“Sono arrivata a Londra con due valigie ed è diventata la mia casa. E ho fatto il salto nel vuoto di lasciare il posto fisso”
Era il 31 dicembre 2013 quando Flavia Brutti è salita su un aereo diretto a Londra con due sole valigie. Non immaginava che quella scelta avrebbe cambiato radicalmente il suo futuro. Laureata in Lingue e Letterature Straniere a Milano e già inserita nel settore dell’ospitalità di lusso, si trasferì nel Regno Unito grazie a un’opportunità interna all’azienda per cui lavorava. Dodici anni e mezzo dopo, Londra è diventata la sua casa: un marito, due figli e un’attività imprenditoriale costruita da zero che nel 2021 le è valsa il riconoscimento “Talented Young Italians” della Camera di Commercio Italiana nel Regno Unito, nella categoria “Industry and Commerce”.
“Mi sono trasferita già con un lavoro”, racconta a ilfattoquotidiano.it. “Lavoravo per un brand di hotel di lusso che aveva appena aperto una struttura a Londra e mi proposero una posizione. Accettai senza pensarci troppo”. Quello che inizialmente sembrava essere solo trasferimento professionale si trasformò però in qualcosa di molto più ambizioso. Dopo circa tre anni nella capitale britannica, Flavia decide infatti di lasciare il posto fisso e mettersi in proprio. Un salto nel vuoto che, almeno in Inghilterra, si rivela meno complicato del previsto. “Dopo anni trascorsi nel mondo dell’hospitality, avevo costruito una rete di relazioni preziose: operatori di settore, alcune tra le più importanti agenzie di viaggio in Inghilterra, hotelliers italiani che, di passaggio a Londra per lavoro, mi confidavano le storie straordinarie celate dietro ai loro hotel. Storie di famiglia e di una passione viscerale per l’arte dell’accoglienza, e del desiderio profondo di trasmetterla al mondo con autenticità. Fu ascoltando queste storie che compresi come tutto ciò potesse diventare qualcosa di più di una semplice conversazione. Poteva diventare una vocazione”.
Nasce così la sua società specializzata nella promozione di hotel indipendenti di lusso italiani e francesi nel mercato britannico. “Aprire una società in Inghilterra è facilissimo, questione di poche ore. La burocrazia è estremamente snella e accessibile. Certo, ho un commercialista, ma l’intero sistema è costruito per permettere alle persone di avviare un’attività senza grandi ostacoli”. Il lavoro di Flavia consiste nel vendere un’immagine dell’Italia, e della Francia, all’estero. Un ruolo che negli anni le ha fatto riscoprire il valore del Paese che aveva lasciato. “Da quando vivo fuori, mi sono resa conto di quanto l’Italia sia percepita come una destinazione straordinaria”, spiega. “Cultura, arte, paesaggi, cucina: abbiamo una varietà che pochissimi Paesi possono offrire. Si può passare dalle località di montagna al mare, dai laghi alle città d’arte. Quando vivevo in Italia tendevo a viaggiare all’estero durante le vacanze. Oggi invece sono felicissima di tornare e riscoprire continuamente luoghi nuovi”.
Un patrimonio che, secondo lei, dovrebbe tradursi anche in maggiori opportunità professionali per chi lavora nel turismo. “È un settore che in Italia potrebbe offrire molto di più. Abbiamo il maggior numero di siti patrimonio UNESCO al mondo e una domanda internazionale enorme. Eppure il mercato del lavoro rimane più lento rispetto ad altri Paesi”. Secondo Flavia, uno dei problemi principali è la difficoltà di fare impresa. “Conosco diversi colleghi che valutano il rientro in Italia, ma sono spaventati da ciò che li aspetterebbe come lavoratori autonomi. La percezione è che mettersi in proprio sia molto più complesso e costoso. Un esempio per rendere l’idea: aprire una società in Inghilterra è molto semplice, non c’è bisogno di avere la partita IVA. Questo semplifica le cose moltissimo”.
Nel frattempo la vita londinese è cambiata. Sono arrivati due figli, oggi di sette e undici anni, e la sfida di conciliare lavoro e famiglia. “A Londra le opportunità per continuare a lavorare essendo madre esistono, ma hanno un costo molto elevato”, racconta. “Quando è nato mio figlio lavoravo come dipendente e sono rientrata dopo sei mesi. Con mia figlia invece diciamo che non ho avuto una vera maternità. Mi sono organizzata con una nanny e mi sono rimboccata le maniche. Più che il sistema, è stata la determinazione personale a permettermi di continuare”. Un altro tema centrale è la trasmissione delle proprie radici ai figli cresciuti all’estero. “Parliamo italiano in casa, li portiamo spesso in Italia e frequentano una scuola italiana una volta a settimana. Voglio che capiscano che la lingua non è soltanto quella che usano con mamma e papà, ma uno strumento per creare legami e sentirsi parte di una cultura”. La Brexit, nel frattempo, ha cambiato profondamente il panorama che lei aveva trovato nel 2013. “Io mi trasferii quando bastava decidere di partire. Oggi non è più così. Serve il visto, sponsorizzazioni aziendali e procedure più complesse, molte opportunità spontanee non esistono più”. Nonostante tutto, Flavia continua a guardare al futuro con ottimismo. “Sono sempre speranzosa che il Regno Unito e l’Europa possano tornare ad avvicinarsi. La mobilità del lavoro è una ricchezza per tutti. Se oggi faccio il lavoro che amo è perché Londra mi ha dato la possibilità di provarci”. Ma non dimentica le proprie radici: “E proprio perché vivo all’estero ho imparato ad apprezzare meglio ciò che il nostro Paese ha da offrire”.
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