settimane “dei Battaglioni giovanili”, che obbligano tutti gli studenti dai 16 anni in poi a prepararsi all’imminente servizio militare attraverso una settimana di parate, nozioni teoriche e pratiche di combattimento, simulazioni di campi di sopravvivenza notturni, ed esercitazioni al poligono di tiro.

Queste “settimane” sono concepite come dei campi-scuola, solo che avvengono all’interno di basi militari e il loro obiettivo è familiarizzare i minori con le regole dell’esercito, pena punizioni corporali – addominali, giri di corsa intorno alla base e pulizie dei bagni. Attraverso queste esperienze universali e obbligatorie, i ragazzi israeliani imparano a vedere i soldati come parte integrante del sistema educativo.

Come se non bastasse, l’Idf e il Ministero della Difesa diffondono nelle scuole una guida intitolata “La voglia di servire e la preparazione all’Idf” e impongono dal decimo grado della scuola secondaria (ovvero dai 15 anni) un programma di preparazione al servizio militare in tutte le scuole. Tale programma prevede corsi di educazione fisica, gite annuali nelle basi militari, “giornate del soldato” e ritrae l’esercito come una forza positiva della società che promuove l’uguaglianza tra gruppi sociali, la mobilità sociale e l’uguaglianza di genere.

Tali programmi pubblici sono corredati da tutta una serie di programmi condotti da Ong e associazioni private, autorizzate a entrare nelle scuole, che propongono ai gruppi più vulnerabili il servizio militare come biglietto d’ingresso nella società, nonché come mezzo per acquisire una serie di benefit, tra cui la patente, il diploma (in caso di difficoltà scolastiche), la tessera per l’uso gratuito dei trasporti pubblici o riduzioni su quelli privati, e minimi sussidi economici.

Accanto ai programmi concepiti per le strutture scolastiche standard, vi è tutta una rete di college militari che accolgono adolescenti dai 15 anni in poi in percorsi dedicati in basi militari (A. Biram Military Boarding School), scuole navali (Mevo’ot Yam), scuole dell’aeronautica (Air Force Technical Schools), programmi vocazionali per diventare meccanici nell’esercito (Amal High School), e programmi dedicati ai ragazzi che immigrano senza i genitori, ovvero a ebrei della diaspora che vengono a svolgere uno o più anni di liceo in Israele, e la cui solitudine è convogliata verso una preparazione militare.

Infine, se la militarizzazione spinta dall’esercito non fosse sufficiente, dai 15 anni in poi è incoraggiato il reclutamento nella Guardia civile, un’unità paramilitare di controllo delle frontiere costituita da civili, attraverso il rilascio di extracrediti scolastici agli studenti che vi prendono parte e la possibilità di svolgere turni di guardia in orario scolastico fino al 20% dell’orario, con una sorta di esenzione parziale dall’obbligo scolastico. I ragazzi arruolati nella Guardia Civile possono essere dispiegati nei checkpoint dei Territori palestinesi e ottengono, dopo un rapido training, il diritto di detenere un’arma da fuoco.

In conclusione, il servizio militare in Israele è considerato un dovere nazionale e la coscrizione tra gli ebrei non ultraortodossi si attesta intorno all’88%. Un risultato che si ottiene grazie a una capillare manipolazione delle coscienze chiamata “preparazione al servizio militare”, che criminalmente è facilitata dalle autorità scolastiche. Così non esiste alcuna possibilità per il sistema scolastico di svolgere un lavoro critico sul significato e gli scopi del servizio militare.

La manipolazione sistematica delle coscienze dei giovani, la normalizzazione del ricorso alla violenza come dovere civico e la forte pressione ad un conformismo sociale che passa per il servizio militare iniziano quindi dalla scuola, violando i diritti dei minori a non essere parte attiva del conflitto (Fonte: The New Profile Report on Child Recruitment in Israel, 2004).

Recentemente, la Corte Suprema israeliana ha ricordato al Ministero che, secondo la Legge sull’istruzione pubblica, tra gli obiettivi dell’istruzione figurano “l’amore per l’umanità, i valori ebraici e democratici, il rispetto dei diritti umani, la tolleranza, la ricerca della pace e il pensiero critico”, oltre alla “formazione finalizzata a un servizio significativo nelle Forze di Difesa di Israele o nel servizio nazionale”. In un Israele che ormai pensa di essere in guerra perenne, i primi valori sono ormai oscurati a favore dell’istillazione di un amore patriottico per la guerra, a prescindere dai suoi obiettivi.

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