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Kenya, tra acque avvelenate e rifiuti: la vita negli slums di Nairobi dimenticati dallo Stato. “Qualsiasi cosa venga innaffiata muore”

Reportage da Mathare, uno dei più importanti insediamenti informali. Negli ultimi anni l’area è stata fortemente danneggiata dai disastri climatici che hanno colpito il Paese
Kenya, tra acque avvelenate e rifiuti: la vita negli slums di Nairobi dimenticati dallo Stato. “Qualsiasi cosa venga innaffiata muore”
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“A Mathare si verificano molte ingiustizie, dall’assenza di acqua potabile e fognature, che spesso vengono realizzate artigianalmente e convogliate nel fiume, passando per la mancanza di un sistema di gestione pubblica dei rifiuti e di assegnazione delle case popolari”. Anthony Mwoki è un attivista dell’Ecological Justice Network di Mathare, uno degli insediamento informali più grandi di Nairobi, in Kenya, dove vivono oltre 500mila persone. Mwoki racconta le difficoltà della vita nei cosiddetti slums mentre è seduto su una panchina di fronte al
Mathare Social Justice Centre. Il centro sociale, dove prendono vita e si sviluppano tutti i programmi di mutualismo della zona, è l’unico edificio in cemento. Si staglia sulle costruzioni in eternit che caratterizzano il panorama di Mathare, e si intravede subito lungo la strada che dal
centro della città porta all’insediamento.

Qui, Mwoki e gli attivisti della rete ecologica si riuniscono e pianificano il da farsi per arginare l’assenza dello Stato. “Abbiamo ripulito l’area lungo il fiume, e piantato nuovi alberi, ma l’acqua è troppo inquinata, servirebbe una bonifica su larga scala”, spiega. “Anni fa le persone andavano a riva a lavare i vestiti, o utilizzavano l’acqua del fiume per bere e
irrigare le coltivazioni, adesso qualsiasi cosa venga innaffiata muore”, continua l’attivista. “Parte del problema, oltre alle fognature, è che i rifiuti domestici non vengono smaltiti dall’amministrazione cittadina, non ci sono punti di raccolta e le persone sono spesso obbligate a buttarle in strada”.

Gli abitanti lavorano insieme alle associazioni di wastepickers e organizzano assemblee di educazione ambientale, “ma senza un intervento istituzionale non possiamo rivoluzionare la gestione dei rifiuti”, conclude.
Negli ultimi anni l’area è stata fortemente danneggiata dai disastri climatici che hanno colpito il Kenya. Come spesso accade, le ingiustizie ambientali penalizzano la società civile seguendo le discriminazioni di classe che la caratterizzano. Gli strettissimi vicoli che scorrono tra le case
rendono difficile evacuarle in tempo, l’assenza di fognature a norma impedisce all’acqua di riassorbirsi appropriatamente e, quando il fiume straripa, molte vite si perdono tra i detriti. È successo durante le alluvioni che il 6 e 7 marzo hanno inondato le strade di Nairobi, uccidendo 66
persone di cui 7 solo a Mathare. A determinare l’entità del danno sono soprattutto anni di politiche pubbliche che ignorano la popolazione degli insediamenti informali, nonostante ammonti a più di due milioni di persone, ovvero il 60% dei residenti della capitale.

I segnali che indicavano la necessità di riforme strutturali delle condizioni abitative erano già presenti, “nel 2024 marzo e aprile furono catastrofici”, racconta Christine Muchiri, ricercatrice in pianificazione urbana e
ambiente dell’Università del Kenya. “La pioggia cadde in maniera esemplare, distruggendo case, negozi, vite”, continua Muchiri. La risposta governativa, già allora, era stata non solo inadeguata ma, invece che favorire i residenti, li aveva penalizzati ulteriormente. “Entro 30 metri dagli argini del fiume erano state demolite tutte le abitazioni, sfrattando gli abitanti senza fornirgli una collocazione alternativa. L’avviso di sfratto fu di sole ventiquattro ore, e le famiglie coinvolte furono più di quattromila”, racconta la ricercatrice. Nonostante la sentenza della giudice Anne Mogeni, emanata nel novembre dello stesso anno, intimasse al governo di risarcire e riallocare le famiglie colpite entro 3 tre mesi, non è stata ancora presa nessuna misura in tale direzione.

“Purtroppo il nostro governo ha il vizio di ignorare le sentenze dei tribunali, questa vittoria è stata importante ma non ha risolto il problema alla radice”, spiega Waringa Wahome, avvocata dello sportello legale del Mathare Social Justice Centre. Dietro di lei, sul ciglio della strada, un murales raffigurante un pugno alzato, al suo fianco una scritta che recita Stop genocide in Congo. Nella stanza che ospita la segreteria del centro, un dipinto del viso di Thomas Sankara, accanto a una bandiera della Palestina. “Quello che possiamo e tentiamo di fare è usare la giustizia come strumento per rivendicare diritti umani e sociali, la questione abitativa è una questione di dignità della persona, così come lo è la sicurezza ambientale”, continua l’avvocata.

Quest’anno, dopo la disastrosa stagione delle piogge, il presidente William Ruto e il governatore della contea di Nairobi Johnson Sakaja hanno annunciato una serie di piani per risanare le infrastrutture idriche e gli edifici pubblici danneggiati. Con cifre che vanno dai 47 agli 80 miliardi di shellini kenyani, le speranze di un miglioramento effettivo delle condizioni di vita rischiano di rimanere deluse: in luoghi dove non esiste un censimento e un registro pubblico della popolazione, e le persone non hanno accesso alle costruzioni in cemento, il “primo passo dovrebbe essere un programma di edilizia popolare su larga scala e accessibile a
tutti”, conclude Wahome.

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