Dalla Coppa Italia al derby: in 5 giorni è stato smascherato il grande bluff di Lotito
A Claudio Lotito, che ha sette vite come i gatti, ne sa sempre una più del diavolo (cioè se stesso), stava quasi riuscendo l’ennesima giocata della sua carriera: alzare un trofeo in faccia ai suoi contestatori e qualificarsi all’Europa, nell’anno più difficile della sua gestione. Poi il calendario gli ha dato pure una seconda chance: negare la Champions ai rivali della Roma, che non avrebbe cambiato la classifica, ma sarebbe stata comunque una bella soddisfazione, abbastanza o quasi per salvare una stagione infausta. Invece in cinque giorni, la finale di Coppa Italia e il derby hanno smascherato il grande bluff di Lotito: la sua Lazio non aveva nulla in mano.
Contro l’Inter proprio non c’è stata partita: è vero che i nerazzurri hanno dimostrato di essere per distacco la squadra più forte della Serie A, ma il divario è stato imbarazzante per una finale, che infatti quasi non è sembrata tale. A quel punto, con la Roma, i giocatori avrebbero dovuto far ricorso a delle energie recondite, riassumibili nella parola orgoglio, senso di appartenenza. Ma come trovarle in uno stadio deserto, abbandonato dai propri stessi tifosi? Così i due obiettivi che potevano dare un senso qualsiasi all’annata biancoceleste sono sfumati uno dopo l’altro. Rimane la classifica, impietosa: la Lazio chiuderà al massimo nona e per la seconda volta di fila non giocherà le coppe europee. Non accadeva da 34 anni e probabilmente non è un caso.
La Lazio oggi è una squadra povera, tecnicamente, mentalmente e anche economicamente. I piani si intrecciano. La rosa è stata progressivamente indebolita nel corso degli anni, rimangono ormai pochissimi talenti, anche fosse soltanto per monetizzarli. L’allenatore, Maurizio Sarri, che ha avuto un ruolo fondamentale nell’evitare la deriva in una stagione così complicata, ormai è in aperta polemica con la dirigenza, e con tutta probabilità se ne andrà. Il bilancio è asfittico. Soprattutto, il clima negativo che si è generato intorno alla squadra sembra ormai irrecuperabile e rende il futuro ancor più cupo del presente.
Nella protesta furibonda che ha portato l’intera tifoseria a disertare l’Olimpico in maniera permanente, con pochi precedenti nella storia della Serie A, c’è una certa componente di ingratitudine, nei confronti di quanto ha fatto, con tutti i suoi difetti, Lotito negli ultimi 20 anni per la Lazio. E un’altra di irragionevolezza: la pretesa – fondata non si capisce bene su quali argomentazioni – che la Lazio meriti una proprietà migliore, potrebbe arrivarne pure uno peggiore. Su una cosa però i tifosi ribelli c’entrano il punto: qual è il piano della società, la prospettiva della Lazio sotto Lotito?
Checché ne dicano i suoi detrattori, Lotito è stato a lungo un buon presidente, con l’unico ma grande limite – che pure qui abbiamo sottolineato più volte – di non saper o volere fare l’ultimo salto di qualità : il classico braccetto che ha impedito alla sua Lazio di raggiungere un livello differente, in quelle due-tre occasioni in cui ce ne sarebbe stata la possibilità. Comunque sia, l’impressione è che il metodo Lotito non funzioni più, forse perché oggi troppo concentrato sulla politica, o semplicemente perché non ha saputo ammodernarsi.
Il modello fondato sulla rigida gestione di costi e ricavi è destinato ad arenarsi: se non si riescono ad incrementare i secondi (con la partecipazione stabile alle coppe, e Lotito ha avuto la miopia di non capirlo), non resta che assottigliare sempre di più i primi. Significa recessione calcistica. E anche il mercato non è più quello di una volta, non si trovano talenti a due spicci, non bastano gli scarti altrui su cui spesso la Lazio ha costruito le sue fortune; bisogna investire pure su quelli per rivenderli e sostentarsi col player trading.
È legittimo pretendere di fare calcio senza rimetterci, senza aumenti di capitale, basta guardarsi intorno per capire che i magnati del pallone non esistono più salvo rare eccezioni. Però bisogna saperlo fare, come dimostrano gli esempi di Atalanta, Bologna, lo stesso Napoli. Ci vogliono competenze, scouting, una struttura societaria al passo coi tempi. In un calcio che cambia a mille all’ora, se non ti evolvi sparisci. Ed è ciò che sta tristemente succedendo alla Lazio di Lotito.