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25 aprile | La valanga di fascisti impuniti: “L’Italia perdonò troppo presto, fu negata la giustizia. Ma contro il revisionismo serve raccontare anche le vendette del post-Liberazione: così si rafforza il racconto della Resistenza”

Intervista allo storico Mimmo Franzinelli, tra i più autorevoli studiosi del fascismo e della Resistenza e instancabile ricercatore di documenti inediti, che si è occupato a lungo della mancata epurazione e dell'amnistia Togliatti che graziò tutte le peggiori figure mussoliniane, dai quadrumviri ai torturatori di Salò. Il suo ultimo libro ("La resa dei conti") si concentra su un "case study" di giustizia sommaria dopo la fine della guerra: "Racconto l'eccidio di una sessantina di fascisti in provincia di Brescia senza modalità scandalistiche: non c'è da approvare né da stigmatizzare, ma comprendere la tempestosa transizione dalla guerra alla pace"
25 aprile | La valanga di fascisti impuniti: “L’Italia perdonò troppo presto, fu negata la giustizia. Ma contro il revisionismo serve raccontare anche le vendette del post-Liberazione: così si rafforza il racconto della Resistenza”
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Appeso il Duce alla pompa di benzina, tanto bastò. Sferrato l’ultimo assalto, finito lo strazio della guerra civile, archiviati al giorno prima i dolori lancinanti della battaglia per la libertà, nello splendore accecante del 25 aprile tutto fu perdonato. La libertà arrivò per davvero, il suo sinonimo fu democrazia, il sigillo lo mise il voto che impresse lo stemma della Repubblica. Ma i calcinacci del regime seppellirono la giustizia. I superstiti del regime fascista che erano riusciti a superare le ore del si salvi chi può non furono quasi mai chiamati a saldare il conto per i loro crimini. Quadrumviri che avevano marciato su Roma, ministri che avevano chiuso il Parlamento, gerarchi che avevano approvato le leggi razziali, giudici che avevano messo in carcere oppositori politici e avevano applicato le norme contro gli ebrei. I torturatori delle sanguinarie bande che portavano il nome di Koch e Carità e seminavano il terrore a Roma, Milano, Padova, macellai conclamati come il generale Rodolfo Graziani, fanatici come Carlo Emanuele Basile, sottosegretario alla Guerra del governo di Salò, accusato di aver fatto deportare in Germania migliaia di operai genoevesi colpevoli di aver scioperato contro le fucilazioni di alcuni loro compagni: furono fatti salire sugli autocarri all’uscita della fabbrica. Prototipi diversi, presi quasi a caso, dall’elenco sterminato di personaggi che videro le loro colpe lavate e asciugate nel giro di qualche mese: la lista ha origine ai vertici dello Stato – prima quello del regime fascista poi di quello fantoccio di Salò – e scorre giù giù fino ai ras di quartiere e alle spie della porta accanto. Le ragioni politiche e sociali di quella sorta di lavacro formale di tutte le più abiette colpe degli uomini che incarnarono il fascismo – fino al vassallaggio del Reich di Hitler – affondano nella volontà di pacificazione con cui il nuovo Stato democratico intendeva chiudersi alle spalle gli orrori della dittatura marcandone anche la differenza. Il risultato fu ciò che produsse l’amnistia firmata da Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia nel primo governo di De Gasperi. Da una parte gli errori di formulazione giuridica contenuti nella legge, dall’altra l’uso sfrenato che ne fece la magistratura, rimasta la stessa del Ventennio, simbolo lucente della mancata epurazione negli apparati dello Stato (polizia, prefetture, istruzione, università, sanità, amministrazione pubblica): chi c’era quando c’era il fascismo rimase quando il fascismo non c’era più. “La legge sull’amnistia passerebbe certamente alla storia come il più insigne monumento alla insipienza legislativa se a questo titolo non potessero degnamente aspirare le leggi sull’epurazione” disse Piero Calamandrei.

Un incredibile colpo di spugna come lo ha inquadrato nel sottotitolo di un libro di qualche tempo fa (L’amnistia Togliatti, Feltrinelli) lo storico Mimmo Franzinelli, che grazie alla ricerca instancabile di (e sui) documenti d’archivio è uno dei punti di riferimento nella storiografia sul fascismo, in particolare nello studio delle figure e dei metodi di repressione del regime, e negli ultimi anni sul periodo complicatissimo della tormentata transizione dal crollo della dittatura alla nascita del nuovo Stato liberale. Con lo stesso metodo, da investigatore che fa luce sugli spazi ancora bui, Franzinelli torna in libreria con La resa dei conti (Mondadori, 312 pp, 24 euro) e prende di petto una storia che torna periodicamente nel dibattito sulla guerra della Resistenza: la scia di violenze del Dopoguerra, gli episodi di vendetta, il redde rationem a tempo scaduto. Il libro si concentra sull’eccidio del maggio 1945 di una quarantina di fascisti a Sant’Eufemia, in provincia di Brescia, a 25 chilometri da Salò. “E’ un caso di laboratorio – spiega a ilfattoquotidiano.it – su cui ho deciso di andare fino in fondo con documenti inediti e di dimostrare l’itinerario malaugurato, sciagurato, vendicativo che porta a questi atti di giustizia sommaria“. La convinzione dello storico è che “non debbano esserci tabù e paraocchi, ma che facendo un buon uso della ragione critica e delle fonti storiografiche e tenendo chiaro i contorni generali delle differenti opzioni, si possa affrontare in modo rigoroso, serio e non scandalistico anche quello che non è mai stato raccontato. E’ uno dei punti più controversi se vogliamo famigerati: sono andato a ricostruire tutto l’iter della vicenda, cosa che invece un giornalista come Pansa non ha assolutamente fatto”.

Scrive Franzinelli nell’introduzione: “Alla cessazione dei combattimenti segue una violenza inerziale, con la riproposizione di dinamiche sanguinose di ritorsione e vendetta. Un’Italia pacificata e libera significa per molti partigiani un’Italia senza più fascisti, personificazione di tutto ciò contro cui si è combattuto. Quei giovani ribelli erano stati (dis)educati dalla pedagogia autoritaria del regime, che vedeva la guerra come banco di prova di popoli e di individui, nella predicazione dell’odio quale dovere patriottico”. “Anziché approvare o stigmatizzare – aggiunge lo storico – bisogna comprendere e spiegare le dinamiche della tempestosa transizione dalla guerra alla pace, dalla dittatura alla democrazia, dall’esistenza raminga nei boschi al rientro nella vita civile”. L’impunità dei fascisti usciti indenni dai loro crimini lunghi vent’anni, la lunga battaglia per la libertà dei partigiani, la loro frustrazione per una Resistenza che sembra tradita, il sangue che non si ferma – dopo due decenni di violenza di Stato – al giorno della fine della guerra civile: per leggere quegli anni vanno attraversati per intero senza che questo tolga niente alla forza del riscatto morale di quella parte di italiani che scelsero di battersi per la libertà e la democrazia.

Professor Franzinelli, partiamo dalla domanda che si fanno in molti: perché l’Italia non ha avuto una sua Norimberga?
La risposta sta in un ordine generale, cioè il sopravvento della guerra fredda. All’inizio era previsto ci fosse un grande processo anche per i collaborazionisti fascisti: la procura militare generale a Roma si fece mandare dai tribunali militari periferici, materiale istruttorio per questo processo, però l’idea di tenerlo passò già verso la fine del del 1945, venne messo in standby e poi non se ne fece più nulla e addirittura quel materiale finì sequestrato in quel proverbiale “Armadio della vergogna“, per cui per molti decenni di quel materiale non se ne fece niente. Quindi il motivo è di ordine internazionale, ma io credo che ci sia anche un’altra questione. Il fascismo in Italia è stato troppo radicato, ha coinvolto un numero di persone talmente ampio che un processo del genere sarebbe risultato impopolare, avrebbe fatto uscire anche le divisioni tra le due Italie, quella fascista e quella antifascista, che avevano anche dei riscontri di tipo geografico (indicativamente Nord e Sud, ndr) e alla fine è finito tutto in un nulla di fatto e c’è stato un fenomeno sottovalutato di giustizia negata. Una giustizia elementare ai sopravvissuti e ai parenti per eccidi e violenze che oggi chiameremmo violazione di diritti dell’umanità.

Come ha ricostruito in diversi libri (oltre a L’amnistia Togliatti anche Il fascismo è finito il 25 aprile) il colpo di spugna fu il risultato da una parte dell’amnistia Togliatti e dall’altra di una magistratura connivente che aveva operato per oltre vent’anni sotto al fascismo.
Una delle principali acquisizioni di quella mia ormai lontana ricerca sulla Togliatti è stata il rinvenimento delle carte di Togliatti che non erano mai uscite allo scoperto e che io avevo cercato inutilmente nei fondi ministeriali dell’Archivio centrale dello Stato. Poi ho avuto una illuminazione: sono andato all’Istituto Gramsci, e ho scoperto che le carte del guardasigilli Togliatti erano depositate nell’archivio del Pci. Io credo che non sia l’unico caso. In Italia c’è un po’ questa privatizzazione delle fonti pubbliche e quindi con grande emozione ho trovato lì le carte ministeriali proprio sull’amnistia che lui aveva asportato e ho scoperto che si chiama a giusto titolo “Amnistia Togliatti”. Lui non la voleva, gliel’hanno imposta e la Democrazia Cristiana, l’Uomo Qualunque, la Chiesa e una parte dell’opinione pubblica. Non la voleva, ma ha capito che per mettersi di traverso saltava il governo. E allora come fanno i grandi politici, se non puoi porti a una cosa, mettici sopra il cappello che diventa tua e ho scoperto che l’ha scritta lui di suo pugno con la famosa penna stilografica con l’inchiostro verde, perché mi sono trovato due o tre stesure di bozza, incluso il molto controverso e e discusso articolo 4 nel quale dice che l’amnistia si applica tranne che ai casi di particolare efferatezza che è stato come aprire una autostrada alla magistratura cioè alla Corte di Cassazione che era passata indenne dal fascismo al postfascismo e che l’ha applicata praticamente in tutti i casi.

Togliatti fu più miope o più impreparato? Sottovalutó la portata dell’operazione? Fu condizionato da componenti più moderate del governo o da strutture del ministero?
Lui appunto non poteva impedirla. Allora cercò di impostarla in modo riduttivo. Aveva tra l’altro un’equipe di giuristi che gli fece il pessimo servizio di questo articolo 4, perché con questo articolo 4 i torturatori venivano amnistiati e i torturatori efferati dovevano essere particolarmente efferati. Quindi sicuramente con il senno di poi e sembra incredibile dirlo, ma lui – famoso per diciamo il suo cinismo – dimostrò una certa ingenuità.

Poi c’è la magistratura. Solidarietà di casta, mancata epurazione. Si arriva a interpretazioni della legge che a volte fanno gridare allo scandalo e infatti in quegli anni, in certi tribunali del Nord, susciteranno proteste nei tribunali e nelle piazze fino alla decisione di gruppi di ex partigiani di risalire perfino in montagna.
Il punto è che la legge conta, ma conta soprattutto come e chi la interpreta. Nella Corte di Cassazione c’erano magistrati che non avevano subito il fascismo, ma avevano collaborato al fascismo, erano stati promossi a ruoli di privilegio dal fascismo e questi la applicarono in modo estensivo. Togliatti quando intuì la mala parata cosa fece? Emanò due o tre circolari dirette ai magistrati chiedendo appunto un’applicazione rigorosa e intransigente e quei furbacchioni della Cassazione risposero piccati dicendo: “Come osa il politico ingerirsi in questioni di giurisprudenza?”. A quel punto Togliatti era sconfitto e fece la mossa, l’unica mossa che gli conveniva, cioè nel rimpasto di governo seguito poi alla alla vittoria della Repubblica si ritirò e lasciò questo gabinetto molto delicato nelle mani di un compagno di partito, Fausto Gullo, il quale era a disagio perché era un esperto di agricoltura e si trovò a gestire una situazione che Togliatti gli aveva scodellato e che era francamente ingestibile. Difatti ho trovato sempre all’Istituto Gramsci una quantità di proteste da parte di partigiani, di militanti di sinistra contro questa amnistia, gliene chiedevano conto e quindi lui fece una elegante uscita di scena per dedicarsi alla politica generale e al partito in particolare.

Necessità di pacificazione, amnistia per arrivare a una vera fine delle ostilità, continuità dello Stato inevitabile. Per come la raccontano gli storici sembra che non potesse finire che così. Anche rispetto agli altri Paesi europei, l’Italia ha pagato il prezzo più alto nella lotta di Liberazione, ma è stata anche quella più morbida nel processo di epurazione e nei suoi conti col passato.
Quello che lei pone è un problema reale. La soluzione c’era: la adottarono in altri Paesi europei, cioè amnistia sì, ma nei tempi debiti, non come in Italia, praticamente un anno dopo la fine della guerra, quando era in pieno sviluppo una serie di processi e istruttorie. In Francia, Belgio, Olanda l’amnistia è stata emanata all’inizio degli anni Cinquanta. Cosa vuol dire? E perché c’è una differenza veramente notevole? Vuol dire che per 5, 6, 7, 8 anni il tradimento della patria era considerata una indegnità nazionale, chi aveva collaborato con Petain e con i tedeschi in modo particolare, era stato condannato, aveva iniziato ad espiare la pena. Dopodiché lo Stato democratico si era a tal punto consolidato da potersi permettere e da avere la generosità all’inizio degli anni Cinquanta di “perdonare” chi aveva avuto un comportamento indegno. In Italia invece i tempi sono stati immediati. Con il risultato e sembra quasi incredibile, un capolavoro, di scontentare tutti. Non solo gli antifascisti, non stiamo a spiegare il perché è intuibile, ma anche gli stessi fascisti beneficiati dell’amnistia, i quali dissero: “Vedete, noi siamo stati imprigionati ingiustamente, adesso riconoscono la nostra innocenza”.

Quella epurazione fallita può essere tra le tossine per le quali il 25 aprile vive di tanto in tanto momenti di debolezza? Paghiamo nel dibattito di oggi anche gli sbagli su come fu portato avanti quel processo di pacificazione?
Il giudizio sulla amnistia e ancor più sulla sua applicazione esagerata non può essere che un giudizio negativo, anche perché ha impedito la conoscenza della profondità, dell’estensione di una serie di crimini, anche di crimini di guerra. Tuttavia proviamo per un attimo a vedere l’altra parte. Per esempio il Msi, cioè il partito neofascista vietato poi dalla Costituzione che entrerà in vigore il primo gennaio 1948 è stato ricostituito nel 47: questo fatto possiamo leggerlo in due modi. Dalla parte, diciamo, di un antifascismo intransigente, come una negazione del precetto costituzionale, ma dall’altra parte come la forza di un sistema democratico che rifiuta un criterio fazioso come quello del Ventennio fascista e riconosce anche ai suoi nemici un diritto di tribuna. Per tornare alle divisioni di oggi che si ripropongono ogni 25 aprile come se fosse una cosa nuova, farei due piccole osservazioni per cercare di capire qualcosa di più. Da un lato così vorrei additare un po’ una certa retorica dell’antifascismo che ha descritto gli eventi che sono terribili, drammatici, laceranti, contraddittori del 1943-1945 come una sorta di Far West di indiani e cowboy e facendo blocco su tutta la Resistenza senza ammettere quello che non si può non ammettere, cioè che ci furono dei giovani che educati nella pedagogia del regime e poi passati con i partigiani compirono dei crimini e questo bisogna riconoscerlo. Teniamo naturalmente fermo il timone sulla questione di fondo fondamentale che la Resistenza insieme agli Alleati sono i due fattori che hanno portato alla democrazia. Ma assumendo una posizione di difendere gli indifendibili si sono creati una specie di tabù che hanno spianato la strada al cosiddetto revisionismo storico, lasciando a neofascisti, filofascisti e via dicendo la possibilità di intervenire ad ogni 25 aprile in modo scandalistico dicendo: ecco quello che non ci avete raccontato.

E tutto questo non toglie niente alla legittimazione morale e politica del movimento della Resistenza.
No, anzi io credo che dia un’immagine della lotta di Liberazione molto più realistica e quindi più credibile per i giovani che giustamente rifiutano una retorica che è veramente anacronistica.

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Nella foto in alto | Membri della Banda Carità (dal nome del capo, Mario Carità) a processo in Corte di Assise a Lucca: alcuni di loro fanno il saluto romano. La banda – formata da componenti del Reparto dei Servizi Speciali della Repubblica Sociale e sotto il comando delle SS – fu protagonista di sistematiche sevizie e torture nei confronti dei membri della Resistenza, alcuni dei quali furonostati consegnati per la deportazione in Germania. Quasi tutti furono amnistiati e scarcerati dopo pochi anni: tra loro Enrico Trentanove, specialista della tortura con i cavi elettrici.

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