Riempire gli istituti penali minorili è davvero la strada giusta per contenerne la devianza?
Il sistema della giustizia minorile, un tempo vanto del nostro paese, sta lasciando il posto a un nuovo ordinamento: il sistema della Giustizia Maranza.
Già da anni il contrasto alla cosiddetta devianza pare diventato una questione di ordine pubblico da gestire con pacchetti sicurezza (Prodi, Berlusconi, Gentiloni), Daspo urbani (sei decreti legge negli ultimi sette anni per mano di quattro governi differenti), direttive antidegrado, ordinanze di allontanamento.
Con il nuovo governo, dal decreto Caivano in poi, la tendenza si è esasperata grazie a uno stillicidio di provvedimenti: l’estensione della procedura di ammonimento davanti al questore ai bambini tra i 12 e i 14 anni, l’ampliamento della possibilità di detenzione in via cautelare dei minorenni, l’aggravamento di pena a seguito di fuga dalla comunità. Infine, poche settimane fa, la proposta, ribattezzata appunto “anti-maranza”, di rendere imputabili i minori tra i 14 e i 18 anni senza più la valutazione caso per caso disposta dal codice di procedura penale: un provvedimento che rende la valutazione del grado di maturità del singolo un onere della difesa (per chi se lo può permettere) e non più un accertamento dovuto.
Il nuovo approccio è stato chiarito dalla premier con poche parole di apparente buon senso: “chi sbaglia paga, anche se adolescente”. Che le cose siano così già oggi lo dicono i numeri: 20.000 minorenni e giovani adulti pagano per i loro reati, 18.000 presi in carico dall’Ufficio per i servizi sociali, quasi 2.000 ristretti in comunità o negli istituti penali. Per i paladini del nuovo ordine maranza non è sufficiente, le punizioni non sono abbastanza severe.
Decenni di letteratura scientifica e di cultura giuridica ci dicono che le competenze di autoregolazione degli impulsi maturano oltre i 18 anni? Che nel caso dei minori ogni sforzo va indirizzato nell’individuazione di misure alternative? Che la detenzione è l’ultima spiaggia? E chissene: basta sostituire la parola minore con un’etichetta dal sapore razzista (maranza da melanzana, annerito) e il gioco è fatto.
Dal 2022 al 2025 la presenza media giornaliera negli istituti penali per minorenni è passata da 382 a 588 maranza. Ma sovraffollare i venti istituti penali minorili disseminati lungo la penisola è davvero la strada giusta per contenere il fenomeno preoccupante della ‘devianza giovanile’?
Per rispondere a questa domanda è particolarmente indicata la lettura di un libro fresco di stampa, Dentro le mura, immersione in profondità nei fatidici I.P.M. guidata da Antonella Inverno, giurista esperta di diritti dei minori, da anni in prima linea con Save the Children. Oltre a fornire un quadro sintetico dei limiti dell’attuale sistema di giustizia alla prova di Caivano, l’autrice ha il merito di intraprendere la via dell’ascolto – quella più negletta oggi nella relazione con gli adolescenti – e di raccontarci dall’interno il mondo di chi imbocca la “strada sbagliata”, attraverso sei interviste urticanti ad altrettanti giovani che stanno percorrendo un accidentato quanto fallibile percorso di recupero.
Le parole di Giovanni, Giorgio, Simone, Karm, Jacopo ci portano dritte e senza fronzoli nei contesti dove si producono i reati. Quartieri chiusi “come una bolla”, dove “lo Stato non si fa mai vedere”, vedi “solo cose negative” e “sei uno scemo se vai a scuola”. Strade come sabbie mobili, dove “inizi con poco e poi ti ritrovi coinvolto”, e le “conoscenze del posto, anche se non vuoi, ti portano a fare cose che non vuoi”. Famiglie disgregate, dove “ogni giorno mangi il veleno”.
Lungi dall’essere alibi, le parole dei ragazzi sono esse stesse parte di un percorso di recupero che può iniziare davvero se, e solo se, si creano le condizioni per un’apertura di credito: quando da entrambe le parti si allenta il pregiudizio, senti “l’umanità” e cominci a vedere anche “le cose belle”.
Per contenere un fenomeno così complesso, si evince dalla lettura di “Dentro le mura”, le scorciatoie muscolari rischiano di fare più danno che altro perché, ricorda Giovanni, “il carcere nel 90% dei casi brucia ancora di più, ti fa uscire peggio, troppi ragazzi sono buttati così, senza un percorso”. Servono al contrario più servizi e più educatori nei territori e, quando si è costretti a percorrere la strada del contenimento, serve un sistema più capace di puntare su misure alternative ben congegnate e su istituti penali con al massimo 20-25 ragazzi, organizzati in forma comunitaria, più risorse per la formazione degli operatori, massima attenzione alle persone oltre che ai corpi.
Se la pedagogia mafiosa e le tratte del crimine portano nuove insidie nei nostri quartieri, l’ideologia della giustizia maranza (“definisci bambino!”) rischia di buttare a mare anni e anni di cultura giuridica e di intervento minorile giudiziario.