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La lettera del prof su Gaza, l’ispezione che non scopre nulla, la solidarietà: qualcosa non mi torna

Il caso del collega Massimo Sabbatini ha sollevato indignazione, interrogazioni parlamentari e una petizione da 15mila firme. Le domande restano: cosa cercava davvero l'USR Lazio?
La lettera del prof su Gaza, l’ispezione che non scopre nulla, la solidarietà: qualcosa non mi torna
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Mai avrei sperato che la storia riportata su questo blog un paio di settimane fa potesse diventare un caso nazionale, ripreso da altri media, commentato da influencer, rilanciato su siti e discusso in trasmissioni radiofoniche e televisive, denunciato da gruppi di docenti, come quelli dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola; e poi lettere di solidarietà di genitori, interventi di studenti e studentesse, persino di un gruppo di prèsidi in quiescenza sardi; e, ancora, 4 e più interrogazioni parlamentari, documenti sindacali, la solidarietà del mondo accademico. Una esplosione di indignazione. Con una petizione che, nei primi 4 giorni, ha raggiunto le 10mila firme e oggi viaggia ben oltre le 15mila.

Veniamo ai fatti. Il 6 luglio scorso un professore del liceo classico di Roma Francesco Vivona, Massimo Sabbatini, mio collega, invia a due ex alunni appena diplomati delle sue classi V – a esiti degli esami di Stato già pubblicati – un messaggio in cui sostanzialmente dice, con ferma delicatezza e con il supporto di citazioni letterarie estremamente significative: chiunque voi diventerete, ricordatevi che nei 3 anni in cui frequentavate il liceo c’è stato lo sterminio di Gaza. Ricordate che i colpevoli non sono solo quelli che lanciano bombe o droni. Restate umani.

Due giorni dopo, Il Tempo ne pubblica un resoconto sguaiato, manipolatorio e superficiale, sostenendo di aver ricevuto il messaggio stesso da uno studente anonimo; ma non scrivendo né il nome della scuola, né quello del docente. Sia detto tra parentesi: pochissimi giorni fa, lo stesso quotidiano romano pubblica un ulteriore articolo, “Il prof. pro Pal che indottrinava gli studenti ora fa la vittima”, altrettanto sconnesso e pretestuoso. Fa la vittima come? Massimo Sabbatini non ha mai rilasciato dichiarazioni sul caso prima della propria audizione.

Il giorno 9 arriva ai docenti maschi di latino e greco (sull’articolo del Tempo si parlava di “un docente di latino e greco di un liceo di Roma”) e ai rappresentanti di studenti e studentesse di tutte le classi V una convocazione, da parte dell’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio, priva di oggetto, se non un generico richiamo ad un “accertamento”, in cui vengono fissate per ciascuno di loro le date delle audizioni fino al 28 luglio. Immaginate gli studenti: hanno scoperto qualche falla nell’esame di Stato, dovremo rifarlo! Panico. Ma si ventila l’ipotesi che si tratti del messaggio del privato cittadino Massimo Sabbatini ai suoi ex studenti e studentesse. Ipotesi non peregrina, dal momento che l’USR Lazio e non solo – in particolare dopo le oceaniche manifestazioni del 22 settembre e del 3 ottobre per testimoniare indignata solidarietà al popolo gazawo – non è stato esente da incursioni a gamba tesa nelle scuole, per fermare il progredire della consapevolezza del genocidio. Quel giorno vengono auditi alcuni professori e alcuni studenti. A questi ultimi, gli ispettori chiedono addirittura il telefono, per controllare il messaggio inviato dal professore.

Quello stesso giorno, alcune/i docenti della scuola inviano a proprio nome ai rappresentanti degli studenti e delle studentesse delle classi V il medesimo messaggio che Massimo aveva inviato ai propri: siamo tutti/e Massimo Sabbatini.

Un’ampia maggioranza dei/delle docenti del Vivona comincia ad indignarsi: un’ispezione a scuola, che coinvolge ragazzi e ragazze, di cui nulla si sa ufficialmente, ma moltissimo ufficiosamente; il giorno 15 usciamo – grazie anche all’aiuto dell’Arci di Roma, che la pubblica – con una petizione, che nel giro di pochissimi giorni supera le 10mila firme e nel cui testo, peraltro, ci chiediamo per quale motivo l’USR – invece di coinvolgere ragazzi e ragazze, chiamati a fare o i delatori o i mentitori – non abbia controllato i nostri registri elettronici. Per quanto riguarda il mio, ad esempio, avrebbe trovato annotate le attività relative alla situazione israelo-palestinese, alla quale ho dedicato integralmente (si chiama Educazione Civica) le prime due settimane di scuola nelle mie 4 classi di triennio e altre ore nel corso dell’anno. Vi avrebbero trovato fonti storiche alle quali ho fatto riferimento; video; le discussioni guidate; persino le verifiche svolte. Perché – invece – tanto clamore?

Passano i giorni, intensissimi. Tutti parlano del caso, ormai – a due giorni dall’inizio delle audizioni – con nome e cognome pubblicamente acquisiti. Veniamo raggiunti da testate giornalistiche; decidiamo che – finché il procedimento sarà in corso – né Massimo Sabbatini né altri/e colleghi/e – coinvolti o no direttamente – debbano parlare con la stampa. Lo fanno per noi i nostri studenti e studentesse. Le audizioni continuano: viene mostrato dagli ispettori l’articolo del Tempo; si chiede se il soggetto audito abbia avuto notizia della comunicazione del prof. Sabbatini; si chiede – se si tratta di studenti o studentesse – se altri docenti abbiano parlato di Gaza nel corso dell’anno; se i prof del liceo “fanno pendere la storia da una parte o dall’altra”. Lo schema si ripete fino al giorno 21 luglio, quando una studentessa, dopo l’audizione, dichiara: “Durante il mio colloquio gli ispettori hanno cercato di creare un clima disteso, anche se mi è parso che non fosse stato lo stesso per tutti. […] A colloquio terminato mi hanno ringraziato per la mia partecipazione, specificando che l’ispezione aveva il fine di far emergere la verità riguardo a quello che era un articolo diffamatorio nei confronti del professore”.

Ultimo fatto: il giorno seguente, 22 luglio, gli studenti precedentemente convocati sono stati invitati a non recarsi all’audizione; non ce n’era più bisogno.

Proviamo a tirare le somme: perché l’articolo sarebbe stato diffamatorio nei confronti di un professore che non vi era nemmeno citato? Perché non si è preventivamente annunciata la finalità dell’ispezione e si è parlato solo di vaghi “accertamenti”? Perché – se, come parrebbe da questa dichiarazione, il nome del professore era già noto – si è portata avanti per 2 settimane un’ispezione in una scuola? Perché, secondo fonti ministeriali, l’ispezione al Vivona sarebbe stata un “atto dovuto”, considerando le circostanze che l’hanno generata? Perché, ancora, sono stati sentiti tutti i docenti uomini di latino e greco e tutte le studentesse e gli studenti delle V, nonostante l’intento fosse, al contrario, quello di tutelare il buon nome di un docente “diffamato” da una testata giornalistica? Quali sono gli altri casi in cui un procedimento ispettivo, che abbia coinvolto 2 ispettori per un tempo significativo, è scattato per difendere il buon nome di un docente?

Non se ne ricordano di analoghi. Perché, ancora, la direttrice dell’USR Lazio, Anna Paola Sabatini, il 23 luglio ha dichiarato che: “Le audizioni sono quasi concluse e non sembra emergere nulla di grave“. In che senso? Si cercava qualcosa di grave o si voleva preservare l’integrità di un docente calunniato?

C’è evidentemente qualcosa che non quadra. In un impeto muscolare e punitivo, è stato messo in moto un meccanismo i cui effetti imprevedibili non si è stati in grado di arginare. Molto meglio sarebbe stato un semplice: “Scusate, abbiamo sbagliato”. Forse un “esame di maturità” (come il MiM ha ribattezzato l’esame di Stato) dovrebbe farlo proprio l’USR Lazio: solo la maturità induce all’autocritica.

All’USR e al Mim vogliamo ricordare, con sobrietà e convinzione, che esistono libertà personali e collettive che non siamo disposti/e a farci scippare: quelle previste dagli artt. 21 e 33. Che chiediamo conto di un’incursione arbitraria in una scuola: chi l’ha avviata, perché è stata condotta in questa maniera, quali ne erano i reali obiettivi. Che non siamo – come docenti della scuola della Repubblica Italiana – disponibili a bere rivisitazioni implausibili di questa sconcertante storia. I portatori di interesse, per far luce su questa vicenda, sono i/le docenti della scuola (non tutti/e) che hanno avvertito lo stridore tra fatti e reazione dell’USR; sono gli studenti e le studentesse e i genitori che, assieme a loro, intendono la scuola come luogo di pluralismo, democrazia, laicità ed emancipazione, nel rispetto delle regole e, più di tutto, nell’ossequio dei principi della Carta. Ma sono anche le migliaia di cittadine/e che hanno firmato la petizione e che attestano quotidianamente la propria solidarietà.

Lo dobbiamo alla democrazia e – soprattutto – agli oltre 20mila bambini/e morti e ai 40mila feriti nel genocidio di Gaza. Che continua ancora.

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