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Altro che stop ai gettonisti nella sanità pubblica: nell’ultimo anno il loro utilizzo è aumentato del 15%. Nord e Sardegna in testa alla classifica

Il rapporto Anac descrive nel dettaglio il mercato di contratti pubblici attraverso cui le aziende sanitarie comprano prestazioni professionali da operatori esterni. La crescita non è uniforme: ecco tutti i dati
Altro che stop ai gettonisti nella sanità pubblica: nell’ultimo anno il loro utilizzo è aumentato del 15%. Nord e Sardegna in testa alla classifica
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Altro che stop ai gettonisti. Nel biennio 2024-2025, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale hanno impegnato un miliardo e 64 milioni di euro per arruolare personale medico, infermieristico e non solo. Liberi professionisti di cooperative o società private, ben pagati con soldi pubblici, che servono per coprire rapidamente, ma non in modo strutturale, i buchi di organico negli ospedali. E, nonostante i tentativi normativi di ridurre il fenomeno, il trend è in crescita: nel 2025 la cifra supera i 568 milioni, il 15% in più rispetto all’anno precedente, con le Regioni del nord e la Sardegna a trainare l’aumento delle spese. A oltre due anni di distanza dalla fine della pandemia, quando i professionisti a gettone erano stati individuati come costosa ma necessaria soluzione tampone alla crisi di personale, le esternalizzazioni sono diventate una componente costitutiva del sistema sanitario italiano, non più un fenomeno emergenziale. Centinaia di milioni di euro spesi ogni anno per continuare a non risolvere il problema alla radice.

È la foto scattata dal nuovo rapporto dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione. Il decreto legge 34 del 2023 aveva introdotto condizioni stringenti e vincoli temporali, rendendo possibile il ricorso ai gettonisti solo in via eccezionale. Dal 31 luglio 2025 è poi scattato lo stop a nuovi contratti e rinnovi non giustificati. Ma in assenza di alternative, senza intervenire sull’attrattività del lavoro nel Ssn, era prevedibile che la spesa pubblica destinata ai gettonisti sarebbe continuata ad aumentare. Anche perché qualcuno in corsia ci deve pur stare. E in alcuni reparti la carenza è drammatica: secondo una recente indagine condotta dalla Federazione dei medici internisti ospedalieri (Fadoi), oltre la metà dei pronto soccorso ricorre alle esternalizzazioni per tenere in piedi il sistema, spesso arruolando medici che non sono specializzati in emergenza-urgenza.

Il rapporto Anac descrive nel dettaglio il mercato di contratti pubblici attraverso cui le aziende sanitarie comprano prestazioni professionali da operatori esterni. La crescita non è uniforme. Gli infermieri a gettone risultano in calo: tra il 2024 e il 2025 il valore degli affidamenti specifici passa da 24 a 13 milioni, con una riduzione del 48%. Per i medici, invece, la traiettoria è opposta: il valore sale da 31 a 50 milioni, con un aumento del 62%. La carenza di camici bianchi continua a pesare soprattutto nei reparti più esposti, dove il ricorso al mercato resta la scorciatoia più immediata per evitare chiusure o turni scoperti. Il quadro, però, è ancora più ampio: la quota più rilevante del valore complessivo non è registrata nei codici specifici per medici o infermieri, ma nel codice generico “servizi di fornitura di personale”, che da solo vale 947 milioni di euro nel biennio. Una categoria indistinta, che non consente di separare con precisione le diverse figure professionali coinvolte, ma dentro cui Anac ritiene possa rientrare una parte consistente degli affidamenti riconducibili al personale sanitario.

C’è poi il modo in cui questi servizi vengono acquistati. Anac segnala una preferenza per strumenti rapidi e semplificati: affidamenti diretti, adesioni ad accordi quadro e convenzioni già esistenti, spesso senza un nuovo confronto competitivo tra operatori. Nel biennio gli affidamenti diretti rappresentano il 70% del numero complessivo delle procedure, e il 44% del valore economico. Le adesioni ad accordi quadro o convenzioni coprono invece circa il 44% dell’importo totale. Non necessariamente procedure illegittime, ma il segno di un sistema che continua a inseguire l’emergenza invece di programmare il personale di cui ha bisogno. Anche la geografia del fenomeno mostra un Paese disomogeneo. Il Nord assorbe metà del valore complessivo degli affidamenti e il 54% delle procedure, mentre Sud e Isole valgono il 40% del valore complessivo e il Centro appena il 10%. Se si guardano solo i codici specifici per personale medico e infermieristico, le cifre più alte si registrano in Veneto, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia. Ma, includendo anche il codice generico “servizi di fornitura di personale”, la classifica cambia: in testa compare la Sardegna, con quasi 329 milioni di euro, davanti a Lombardia e Piemonte.

Uno spiraglio, almeno sulla carta, emerge dai primi tre mesi del 2026, nei quali si registra una lieve flessione. Ma la stessa Anac invita alla cautela: è presto per parlare di inversione di tendenza consolidata. Le ragioni che hanno alimentato il mercato non sono scomparse. I concorsi continuano a non bastare, i professionisti scelgono sempre più spesso il privato o la libera professione, i reparti meno attrattivi restano scoperti. Il fenomeno, nato durante la pandemia, si è trasformato ormai in una prassi consolidata. Per uscirne non basta vietare o limitare i gettonisti sulla carta. Servono assunzioni, programmazione, condizioni di lavoro sostenibili e retribuzioni capaci di rendere di nuovo attrattivo il servizio pubblico. Altrimenti, a ogni nuovo buco di organico, la strada più veloce resterà sempre quella di affittare personale dal mercato, pagando di più per tamponare una ferita che si sta facendo ben poco per rimarginare.

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