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“Abbiamo versato quote d’ingresso fra 4.000 e 50.000 euro e sono spariti nel nulla”: da Tronchetti Provera a Moratti, la class action dei vip contro The Core, il nuovo club esclusivo di Milano

Da Tronchetti Provera a Moratti: 700 soci del club esclusivo The Core ora vogliono riavere i soldi versati

di Januaria Piromallo e Roselina Salemi
“Abbiamo versato quote d’ingresso fra 4.000 e 50.000 euro e sono spariti nel nulla”: da Tronchetti Provera a Moratti, la class action dei vip contro The Core, il nuovo club esclusivo di Milano

L’hanno già battezzata ”la class action dei ricchi”. Di solito parliamo di class action per un prodotto difettoso o una bolletta contestata. Qui invece, e anche per questo, le reticenze sono tante, il pasticcio riguarda The Core, un club super-esclusivo con sede in uno storico palazzo in corso Matteotti 14, a pochi passi dal Duomo e da piazza San Babila, copia o spin off di quello newyorkese. Nelle brochure si vantano ristoranti, terrazze panoramiche, spazi per eventi, biblioteca, galleria d’arte, sale riunioni, aree wellness e ambienti riservati al networking internazionale. Grande entusiasmo. Secondo le ultime ricostruzioni 700 soci avrebbero (il condizionale è d’obbligo, nel silenzio generale) versato quote di ingresso fra 4.000 e 50.000 euro, o secondo alcuni tra 8.000 e 26.000 più Iva. Basta una calcolatrice per capire che in linea teorica, la raccolta potrebbe oscillare tra 7 e i 18 milioni di euro. Gli iscritti? Il meglio dell’’élite economica e professionale milanese: Nino Tronchetti Provera, Giovanni Del Vecchio, Angelo Moratti, Marialuisa Gavazzeni Trussardi, Antonio Versace, Remo Ruffini, Andrea Recordati ed Emanuela Galtrucco (e tanti altri). Il progetto, datato 2019, resta sulla carta. I lavori di ristrutturazione vanno a rilento, il cantiere accumula ritardi e le date di apertura vengono rinviate. Poi i nomi delle fondatrici, Jennie e Dangene Enterprise, considerate imprenditrici visionarie, vengono accostati agli Epstein files, e questo polarizza ulteriormente l’attenzione sul caso.

Il vero punto di svolta nell’intricatissima vicenda arriva l’anno scorso con il contenzioso immobiliare. La società Core Matteotti Srl, titolare del contratto relativo all’immobile, viene prima data in pegno a favore di Reinvest come garanzia di un finanziamento da 500 mila euro e successivamente ceduta al prezzo simbolico di un euro alla stessa Reinvest che decide di accollarsi i debiti pur di preservare il contratto sull’immobile. Un successivo accordo di sublocazione avrebbe dovuto consentire a The Core di occupare gli spazi una volta completati i lavori. Tuttavia, secondo Reinvest, le garanzie economiche richieste (10,2 milioni) non sarebbero mai state presentate. Nel febbraio 2026 il contratto viene considerato risolto per inadempienza. E il palazzo esce dalla disponibilità di The Core. La pazienza, dopo sette anni di attesa, è finita. E arrivano gli avvocati. Un drappello di soci si rivolge allo studio legale e tributario Lexia per avviare azioni coordinate e recuperare le quote versate. Altri consultano lo studio legale Pizzoccaro di Brescia che deposita un esposto in Procura. Altri ancora promuovono cause individuali, mentre la class action diventa una possibilità concreta. Il club è rimasto un sogno (a parte qualche evento in location provvisorie) e nessuno è disposto a offrire dettagli. Bocche cucite, dichiarazioni “tisiche”, i danneggiati (anche d’immagine pubblica) preferiscono trincerarsi dietro un “sentiamoci in un altro momento”.

L’imprenditore Nino Tronchetti Provera l’ha presa con filosofia: “Non ho partecipato alla class action. Ci sono battaglie che vale la pena di combattere, questa non lo è. I soldi li ho persi e ci ho messo una pietra sopra“. Quanto costò l’iscrizione? “Non lo ricordo. Le cose brutte le rimuovo”. Fantastico progetto far parte di un circolo, il più esclusivo fra gli esclusivi, essere soci fondatori, un gotha nel gotha per decidere l’iscrizione dei futuri soci: chi dentro, chi fuori, chi in stand by nella chilometrica lista d’attesa per conquistarsi un posto nel “paradiso” dei pochi eletti. Promesse che non hanno avuto riscontro. Raggiungiamo Eddy De Vita, imprenditore napoletano dal buon fiuto, a Milano da trent’anni, marito di Emanuela Galtrucco, erede della storica famiglia milanese: “Mi perdoni, ci possiamo sentire più avanti”, risponde cortese al telefono. “Più avanti, quando?” Poi cerchiamo di capire perché le quote non sono tutte uguali. A parte i livelli diversi di membership, chi porta altri soci ha diritto a uno sconto. “Mi hanno chiamato 26 amici persuadendomi che dovevo assolutamente iscrivermi. Alla fine mi hanno convinto”, conclude Nino Tronchetti Provera, bello e fascinoso: il suo nome era sicuramente un magnete per gli aspiranti a un posto nel club. Pentito? “No, ribadisco, ho archiviato la vicenda”.

Negli ultimi anni Milano si è innamorata del clubbing di lusso. Non semplici locali, ma ecosistemi sociali dove relazioni, affari e prestigio si mescolano. Casa Cipriani (6000 euro la quota annuale, ci racconta una socia, ma gli under 30, fortunati loro, pagano solo 2000 per gli stessi servizi), The Wilde, e l’attesissimo Soho House, nel palazzo che ospitava il defunto Cinema Arti, più una lunga serie di indirizzi esclusivi hanno trasformato l’accesso in un nuovo status symbol. Non conta soltanto dove vai, ma chi incontri e chi sa che tu sei lì. The Core aveva capito questo meccanismo. La promessa non era quella un ristorante migliore di altri, ma di un inarrivabile networking: imprenditori, manager, professionisti e grandi famiglie dell’economia italiana. Ora finirà tutto in tribunale. Jennie e Dangene però non si arrendono e dichiarano di aver già fatto importanti investimenti. Lo scorso 26 aprile, hanno mandato una email ai membri del club per rassicurarli. Ribadiscono la volontà di andare avanti: «è il privilegio della nostra vita combattere per costruire il futuro di questa incredibile community di Core: Milano».

Uno dei 700 che vuole dire la sua ma ha preso tutte le precauzioni per non farsi conoscere/rintracciare e ha versato una bella cifra, racconta proprio questo: “Mi hanno prospettato grandi relazioni, un mondo al quale non avrei mai avuto accesso. Milano è fatta di circoli e di cerchi concentrici. Io ero in quello più esterno, e in quello più interno non sarei mai entrato. Così ho colto l’occasione. Quando sono arrivato a Milano, moltissimi anni fa, e cercavo casa, mi hanno detto di prenderne una entro la terza cerchia dei Navigli se volevo che qualcuno venisse a trovarmi, o meglio, di trovarne una nella seconda, se volevo che qualcuno mi invitasse a cena, ma dovevo averla nella prima se volevo contare qualcosa. Quel club mi sembrava un bel biglietto di ingresso. Invece somiglia più a uno specchietto per le allodole”. Core senz’ anima.

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