Arrivano gli Iron Maiden a San Siro e Steve Harris dice al Corriere della Sera che per lui, appassionato di calcio, suonare lì “ha un valore doppio”. Allo stadio meneghino, il bassista della band metal c’è stato tanti anni fa “a vedere l’Inter” e con l’Italia il suo rapporto è forte, sin dalla prima volta: “Nel 1980, eravamo di supporto ai Kiss. Ricordo fan impazziti che cercavano di scavalcare per entrare. Fu la nostra consacrazione, capimmo che avremmo potuto suonare fuori dall’Inghilterra”.
Si parla anche di influenze: “Ascoltavamo un sacco di musica e non necessariamente hard rock: mi piaceva molto il prog, i Genesis, i Jethro tull… Ma è stato decisivo anche quanto ho ascoltato nella mia adolescenza, in casa”. E allora chi è stato decisivo? “I Beatles soprattutto: me li fece conoscere mia zia”.
Dal passato nelle giovanili del West Ham all’album che hanno chiamato X Factor ma trent’anni fa, quando i talent erano ancora lontani. Talent che, dice Harris, non crede li avrebbero visti mai tra i concorrenti: “Abbiamo partecipato a un solo concorso, agli esordi, e siamo arrivati secondi: in palio c’era un microfono…”.
E quando gli chiede coma mai il metal si vivo, più che vivo, non ha dubbi: “Penso che sia un genere di sostanza. Ma è anche una questione identitaria: i metallari si sentono degli outsider, gli indiani mentre tutto intorno ci sono i cowboy. Mi ricordano un po’ i tifosi quando indossano le nostre magliette”.