È il Mondiale dei fenomeni e dei centravanti: tutti in fila dietro Messi, dalle stelle ai bomber d’esperienza
Messi è Messi. Messi è l’Argentina e l’Argentina è Messi. Messi è il calcio. Inutile ricapitolare adesso i suoi nuovi record, tanto bisognerà aggiornarli ancora ancora e ancora nei prossimi giorni. Ma neanche le altre stelle stanno a guardare. A Mbappé sono bastati 14 minuti contro l’Iraq per rispondere presente. Poi, dopo la lunga sosta fulmini e saette, è arrivata la doppietta che significa 16 gol in 16 partite mondiali, agguantato Klose nella classifica all time e nientemeno che Messi a portata, soltanto due reti più su. Ma, come nella giornata del debutto, neppure Haaland è rimasto a guardare: altri due gol per lui e altra vittoria per la Norvegia, contro un buon Senegal tradito da quel che resta di Koulibaly. Lamine Yamal, costretto a giocare solo una manciata di minuti alla prima, in attesa di ritrovare la forma migliore, ha comunque subito battuto un colpo contro i sauditi. In attesa di Cristiano Ronaldo, si contano e si ammirano i gol e le prodezze dei top player. Tutti subito on fire, e tutti insieme, come forse non era mai successo in passato.
È il Mondiale delle stelle e dei centravanti. Tanto meglio se le due figure coincidono. Prendete Mbappé, per esempio. Una volta non voleva giocare nel mezzo dell’attacco, diceva che preferiva partire da sinistra e per questo più di un osservatore quando passò al Real Madrid fece notare che avrebbe avuto qualche problema nella convivenza con Vinicius. Poi in realtà, anche in questa ultima stagione non brillantissima, giocando da centravanti ha vinto il titolo di capocannoniere di Liga segnando in totale con i Blancos 45 reti. Meno di Harry Kane che, con la doppietta al debutto contro la Croazia, ha raggiunto quota 69, e scusate se è poco. Arrivato a 30 anni segnando sempre ma vincendo mai, per eccesso di fedeltà al Tottenham, quando ha finalmente deciso di accettare di trasferirsi al Bayern, ha scoperto il gusto di sollevare i trofei. Il tormentone it’s coming home con il quale da 30 anni i tifosi inglesi s’illudono e disilludono di tornare a essere i migliori qui ancora non si è riascoltato, forse per scaramanzia, ma chissà che questa, a sorpresa, non possa essere la volta buona. E poi c’é Haaland, atteso con particolare curiosità perché al debutto al Mondiale e perché sostenuto da una nazionale un po’ meno forte e ambiziosa. Ma i suoi numeri sono impressionanti: 59 gol in 52 partite in Nazionale. Ogni pallone che passa dalle sue parti in area di rigore o è gol o, se va male, è palo. Quelle poche volte che è in una posizione dalla quale non vede la porta s’inventa un assist per un compagno.
Ma in questo Mondiale non sono soltanto i fenomeni a brillare. C’è spazio e ci sono gol per ogni genere di centravanti. A partire dai centravanti tardivi, quelli che diventano famosi quando uno non se li aspetta più o non se li è mai aspettati. Prendete Deniz Undav, fra un mese avrà 30 anni e con i tre gol e due assist nelle sue prime due partite mondiali, sempre entrando dalla panchina, ha eguagliato un record nientemeno che di Roger Milla, il mitico attaccante del Camerun di Italia 90. Da bambino lo chiamavano Cicciobomba e a 16 anni venne scartato dal settore giovanile del Werder Brema, dove era comunque arrivato a dispetto dei bulli di quartiere, perché troppo piccolo e ancora grassottello. Adesso è alto 1,79 e lo chiamano il Jamie Vardy tedesco, non solo perché si è fatto strada fra i grandi quando era già grande, ma anche perché, come Vardy, mentre cercava di farsi notare nei campionati dilettantistici era costretto a lavorare in fabbrica per mantenersi: faceva l’operaio metalmeccanico in uno stabilimento di componentistica per auto. “Mi svegliavo alle 4 per fare i turni del mattino e avere il pomeriggio libero per allenarmi”. La Serie B belga con l’Union St. Gilloise è stata il suo trampolino di lancio quando già aveva 24 anni. Adesso nello Stoccarda segna più di venti gol a stagione e ha salvato la Germania da un possibile scivolone contro la Costa d’Avorio.
Undav non è un’eccezione: capita non di rado che i centravanti partano bene da giovanissimi e poi si fermino un po’ prima di maturare tardivamente. È quello che sembra succedere a Brian Brobbey, grande protagonista della goleada rifilata dall’Olanda alla Svezia. Sembrava un potenziale fenomeno nel florido vivaio dell’Ajax, poi si è smarrito, prima di riemergere dopo essersi iscritto all’Università della Premier League, al Sunderland. E che dire di Oyarzabal? Nello scetticismo generale sono due anni che De la Fuente lo schiera titolare sempre: ciao ciao Morata, la Spagna dei Lamime Yamal e dei giovani prodigi di difesa, attacco e centrocampo ha bisogno di un maestro di cerimonia, una sorta di direttore artistico che conosce perfettamente come ci si muove dentro e nei pressi delle aree di rigore. E così ecco che questo basco, orgoglioso come tutti i baschi, bandiera fedele della Real Sociedad di San Sebastian, al suo primo Mondiale, dopo un esordio semidisastroso (zero palloni toccati nella prima mezz’ora contro Capo Verde), si presenta di fonte ai sauditi e regala ai diffidenti un assist, due gol e una traversa in meno di un tempo. A 29 anni.
Ayase Ueda di anni ne ha giusto un paio di meno e anch’egli, fenomenale nelle giovanili giapponesi, è poi sbocciato solo adesso, dopo quattro stagioni di stenti europei, diventando con 25 reti il capocannoniere del campionato olandese: qui con i suoi ha bloccato l’Olanda e preso a pallate la Tunisia. Questione di esperienze e di malizie da apprendere imparando a districarsi nel traffico delle aree di rigore. E’ capitato anche dalle nostre parti quando l’Italia era l’Italia. Luca Toni, per dirne uno, arrivò in Serie A al Vicenza a 23 anni dopo una lunga trafila in B e in C e si affermò definitivamente soltanto a 26 anni nel Palermo.
Nel Mondiale dal gol facile, non potevano mancare i centravanti in via di sviluppo. Ismael Saibari è il più pregiato, il Bayern Monaco l’ha già ingaggiato per 55 milioni. Migliore giocatore dell’ultimo campionato olandese, nel Psv in realtà fa il trequartista e in quel ruolo ha segnato 15 gol. Al centro dell’attacco, nel Marocco qui ne ha già fatti due in due partite. Florian Balogun è il più conteso. Poteva giocare con la nazionale nigeriana dei suoi genitori o con quella inglese visto che è cresciuto a Londra. Invece ha scelto gli Stati Uniti in quanto nato per caso a Brooklyn: parto settimino quando la madre era in vacanza a New York. È stato finora il trascinatore del Team Usa con gol e autogol procurati, dopo una stagione non brillante nel Monaco.
In questo festival dei numeri 9, si è messo in mostra persino Jonathan David, croce canadese della Juventus. Nessuno l’aveva invitato alla festa, ma lui è riuscito a infilarsi lo stesso e ne ha fatti tre. Li ha imbucati da imbucato.