Ruby ter, il processo riparte dal nodo delle testimoni: “Va ricostruito il sistema dei pagamenti” per stabilire se ci fu corruzione in atti giudiziari
Quasi quindici anni dopo le prime indagini sul “bunga bunga”, il processo Ruby ter – quello sulla presunta corruzione in atti giudiziari dei testimoni dei processi Ruby (Silvio Berlusconi assolto) e Ruby bis (la graziata Nicole Minetti ed Emilio Fede condannati) – torna in aula e riparte da un punto fermo stabilito dalla Cassazione: ovvero “ricostruire le condotte in punto di fatto”. Il Tribunale di Milano – il 15 febbraio 2023 – aveva assolto tutti gli imputati sostenendo che le ragazze che partecipavano alle “cene eleganti” non potevano essere testimoni, ma dovevano essere indagate. Un verdetto in virtù di una controversa decisione presa quando gli stessi giudici avevano dichiarato nulli i verbali di 19 testimoni del processo Ruby e Ruby bis.
La Suprema corte – a cui i pm di Milano avevano presentato un ricorso per saltum – aveva sconfessato la sentenza “viziata nell’intero ragionamento” e letteralmente demolito l’impianto giuridico su cui il Tribunale aveva costruito le assoluzioni. Un verdetto fondato su una interpretazione errata delle garanzie processuali riconosciute ai testimoni. La partita, però, non è solo tecnica. Perché dietro il nodo giuridico si nasconde il cuore politico e giudiziario dell’intera vicenda Ruby: capire se Berlusconi abbia davvero pagato le ragazze affinché mentissero nei processi sulle serate di Arcore del “bunga bunga” e proteggessero così l’ex premier.
Mercoledì 28 maggio si apre quindi davanti alla II sezione penale della Corte d’Appello di Milano, presieduta da Enrico Manzi, il nuovo processo. Gli imputati sono 22: tra loro Karima El Mahroug, alias Ruby Rubacuori, le ospiti di Arcore, e l’avvocato Luca Giuliante, ex legale di Ruby e ritenuto dalla Procura uno degli intermediari nei rapporti economici tra il Cavaliere e le ragazze. Silvio Berlusconi, assolto in primo grado insieme agli altri imputati, non è più processabile dopo la sua morte nel giugno 2023.
Le somme contestate dalla Procura sono enormi: bonifici, regali, case, mantenimenti mensili e promesse di denaro che, secondo gli inquirenti, sarebbero stati il corrispettivo delle deposizioni rese davanti ai magistrati. La difesa di Berlusconi e degli altri imputati ha sempre sostenuto invece che si trattasse di semplici atti di liberalità e sostegno economico verso persone in difficoltà, senza alcun collegamento con le testimonianze processuali. Ora però la Corte d’Appello dovrà finalmente affrontare il merito della questione, cosa che il Tribunale aveva evitato facendo leva esclusivamente sul tema dell’inutilizzabilità delle prove.
Il possibile scenario alternativo: l’intralcio alla giustizia
Nella relazione depositata dai giudici d’appello emerge anche un altro possibile scenario giuridico. Se infatti le testimonianze delle ragazze non dovessero risultare false, allora i versamenti effettuati da Berlusconi potrebbero teoricamente essere ricondotti al diverso reato di intralcio alla giustizia. Una fattispecie meno grave rispetto alla corruzione in atti giudiziari e che, nel caso delle imputate, non comporterebbe punibilità.
È un’ipotesi che mostra quanto il nuovo processo resti aperto a esiti differenti e quanto il nodo decisivo sarà proprio la valutazione della genuinità delle deposizioni rese dalle giovani nei primi processi Ruby. Nell’udienza del 28 maggio le difese potrebbero sollevare nuove questioni preliminari e tentare ancora di contestare l’impianto accusatorio ricostruito dalla Cassazione. Resta il fatto che, per la prima volta dopo anni, il processo torna davvero al punto centrale della vicenda: verificare se attorno alle serate di Arcore sia esistito un sistema stabile di protezione processuale fondato sui pagamenti alle testimoni. Una domanda che accompagna il caso Ruby fin dall’inizio e che ora, dopo assoluzioni, ribaltamenti e anni di battaglie giudiziarie, torna nuovamente davanti ai giudici milanesi.