Cinema

Marilyn Monroe in Corea, in un documentario i quattro giorni che trasformarono una diva in leggenda

Al Cinema Ritrovato di Bologna il documentario di Patrick Jeudy ricostruisce la tournée del 1954 davanti ai soldati americani. Un viaggio tra guerra, propaganda e mito che contribuì a consacrare definitivamente Marilyn Monroe nell'immaginario degli Stati Uniti.

di Davide Turrini
Marilyn Monroe in Corea, in un documentario i quattro giorni che trasformarono una diva in leggenda

Cos’ha reso Marilyn Monroe definitivamente una star americana? Se state per citare un film, sbagliate. Perché ad erigerla a icona sono stati i quattro giorni del 1954 in cui cantò per i soldati statunitensi in Corea. Almeno questo è quello che racconta Patrick Jeudy nel suo documentario Quand Marilyn chantait pour les GI’s, in queste ore al Cinema Ritrovato di Bologna. La fama della bionda “svampita” si irrobustisce, diventa mania, calore, quasi follia, mentre in un freddo polare si esibisce davanti a oltre 100mila marines. Jeudy coniuga due pezzi di storia: quello politico (Eisenhower, eletto presidente nel 1952, che vuole uscire dal pantano coreano) e quello del mito (Marilyn che, dopo Gli uomini preferiscono le bionde, cerca un’autonomia artistica e finanziaria), poco dopo i titoli di testa. Ed è probabile che abbia ragione lui.

La discesa asiatica di Marilyn tra le truppe infagottate e allupate (14-18 febbraio 1954) è un modo morbido per far digerire i giovani morti americani all’intero Paese. Dall’altro lato, la Monroe ventottenne, gettandosi in un’arena pulsante di ammirazione e libido, tenendo testa fisicamente (a un live ci sono dieci gradi sotto zero) a due o tre esibizioni al giorno, una quindicina di minuti con abitino succinto di seta, spesso bagnato e asciugato addosso, prende le distanze da quell’immagine da oca stupida che mai è stata, stagliandosi verso l’indipendenza dalla Fox (paga da fame, ricordiamolo, nonostante la già alta popolarità). Quand Marilyn.ò.. è un lavoro di ricostruzione minuziosa, quasi in presa diretta, tra immagini d’archivio, foto e video che cercano di riprodurre visivamente la sovraestesa quantità di riprese amatoriali dei soldati che immortalano i concerti della bionda diva. Nel tempo, leggenda vuole, tanti commilitoni diranno di avere parlato, incontrato, sfiorato Marilyn per pochi istanti in quei concitati momenti prima e dopo l’esibizione.

Jeudy entra nei dettagli più intimi, giorno per giorno, quasi ora per ora. Marilyn sposa Joe Di Maggio il 14 gennaio del 1954 e, mentre si trova con lui in viaggio di nozze in Giappone, dopo nemmeno un mese, con i giapponesi che hanno occhi, flash e sorrisi solo per lei, approfitta dell’essere già in loco per la tappa coreana canora. Di Maggio s’infuria e intanto ad accompagnare l’attrice va la moglie del testimone di nozze dell’atleta, quella Jean O’Doule che altri non è, con le sue parole, la narratrice (doppiata) anche nel documentario dei quattro giorni di Marilyn con i soldati.

Scene già viste con Danny Kaye o Marlene Dietrich, tra gli altri, pochi anni prima sul fronte della Seconda guerra mondiale, ma qui assumono l’esasperazione del mito. In uno degli ultimi concerti, infatti, quello al “Bulldozer Bowl” davanti a 75mila fanti e graduati, l’arena diventa una bolgia infernale, con i soldati che devono essere contenuti dalla polizia militare per non sfondare verso la diva che ancora deve salire sul palco. Lei, allora, candida e sorridente (avete mai visto Marilyn non sorridere?), si dona come fosse davvero un corpo e un’anima prestati alla massa adorante. Si avvicina alle prime file, si china, parlotta, si mette in posa per le foto, attende che gliene facciano in tanti, sgonfia il subbuglio, insomma. Marilyn si fonde con la folla. Diventa in quegli attimi una leggenda. E dal 1955 la sua carriera piegherà verso un ulteriore, più pulito e indipendente successo.

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