Arrivare a Ponza significa, prima di tutto, arrendersi a un colpo d’occhio che non ammette abitudine. Vista dal traghetto che popola le rotte da Formia o Anzio, l’isola si rivela come un enorme acquerello verticale: case color pastello addossate le une alle altre lungo l’anfiteatro naturale che va dalle colline della Madonna fino a Punta Bianca. Rosa, giallo ocra e azzurro tenue si specchiano nel blu del Tirreno, interrotti solo dal rosso carico dell’antico faro. Questa sottile lingua di terra vulcanica, che Montale definì “un microcosmo a sé, un’isola scontrosa e bellissima”, custodisce un incanto antico che la sfrenata mondanità agostana – quella che attira da sempre celebrity del calibro di Beyoncé o Leonardo di Caprio – riesce solo a scalfire. La vera anima di Ponza emerge quando i riflettori si spengono, il profumo del finocchio selvatico riconquista i sentieri e il tempo rallenta. Il nostro viaggio è iniziato proprio seguendo questo ritmo lento, dove la storia romana si intreccia a una straordinaria e modernissima vocazione alla sostenibilità. Grazie al supporto e alla guida dell‘Associazione Turistica Pro Loco di Ponza, sempre in prima linea nella valorizzazione del territorio, la prima tappa ci ha portati nelle viscere dell’isola con la visita alla Cisterna Romana della Dragonara, un’imponente opera ingegneristica millenaria che i Romani utilizzavano per convogliare l’acqua piovana, trasformando Ponza in un fondamentale “autogrill del mare”.
In questo scenario ipogeo carico di suggestione, abbiamo degustato i vini dell’Azienda Agricola Enrico Pouchain, un perfetto esempio di viticoltura eroica locale. La serata si è conclusa con una cena al ristorante Acqua Pazza, tempio della cucina gourmet sul porto borbonico, dove il pesce freschissimo sposa una ricerca formale impeccabile. Il giorno successivo ha messo in luce il futuro green dell’isola. Durante un aperitivo-degustazione, è stato presentato il progetto “Ponza Blue Taste”, un’iniziativa focalizzata su innovazione e sostenibilità per la filiera ittica locale. In seguito, l’attenzione si è spostata sulla mobilità sostenibile con “Ponza in sella”, un progetto nell’ambito di “Bici in Comune” che mira a trasformare Ponza in un’isola che pedala, promuovendo l’uso delle due ruote tra i vicoli e le strade panoramiche che salgono verso Le Forna. Dopo un pranzo all’Antica Favara, la giornata è proseguita con un giro panoramico a bordo dei tipici taxi, mezzo ideale per cogliere gli scorci più alti e spettacolari della costa, prima di concludersi al ristorante Il Melograno, all’interno del Grand Hotel S. Domitilla, dove la tradizione culinaria ponzese viene declinata con sobria eleganza. Ma Ponza, per essere compresa davvero, va vissuta dal mare. A bordo di un gozzo per un’esperienza di pescaturismo, abbiamo circumnavigato l’isola spingendoci fino alla vicina e selvaggia Palmarola. Il mare qui ha sfumature uniche (la leggenda narra che una pittrice inglese passò anni a cercare di riprodurre quel particolare “verde Palmarola”).
Navigando lungo la costa ponzese, si incontrano le Grotte di Pilato – straordinarie piscine-ninfei scavate nel tufo bianco a pelo d’acqua dove i Romani allevavano le murene – e i faraglioni di Lucia Rosa, legati alla triste storia ottocentesca di una giovane che si gettò nel vuoto per un amore proibito. Poco più avanti, si apre l’anfiteatro di Chiaia di Luna. Proprio qui sorge l’incantevole Hotel Chiaia di Luna, perfetto rifugio per un magico soggiorno sull’isola. Una maestosa parete di tufo bianco e giallo a strapiombo sul mare. Oggi la spiaggia è inaccessibile da terra per ragioni di sicurezza, ma l’emozione di gettare l’ancora nella sua baia turchese, dove i fondali sono così limpidi da essere stati scelti da Wes Anderson per girare alcune scene de Le avventure acquatiche di Steve Zissou, rimane impareggiabile. Dopo una sosta alle piscine naturali, il rientro al porto è stato scandito da un aperitivo al tramonto presso il Relais Solis, seguito da una memorabile cena d’addio al ristorante Punta Bianca, dove i sapori iodati e l’accento dei marinai, a metà tra Anzio e l’eredità partenopea dei Borboni, ricordano che qui la cucina è identità. Lasciare Piazza Carlo Pisacane, con la sua passeggiata sopraelevata, la torre borbonica e i profumi dei forni storici, porta con sé una sottile malinconia. Ponza è un miracolo di roccia, mito e mare che chiede di essere conquistato con rispetto. Che si tratti di esplorare i sentieri di trekking verso Punta Incenso tra mirto e ginestre, o di immergersi nei suoi fondali ricchi di reperti archeologici, l’isola della Maga Circe continua a esercitare il suo magnetismo. Un microcosmo fragile e fiero che, oggi più che mai grazie ai nuovi progetti di tutela della filiera ittica e della mobilità pulita, scommette sul proprio futuro senza perdere un briciolo della sua intramontabile e stralunata bellezza.
