“Ci dispiace, ministra Calderone, ma noi ricercatori le opportunità in Italia non le vediamo” – La lettera
Nei giorni scorsi vi abbiamo chiesto di rispondere alle parole della ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone, che ha elogiato il mercato del lavoro italiano e le tutele garantite ai giovani, invitandoli a farsi esperienze all’estero ma poi a tornare nel “Paese più bello del mondo”. Ci avete sommerso di mail, a conferma che la narrazione della ministra non trova riscontro nella realtà con cui quotidianamente si scontrano precari, disoccupati ed expat. Tra quelle ricevute c’è la lettera dell’Associazione dei Ricercatori a Tempo Determinato – ARTeD che denuncia la situazione stagnante in cui vivono i precari della ricerca. Ve la proponiamo qui per intero. Continuate a scriverci su fattocervelli@gmail.com.
di Associazione dei Ricercatori a Tempo Determinato – ARTeD
Come associazione dei ricercatori universitari precari ci sentiamo particolarmente coinvolti quando si parla di “cervelli in fuga”. Per chi intraprende la carriera universitaria arriva infatti sempre il momento in cui gli viene suggerito di andare all’estero. Suggerimento che è spesso ben giustificato. Praticamente in qualunque altro paese sviluppato le università sono meglio finanziate e le posizioni in pre-ruolo meglio pagate che in Italia. Il precariato tende anche a durare significativamente di meno.
Nel contesto della fuga verso l’estero, come riportato dal Fatto Quotidiano in data 25 luglio 2026, la Ministra del Lavoro On. Calderone ricorda come sia “…certamente importante anche aprire le proprie categorie mentali e vivere anche guardando a nuovi contesti, ma l’importante è poi sapere anche fare delle valutazioni”. Proviamo a quindi a fare queste valutazioni nell’ambito che conosciamo meglio e analizzare l’azione del governo su questo campo.
L’età media di un ricercatore a tempo determinato (quindi con un contratto che non gli consente neppure di richiedere un mutuo se non ha un garante) è 37 anni. L’età media a cui si diventa professore associato è 41. Tradotto: la stabilizzazione arriva in media 17 anni dopo la laurea e 26 prima della pensione. Non un percorso allettante per chiunque desideri costruire una famiglia. La possibilità di raggiungere la stabilizzazione è anche particolarmente risicata. Alla fine del 2023 erano presenti circa 8600 ricercatori a tempo determinato di tipo a (RTDa) e 20000 assegnisti di ricerca. Quindi quasi 30000 posizioni prive di una concreta possibilità di stabilizzazione. Erano inoltre presenti 69 ricercatori a tempo determinato di tipo tenure track (RTT), ovvero con concrete possibilità di stabilizzazione.
Oggi, circa 3 anni dopo, la maggior parte dei contratti di RTDa e assegnista di ricerca in essere a fine 2023 è scaduta o sta per scadere. Sono ad oggi attivi circa 5000 RTDa e 15000 assegnisti di ricerca a fronte di solamente 3300 RTT. Anche ammettendo che tutti gli RTT attualmente in servizio siano stati fra i precari a cui è scaduto il contratto, parliamo circa di 1/3.
Questa probabilità, già di per sé non lusinghiera, è destinata a precipitare. Dal 2023 a oggi il Fondo di Finanziamento Ordinario, principale entrata degli atenei, è cresciuto mediamente meno dell’1,5% annuo (ovvero significativamente meno dell’inflazione). Le spese per il personale sono cresciute del 6% annuo nello stesso periodo. Gli atenei sono vincolati a non spendere oltre l’80% delle loro entrate in stipendi del personale. Mediamente gli atenei italiani spendono il 70% o più delle loro entrate per gli stipendi del personale. Il rapporto è quindi destinato a salire e a raggiungere (in circa 2 anni) la soglia oltre la quale non si fanno più ulteriori spese per il personale, fra cui niente nuove assunzioni.
La ministra afferma che siamo “il paese più bello del mondo con delle grandi opportunità”. Sulla base di quanto enunciato, la nostra prospettiva è quella di un precariato decennale con scarse possibilità di stabilizzazione, e di non avere una famiglia e un’indipendenza economica fino ad oltre i 40 anni. Abbiamo chiesto che venisse aumentato il Fondo di Finanziamento Ordinario e ci è stato detto che le università straripano di soldi che non vogliono spendere. Abbiamo chiesto quindi di alleggerire l’indice di spese personale del costo per i contratti precari in modo da consentire una maggiore libertà di spesa agli atenei e l’emendamento è stato respinto.
La dotazione dei progetti di ricerca nazionali dedicati agli under 40 è stata ridotta rispetto al 2022, sia in termini relativi che in termini assoluti. La possibilità, dedicata a chi ha un lungo servizio pregresso di accelerare il percorso di stabilizzazione, è nei fatti negata nella maggior parte degli atenei. Il piano straordinario per i ricercatori PNRR, per quanto positivo, è legato a vincoli di cofinanziamento quindi gli atenei, essendo vincolati a non spendere, non ne fanno uso.
Ci dispiace ma noi ricercatori, colpevoli di aver studiato e di aver dedicato la nostra vita allo studio, le opportunità in Italia non le vediamo. Sarebbe importante costruirle, le persone non lasciano il proprio paese perché desiderano cambiare. Lo fanno perché sono disperate. Suggeriamo quindi una maggiore interazione con il MUR per migliorare le opportunità di carriera che vengono offerte in patria ai ricercatori precari. Consigliamo inoltre di seguire il proprio suggerimento e “guardare a nuovi contesti” ovvero il lavoro precario dove ci sono notevoli spunti per capire come mai le persone emigrano.
Forniamo quindi, un estratto di una goccia del mare di disagio che affoga la nostra categoria. Sono dichiarazioni di precari dell’Università Italiana, in forma anonima. Le storie complete sono reperibili insieme a molte altre sui nostri canali social (Ig: @artedricercatori – Fbk: /artedricercatori) e sono a disposizione di chiunque voglia ascoltare.
“Tornando indietro, non sceglierei questa strada, che mi ha portato a fatiche psicologiche e fisiche ben superiori a quelle che la mia malattia avrebbe potuto causare.”
“Io, cervello di rimbalzo. Rientrato per il PNRR, ora tornerò in Francia.” (Articolo del 17/05/2026 su Repubblica)
“Dopo specializzazione, dottorato, anno all’estero, cinque anni da RTDa, dovrò mandare la domanda per un assegno. Un’umiliazione che non avrei mai immaginato..”
“Dopo anni di precariato, pensavo finalmente di aver raggiunto un traguardo importante e, invece, mi sento preso in giro.”
“Tutto il mio impegno, sacrificio e la mia carriera accademica si riducono a un buco nell’acqua, mentre i 30.000 ricercatori come me stanno vivendo lo stesso incubo.”
“Non so quanti soldi ho speso in psicoterapia. Più che essere arrabbiat* avevo l’autostima ridotta a zero e continui attacchi di ansia.”
Non un quadro degno del “paese più bello del mondo con delle grandi opportunità”.