Rutte (Nato): “Dall’Italia partiti 500 voli a supporto dell’operazione Usa contro l’Iran”. La Difesa: “Messaggio fallace, rispettati i trattati”
Mark Rutte inguaia il governo di Giorgia Meloni. Perché mentre l’operazione americana contro l’Iran denominata Epic Fury faceva temere per un conflitto globale e scatenava una crisi energetica mondiale, dopo gli attacchi americani e israeliani iniziati il 28 febbraio scorso, in Europa le varie cancellerie si affrettavano a garantire che nessuna base sul proprio territorio veniva utilizzata per azioni militari a sostegno di una guerra che violava il diritto internazionale. Ma il segretario generale della Nato, in un’intervista a Fox News, ha raccontato: “Se si guarda a tutta l’Europa, si parla di un numero compreso tra 4mila e 5mila missioni di volo” partite dalle basi americane nel vecchio continente. E prende ad esempio l’Italia come il caso dai numeri più elevati: “Comprendo perfettamente la delusione, ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione. Quindi si tratta di un numero enorme“. Rapida la risposta del Ministero della Difesa: “Abbiamo rispettato i trattati bilaterali”.
Questo, va precisato, non significa che l’Italia abbia permesso a 500 tra caccia e droni armati di sollevarsi dalle piste sul proprio territorio per andare a colpire obiettivi in Iran, con quella che si sarebbe tradotta in una partecipazione attiva di Roma al conflitto. Alle dichiarazioni di Rutte replica non a caso il Ministero della Difesa: “Sorprende che il segretario della Nato, che nulla ha a che fare con l’operazione Epic Fury, faccia una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace confondendo la tipologia dei voli autorizzati”. L’Italia, tiene a sottolineare il dicastero, “autorizza esclusivamente i voli che sono previsti dai trattati e che escludono totalmente le attività cinetiche. Come sempre ha fatto e come continuerà a fare in vigenza degli attuali accordi”. La Difesa ribadisce che “sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche, nell’ambito delle procedure previste dagli accordi esistenti. Le volte in cui si è prospettata una richiesta che esulava da questo perimetro, come è noto, l’Italia non ha concesso l’autorizzazione”. Ministero che, infine, punta il dito sul segretario della Nato: “Sarebbe bastato un approfondimento alla fonte per poter avere la reale rappresentazione di ciò che è avvenuto e avviene ogni giorno”. Anche dall’Alleanza si tenta di ricalibrare le dichiarazioni rilasciate dal segretario generale affermando che Rutte “ha sottolineato come gli Alleati, tra cui l’Italia, abbiano dato attuazione agli accordi bilaterali esistenti in materia di basi militari e sorvoli. Il tipo di supporto a cui si riferiva il segretario generale riguarda la logistica o l’assistenza tecnica”.
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nei mesi scorsi aveva già precisato che gli accordi bilaterali Italia-Usa del 1954 prevedono che Roma offra le proprie basi per supporto logistico, escludendo quindi il loro utilizzo, in questo specifico caso, per operazioni di guerra. Va anche ricordato che il numero fornito da Rutte, se confermato, risulta essere molto alto e squilibrato rispetto anche ad altri Paesi europei, con la consapevolezza che il confine tra operazioni militari e supporto logistico non è così definito come si può pensare. Per fare un esempio, se un drone non armato o un aereo da ricognizione partono da una delle basi Usa in Italia per compiere operazioni di vigilanza o mappatura nell’area del Golfo, formalmente stanno svolgendo supporto logistico o attività di prevenzione per le truppe Usa nella Penisola Arabica. Ma niente esclude che durante queste attività possano individuare possibili obiettivi da colpire al confine iraniano o tra le milizie filo-Teheran presenti soprattutto in Siria, Iraq e Libano.
Come spiegato anche in uno degli articoli del Fatto Quotidiano dedicati a questo tema, il numero di voli cargo, quindi formalmente di supporto logistico, partiti dalle basi italiane hanno registrato un picco che non ha precedenti negli anni recenti proprio in concomitanza dello scoppio del conflitto. Voli del genere possono trasportare materiale per la gestione delle basi, medicinali, prodotti alimentari, ma anche soldati, bombe e perfino mezzi corazzati che vengono poi utilizzati direttamente in guerra. Per comprendere la portata dei flussi dall’Europa verso le basi del Golfo, Rutte cita l’esempio rumeno: “Un Paese come la Romania, nella sua capitale Bucarest ha dovuto ridurre il traffico aereo commerciale perché l’aeroporto veniva utilizzato come deposito per le aerocisterne”.