Terzo mandato di Trump? Noi del Forum del Fatto siamo spaventati da questa deriva delle destre
di Anna di Milano
Da tempo cercano di venderci Trump come se fosse solo un caso a sé stante: una specie di mostro politico nato in un laboratorio americano, difficilmente esportabile. La comunità del Forum invece ha idee completamente opposte su di lui: lo consideriamo il punto più vistoso, più volgare e più sfacciato di una tendenza che ormai attraversa molte destre occidentali.
Da molto tempo le nostre discussioni prendono forma con la rabbia di Stefania, che riporta i discorsi degli amici statunitensi scioccati da questo clima incandescente; con lo sconcerto mio e di Luigi, che non ci capacitiamo di come non si prendano provvedimenti seri, tanto più se il comportamento del tycoon denota, nella maggioranza dei suoi interventi pubblici, uno stato psicofisico alterato. Poi si ravviva con il sarcasmo di Claudio o il disincanto di Alfredo, che non credono più alla possibilità di raddrizzare questo mondo distopico. Infine c’è anche la collera di Dante e di Gaetano, che scavano ogni giorno nel web, trovando altri elementi di disturbo.
In tutti noi prevale quel senso di frustrazione che mesi fa rappresentava benissimo anche Alessio nelle sue vignette e nelle sue freddure con la IA.
Il nostro mondo si fa stretto man mano che ognuno di noi avverte in modo palpabile la sensazione di allarme, constatando che non c’è un unico “leader politico” a comportarsi in modo irresponsabile e con tendenze orwelliane, ma un andazzo generale che coinvolge diverse realtà occidentali, dove si percepisce chiaramente che la democrazia tende a scomparire.
Diversi sono i Paesi in cui è cominciata quest’opera di demolizione, ma ci inquieta il fatto che i toni, le mascherate e i metodi vadano assomigliando sempre di più. È la tendenza a usare la clava al posto del confronto con gli avversari. A produrre il sospetto al posto delle prove. O la delegittimazione preventiva, che sta prendendo il posto della democrazia.
Trump fra questi, è l’unico che ha gettato la maschera, in un mondo di potenti che fino all’altro ieri ci blandivano con il sorriso falso e una retorica untuosa. Molti altri cercano ancora di lusingarci con vuote rassicurazioni da un lato, e nel frattempo ci sfiniscono con le loro lotte intestine contro il dissenso e gli avversari che li redarguiscono a dovere.
Il comizio-spettacolo di venerdì scorso del tycoon, con il berretto Maga in testa e quella boutade sul terzo mandato nel 2028, non è stato solo una spacconata da vecchio narciso in cerca di applausi. È stata l’ennesima sfida lanciata all’idea stessa del limite. Sta dettando legge e nuove regole orwelliane, e si aspetta anche che gli altri potenti lo seguano. Il messaggio di fondo è sempre quello: le regole democratiche valgono finché servono, poi si piegano, si aggirano, si ridicolizzano oppure si cambiano. E chi pensa che sia solo folklore non ha capito il punto. Questo tipo di “folklore” è la scenografia, il progetto vero è l’assuefazione.
Nel frattempo, attorno a Trump si va consolidando qualcosa di molto più pesante. I discorsi di questi giorni di Rubio e di altri esponenti contigui al governo sul terrorismo “jihadista”, usati per lasciare intendere che la sinistra, il dissenso, certi intellettuali o alcuni leader politici, siano in qualche modo complici, rappresentano un salto inquietante.
Questa non è più solo polemica dura tra avversari. Si sta costruendo un clima da caccia alle streghe, dove l’opposizione non viene contrastata politicamente, ma trattata come una minaccia interna da isolare, screditare, mettere sotto sorveglianza morale e pubblica.
Ed è qui che nel Forum è scattato l’allarme già molti mesi fa. Perché se una destra comincia a parlare fuori dai confini legali, non sta solo alzando i toni. Sta restringendo il perimetro democratico. Sta dicendo che il dissenso non è legittimo, che l’alternanza è sospetta, che la libertà di parola vale solo per chi si allinea. E a quel punto, se l’avversario è un nemico, ogni mezzo usato contro di lui diventa accettabile.
Il problema è che questo schema non si ferma agli Stati Uniti. In Spagna lo noto da mesi nella martellante costruzione del sospetto attorno al governo Sánchez, corroborata dall’idea sempre più irresponsabile, ripetuta da settimane, che le prossime elezioni possano essere una frode grazie alla legge dei nipoti o alle norme sull’immigrazione. È una tesi velenosa, che ricorda troppo da vicino il copione trumpiano del 2020: delegittimare il voto prima ancora che si svolga, così se perdi puoi gridare all’inganno e se vinci puoi dire di aver salvato il Paese.
In Italia la musica cambia un po’, ma il vizio resta. Lì la destra orwelliana fa finta di non essere brutale come Trump, però lavora per spostare gli equilibri istituzionali, cambiare l’architettura del potere, forzare la legge elettorale, allargare il premio a chi arriva a una certa soglia e mettere mano a pezzi delicatissimi della Costituzione.
Anche lì il punto non è governare dentro le regole, ma riscriverle completamente per governare meglio, più a lungo, con meno ostacoli.
Ecco il parallelismo che inquieta così tanto: queste destre non si somigliano perché pronunciano esattamente le stesse parole, ma perché coltivano la stessa tentazione. Se il consenso non basta, cambiano il campo da gioco. Se l’opposizione resiste, la trasformano in un pericolo. Mentre la stampa critica o fa domande, la trattano come un nemico. E se la democrazia rallenta i loro appetiti, provano a piegarla spacciando tutto per volontà popolare.
Poi certo, ogni tanto infilano anche i dazi, i muscoli geopolitici, le minacce di guerra, la propaganda nazionalista, il disprezzo per i vincoli internazionali. Ma pure lì il tratto comune resta identico: mostrare forza, creare paura, imporre fedeltà. È una politica che non convince: intimidisce. Non persuade: occupa. Non governa i conflitti: li esaspera e poi pretende di essere l’unica cura al veleno che lei stessa ha sparso.
Per questo la sparata sul terzo mandato non fa ridere affatto. Fa paura. Perché arriva al culmine di una stagione in cui troppe destre hanno smesso di considerare la democrazia come un limite condiviso e hanno iniziato a trattarla come un impaccio da neutralizzare. E se non lo vediamo adesso, mentre i segnali sono già così rumorosi, rischiamo di accorgercene quando il danno sarà molto più difficile da riparare.