Mussolini e le verità nascoste. Il ritorno di Massimo Giletti su Rai3, lunedì 8 giugno alle 21.15, è di quelli esplosivi. A un paio di mesi di distanza dalla chiusura anticipata, non senza polemiche, di Lo stato delle cose, il celebre conduttore televisivo torna in prima serata Rai con uno speciale legato ad uno dei misteri più oscuri del lungo elenco presente nella storia italiana. Grazie a documenti inediti recentemente desecretati in Gran Bretagna, alla registrazione di una preziosa testimonianza primaria e al ritrovamento di un’arma fino ad oggi mai recuperata, Giletti riapre il vaso di Pandora dell’uccisione di Benito Mussolini, mai realmente archiviata nei dettagli, e della reale consistenza del cosiddetto “Oro di Dongo”, il tesoro che il Duce trascinò con sé fuggendo da Milano la sera del 25 aprile 1945 dove si troverebbe l’altrettanto mai ritrovato carteggio Churchill–Mussolini. “Non immaginare un Giletti in studio con gli ospiti. Lo speciale di Rai3 è un’esterna totale, un Giletti inedito che va in giro nei luoghi in cui Mussolini provò a scappare per poi essere catturato dai partigiani e infine fucilato”, spiega il giornalista in esclusiva a ilfattoquotidiano.it.
Certo che con uno speciale su Mussolini in molti diranno che è il segno ulteriore dell’affermazione di Telemeloni.
“(Giletti ride ndr)”
Dove e quando nasce il suo interessamento per la figura storica del Duce?
“Già sui banchi del liceo classico ero appassionato di storia. Negli anni Novanta, quando lavoravo con Minoli, assieme al collega Enzo Cicchino, creammo un servizio sulla morte Mussolini dove cercammo di rispondere a molti interrogativi sollevati dallo storico Renzo De Felice. Mi ha sempre incuriosito saperne di più sulla tragica morte di Mussolini come del periodo che va dal 1943 a 1945. Sono dell’idea che in fondo sono sempre i vincitori che raccontano la storia. Quindi mi sono rifatto ad uno degli insegnamenti di Minoli: ricordati che esistono verità parallele. Quando faccio la mia televisione seguo sempre il suo esempio del treno che va su un binario, ma su questo binario corrono due rette: è vero sono vicine, ma possono raccontare fatti diversi. Ho la sensazione che questa fase storica italiana abbia avuto sottotracce inesplorate”.
Perché si è affermato questo alone di mistero e di mezze verità attorno alla dinamica dell’uccisione di Mussolini, mentre ad esempio piazzale Loreto rimane un dato storico inconfutabile in quanto filmato e mostrato da decenni?
“È l’interrogativo da cui partiamo per questo speciale. I misteri sono diversi. Bisogna calarsi in quegli anni. Sandro Pertini disse che a Piazzale Loreto fu un episodio dove “l’insurrezione venne disonorata”. In quel periodo c’era la guerra civile e nessuno faceva sconti all’altro. I fascisti compirono efferatezze terribili. Probabile che sulla questione del Duce bisognasse risolvere tutto in fretta. Si aveva paura che potesse esserci una Norimberga italiana. Per me è stato un vero errore non perseguirla. Alcuni gerarchi sono stati giustiziati davanti a diverse persone sul Lago di Como, Mussolini no. Compirono un’operazione rapidissima: forse non si fidavano dei partigiani che avevano catturato il Duce? Avevano paura che il Duce potesse essere catturato dagli Alleati? Che potesse parlare?”
La storia non si fa con i “se”, ma un processo ai gerarchi e ai crimini fascisti avrebbe direzionato la storia del paese in maniera radicalmente diversa.
“Credo che l’obiettivo di tanta rapidità di disfarsi di Mussolini fosse quello di evitare un processo che avrebbe potuto rivelare ciò che del fascismo si ignorava. Anche cose scomode. Sotto interrogatorio per salvarsi la vita qualche personaggio avrebbe potuto raccontare cose nascoste. E avrebbe costretto tutti gli italiani a farsi un esame di coscienza: 40 milioni di italiani erano fascisti e un attimo son diventati antifascisti? Ancora oggi sento dire che non abbiamo fatto i conti col fascismo, probabilmente perché non c’è stato un processo di questo genere che avrebbe costretto tutti ad un esame di coscienza su come gli italiani avevano fatto a seguire un uomo così”.
Torniamo ai fatti di quelle ore. Mussolini fugge da Milano la sera del 25 aprile e a Como raggiunge una colonna di tedeschi anch’essi in fuga.
“L’ultimo mezzo di quel convoglio è un furgone pieno di documenti segreti a cui il Duce teneva moltissimo. Quel mezzo all’improvviso ha problemi al motore e si ferma nel paesino di Garbagnate. Da quel momento non si ha più traccia delle presunte dodici casse poste all’interno del mezzo e che contenevano documenti e tesori che Mussolini riteneva fossero importantissimi”.
Dal punto di vista storiografico cosa ci fosse dentro a quelle sono mere speculazioni. Una vera lista del contenuto non c’è mai stata.
“Ecco, vedi qual è la forza di fare inchieste a distanza di tempo? Magari hai la soffiata giusta, magari vai in Inghilterra, magari si apre un archivio segreto, magari trovi un professore e magari questo ti consegna una parte di un documento, magari desecretato il 1 gennaio 2026, che ti apre nuovi scenari. Quindi inizi a mettere insieme pezzi, quindi senza forse quei documenti c’erano e sappiamo dove stanno. Non posso dire di più. Bisogna attendere lo speciale di lunedì 8 giugno”.
Di recente è stato pubblicato Nero di Londra di Fasanella (Chiarelettere) dove si parla della pista inglese preponderante nella costruzione della leadership fascista mussoliniana: è un tema che torna nei suoi ritrovamenti?
“Noi abbiamo la prova di agenti e finanziamenti inglesi da documenti desecretati da poco. Il riscontro dai documenti nuovi è l’interesse degli inglesi di infiltrare anche nelle formazioni partigiane, proprio dei gruppi specifici con precise strategie. Sono dati messi nero su bianco. Dopodiché c’è la questione della presenza di Churchill dal settembre 1945 sul lago di Como sotto falso nome. Rimane lì per diverso tempo e faccio fatica a credere che fosse lì, come detto, per dipingere”.
Poi girando in lungo e in largo vicino Dongo ha incontrato un signore quasi centenario…
“Era il chierichetto di don Gusmaroli che nell’aprile del 1945 era parroco di Gera Lario, un paesino a qualche chilometro sopra Dongo. Questo vecchietto mi racconta che il sacerdote era legato ai partigiani e nascose in una tomba dentro la sua chiesa i documenti del carteggio Churchill-Mussolini”.
Quindi il mai ritrovato carteggio tra i due leader esisterebbe?
“Allora, noi possiamo parlare di un vecchio signore che riporta le parole del sacerdote sentite quando lui era ragazzino. Quando viene fermato il Duce il 27 aprile del ’45 a Dongo ha una cartella che non lascia mai. Dirà al partigiano “Bill” (Urbano Lazzaro) che lo prese in consegna che su queste carte “c’è il passato e il futuro dell’Italia”. Carte che prima vengono portate e nascoste nella banca a Domaso, ma poi il partigiano “Pedro”(Pier Luigi Bellini delle Stelle) capisce che in tanti sanno di questi documenti e allora dà ordine a un partigiano della guardia di finanza di portarlo in un posto segreto. Questo dettaglio trova conferma nel racconto del testimone che abbiamo rintracciato”.
Esiste conferma della presenza tra questi documenti anche del famoso “dossier Umberto (il monarca ndr)?
“Si è confermato dalle nostre fonti. Il comandante Pedro, nobile fiorentino d’origine, decide di dare quella parte alla casa monarchica. Erano documenti troppo compromettenti”.
Infine c’è la parte più materiale dell’Oro di Dongo: denari e lingotti della banca della repubblica sociale.
“Ricordiamoci che anche i tedeschi in fuga avevano 33 milioni di lire e 80 chili d’oro. La parte italiana, secondo lo storico Gianni Oliva, andrebbe da mezzo miliardo al miliardo. Difficile avere una stima precisa. Noi però raccontiamo cosa succede ai due partigiani – il capitano Neri (Luigi Canali) della 52esima brigata e la staffetta Gianna (Giuseppina Tuissi) – che da buoni ragionieri fanno il verbale su quello trovato nella colonna. La fine è drammatica perché Neri e Gianna dopo aver consegnato materiale alla segreteria comunista di Como non sono mai stati più trovati vivi. Lo storico Luigi Festorazzi, che negli anni ha tenuto un rapporto stretto con la famiglia di Luigi Canali (Neri), dice nello speciale che è stato creato gruppo di partigiani comunisti che ha killerato persone anche del loro gruppo. I due sapevano e andavano eliminati”.
Facciamo un passo indietro: ad uccidere Mussolini non è stato Walter Audisio, il capitano Valerio?
“Sono convinto di no perché credo al segretario di Palmiro Togliatti, Massimo Caprara, che nel 1997 in un’intervista ricordò che il segretario comunista lo avvicinò, lo prese per un braccio e gli disse all’orecchio: “Non possiamo dirlo, ma ad ucciderlo fu Aldo Lampredi (il partigiano Guido) presente in quel frangente con il partigiano Valerio e il partigiano Gatti (Michele Moretti)”.
Perché allora spingere per “la versione Valerio”?
“Nel mio viaggio, ascoltando più voci, mi sono fatto l’idea che Mussolini dovesse essere ucciso da un partigiano qualsiasi. Era la rivolta della gente normale. Lampredi era invece un personaggio importante dentro al PCI. Dare il merito ad un ragioniere come Audisio era l’ideale. Moretti, il terzo presente di fronte a Mussolini e alla Petacci prima di essere uccisi, si è contraddetto su quegli istanti molte volte. In una intervista ad una radio francese del 1946, che abbiamo ritrovato, sembra quasi che non fosse lì. Moretti sarebbe quello che passa il suo Mitra Mas 38 ad Audisio perché il suo mitra Thompson si era inceppato. Mitra Mas 38 che io ho ritrovato a Tirana, in Albania, al Museo Storico Nazionale”.
Secondo la vostra ricostruzione è stato usato quel mitra per uccidere Mussolini?
“C’è una lettera scritta da Audisio nel 1957 di fianco a quel mitra dove specifica la matricola del mitra usato: “Con questo mitra ho ucciso il criminale di guerra Benito Mussolini”. La prima cosa che ho fatto quando mi hanno aperto l’involucro del mitra è la verifica della matricola. Ed era quella. Poi dall’autopsia virtuale che abbiamo fatto con il professor Fineschi, direttore di medicina legale a La Sapienza di Roma, abbiamo visto che sul lato destro del corpo del Duce c’erano due fori di Beretta calibro 9. Quindi non ha sparato solo il mitra, come si sostiene nella versione ufficiale, ma anche una Beretta mentre Mussolini era in vita. Beretta che non si è mai vista nella storia ma che apparirà durante lo speciale di lunedì. Sono riuscito a ritrovarla e questo è uno scoop. Dal 1969 era chiusa in una cassaforte. Storiograficamente è un dettaglio importantissimo”.
Niente più colpo di grazia al petto, quindi?
“Nella versione ufficiale si incepperebbero sia il mitra di Audisio che la pistola di Lampredi, ma nel cadavere di Mussolini ci sono due fori calibro 9 e non sono colpi di grazia. La dinamica generale è totalmente diversa dalla versione classica”.
Racconterete che Fineschi critica anche l’autopsia sul corpo del Duce fatta dal professor Cattabeni il 30 aprile del 1945.
“Cattabeni pur essendo un luminare dell’epoca non fece un’autopsia vera. Il corpo del Duce venne lavato prima, ad esempio. Poi fu spogliato anche se è una cosa che non va mai fatta, perché bisogna vedere se i fori che il cadavere ha corrispondono a quelli sui vestiti. E poi c’era un clima assurdo, il luogo era pieno di gente, molti sorridono. Queste immagini le faccio vedere. Sono tragiche, ma impressionanti. Fineschi sostiene che nemmeno è stata fatta una vera autopsia, ma usa un termine tecnico diverso. Anche le immagini più crude e dure vanno viste perché raccontano la verità”.
Meno male che la storia contemporanea era una sua “passione” giovanile…
“C’è fame di storia. Raccontata da un punto di vista critico, non ideologico. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di revisionismo, ma rispondo: revisionismo di che? Mussolini sappiamo tutti chi era. Non lo facciamo diventare il Mulino Bianco, però ci poniamo degli interrogativi su di lui, come agisse e pensasse”.
Mi ricorda l’affermazione che costò la carriera a Lars Von Trier a Cannes: “A volte mi fermo e mi chiedo, chissà cosa pensava Hitler mentre era nel bunker”. Venne allontanato dal festival come persona non grata.
“Anch’io vorrei capire che cavolo pensava Mussolini in quei momenti, perché non è fuggito con un aereo in Spagna, come fece la famiglia Petacci? È giusto porsi nella mente degli altri, ovviamente senza giustificarli. Sa cosa disse Palmiro Togliatti nel 1946 disse ai ragazzi della FGCI di Roma? Cercate di dialogare con i ragazzi che hanno scelto i vagoni piombati e non come voi che avete scelto la libertà. Cercate di capire perché. Solo capendo questo si può ricostruire un paese nuovo, perché siamo tutti italiani”.