C’è una frase che ogni estate torna puntuale davanti al banco dei surgelati o al chiosco in spiaggia: “Ma questo gelato non era più grande?”. La risposta, sempre più spesso, è sì. Negli ultimi anni molti dei gelati confezionati più popolari hanno perso qualche grammo, qualche millilitro o semplicemente un po’ di volume. Una differenza quasi impercettibile a occhio nudo, che però si fa sentire quando si guarda il prezzo. È uno degli effetti più evidenti della cosiddetta “shrinkflation”, una pratica sempre più diffusa nell’industria alimentare che consiste nel ridurre la quantità di prodotto venduta mantenendo invariato il prezzo oppure aumentandolo.
Il termine nasce dall’unione delle parole inglesi “shrink” (restringere) e “inflation” (inflazione) e descrive un fenomeno che molti consumatori sperimentano senza rendersene conto. Invece di ritoccare verso l’alto il prezzo esposto sullo scaffale, le aziende riducono il contenuto della confezione. Il risultato è che si paga di più per ogni grammo o millilitro acquistato. Il gelato è uno degli esempi più evidenti perché si tratta di un prodotto associato all’acquisto impulsivo e al piacere stagionale. In pochi, davanti al freezer del supermercato, si mettono a confrontare il peso di uno stecco o di un cono con quello di qualche anno fa. Eppure le differenze esistono. Diverse associazioni dei consumatori hanno rilevato una progressiva riduzione delle porzioni in numerosi prodotti iconici del mercato italiano, accompagnata da aumenti significativi dei prezzi.
La questione non riguarda soltanto i gelati. Lo stesso fenomeno è stato osservato negli anni per merendine, snack, biscotti, bevande e prodotti da dispensa. Cambiano le dimensioni, ma spesso il packaging rimane quasi identico. È proprio questo uno degli aspetti più contestati dalle associazioni dei consumatori: il rischio che il cliente non si accorga immediatamente della riduzione del contenuto.
La shrinkflation e il nodo irrisolto della trasparenza
Dietro questa strategia ci sono ragioni economiche precise. Negli ultimi anni le aziende hanno dovuto fare i conti con l’aumento dei costi delle materie prime, dell’energia, dei trasporti e degli imballaggi. Ridurre leggermente il peso di un prodotto permette di contenere l’impatto sui margini evitando, almeno in parte, il rischio di spaventare i consumatori con rincari troppo evidenti.
Il problema, però, è la trasparenza. Per questo il tema è finito anche sul tavolo della politica. L’Italia ha introdotto una norma che punta a obbligare i produttori a segnalare chiaramente quando una confezione contiene una quantità inferiore rispetto al passato. L’obiettivo è consentire ai consumatori di capire subito se stanno acquistando meno prodotto rispetto a prima.
L’entrata in vigore delle nuove regole, tuttavia, ha già subìto diversi rinvii e il confronto con la Commissione europea è ancora aperto. Bruxelles ritiene che alcune modalità previste dalla normativa italiana possano creare ostacoli al mercato unico e ha chiesto modifiche al testo. Nel frattempo, l’unica vera arma resta leggere con attenzione le etichette e soprattutto il prezzo al chilo o al litro, l’indicatore che permette di capire quanto stiamo pagando realmente un prodotto al di là delle dimensioni della confezione.