Musica

Bono sfida il fantasma degli U2 ‘imborghesiti’: “Street of Dreams” è il ritorno alle origini

Dal blackout sotto il diluvio di Città del Messico al fedora di The Joshua Tree: gli U2 rilanciano la loro mitologia “street level” tra nostalgia, marketing e un nuovo album che punta al cinquantenario della band

di Stefano Mannucci
Bono sfida il fantasma degli U2 ‘imborghesiti’: “Street of Dreams” è il ritorno alle origini

Solo Zeus poteva ricondurli a più miti pretese. Il signore dei fulmini e dei tuoni aveva fatto saltare il generatore degli U2 a metà delle riprese del video di “Street of Dreams” nel cuore di Città del Messico. Così la band, che troneggiava sul tetto di uno scuolabus graffitato dall’artista Chavis Mármol, era stata costretta a riparare in un edificio all’angolo di Plaza de Santo Domingo. Anzi, a interrompere il frugale pranzo di una famiglia al secondo piano, occuparne il balconcino e da lì suonicchiare “Vertigo” e “Desire” per i fans inzuppati di pioggia.

Un “momento Spinal Tap”, ha commentato qualcuno sui social. Che riconferma l’efficacia di una strategia “back to the roots”, un ritorno alle radici, alla prossimità persino fisica con i quattro irlandesi. Superstar? Ovvio. Ma la residency alla Sphere di Las Vegas, tra prezzi astronomici ed effetti visuali immersivi ultratech impossibili da replicare altrove (se non con un’abbuffata di sostanze psicotrope) aveva allontanato gli U2 dalla sensazione di essere ancora street level come ai tempi in cui, da ex adolescenti post-punk erano divenuti i cantori del rock dell’impegno, sempre in prima linea per qualunque buona causa globale.

Tre ottimi musicisti e un frontman carismatico, l’unico con una vocazione politica applicabile al marketing socio-intellettuale del r’n’r, il riconfermato leader liberal di un Partito Trasversale degli Artisti dalla Parte Giusta della Storia. Sornione, beffardo, abile retore, sapido barzellettiere, sommo paraculo, Bono è un ex-giovane che non ti meraviglieresti di trovare sbronzo e stordito su un marciapiede di Temple Bar, se solo non sapessi che mezza Dublino è sua. Uno di quelli che ti viene da dirgli: “Hey amico, rischi di scivolare sul tuo piscio, ti accompagno a casa”, scoprendo che è il proprietario del Clarence, l’albergo più chic della capitale dell’EIRE. O che, quando non svaccanza nella sua villa in Costa Azzurra, vive sull’Upper West Side, in un esclusivo buen retiro al The San Remo, l’edificio turrito che domina tutta Manhattan. E devi essere un tipino a modo per firmare il rogito per una lussuosa suite al 145 di W. Central Park, altrimenti i condomini vip potrebbero mettersi di traverso. A

Madonna, per dire, fu negato l’acquisto di un attico per timore che con i suoi party facesse troppo baccano. Ma chi può dire no a Bono? È l’oculato businessman “etico” che briga con le lobby ecologiste per salvare il pianeta, però anche socio di Bill Gates; è il conferenziere pro-Terzo Mondo che prende la parola al fianco di Jeffrey Sachs; il rocker che aveva convinto un divertito Papa Wojtyla a indossare i suoi occhiali scuri, il sognatore che si illudeva di far arrivare gli aiuti del Live Aid alle popolazioni stremate dalla carestia in Etiopia malgrado il colonnello Menghistu; il performer che nelle tappe dello “Zoo Tv Tour” alzava il telefono per per intercettare a sorpresa i potenti (al Flaminio, in viva voce, compose il numero del centralino di Palazzo Chigi cercando vanamente Craxi).

Il cantante degli U2 è il devoto discepolo di Beatles e di Lou Reed, o il commentatore dei Salmi biblici. Il celebrante del rito in memoria dell’11 Settembre nella performance al Superbowl 2002 di New Orleans, con i nomi delle tremila vittime proiettati su un maxitelone che saliva come un grattacielo alle spalle della band in azione. Ed è un diplomatico di grana fine. “Per ottenere il risultato stringerei la mano pure al diavolo”, ripete Bono, che non disdegna visite nel ranch del sodale George W. Bush o nella metro di Kiev per sostenere Zelensky. Mille facce e un’indole da vecchio cavallo di razza democristiano. Te lo trovi davanti e finché non attacca a cantare non puoi dirti certo che non ti stia infinocchiando con la sua dialettica.

Solo che, da narcisista patologico, persino lui, accanto a The Edge, Adam e Larry (tornato finalmente dietro i tamburi dopo le grane di salute) non poteva più sentirsi dir dietro che gli U2 sono definitivamente spompi, invecchiati male, imborghesiti dentro un rock-cachemere che è peggio della sinistra snob del circolino. Allora si sono detti: cazzo, riproponiamo il trucco del bus come ai tempi belli. Fa tanto “on the road”, tour, beatnik, mezzi pubblici, presepe di periferia. Città del Messico e “Street of dreams” come “All because of you”, il clip del 2004 in B/N girato da Avis Meiert con la band sul pianale scoperto di un truck a suonare tra Brooklyn e Columbus Circle. E quell’altro video per “The Sweetest Thing”, pieno di trovate scenografiche, l’omaggio motoristico a una Dublino circense-joyciana. O magari si occupa un tetto, vedi “Where the streets have no name”, quasi 40 anni fa nella zona malfamata di East Los Angeles, la gente sotto in strada, la polizia a dominare l’ingorgo, un voluto calco dei Beatles a Sawile Row, “Get back” e Londra paralizzata con il naso all’insù.

Stavolta, per la novità di “Street of Dreams” a Mexico City, Bono è tornato a calzare in testa il fedora, l’evocativa ripresa del look da cowboy d’elezione di “The Joshua Tree”. Siamo tornati, dicono gli U2. E i due Ep di questi mesi – “Days of Ash”, “Easter Lily”- sembrano davvero preludere a un album di quelli come Dio comanda e la loro gloria pretende. Un disco lungamente lavorato: giurano che sarà casinaro, ribaldo, tiranneggiato dalle chitarre con echi infiniti di The Edge. Ok, ma quando uscirà? Nessuna data ufficiale, finora, però occhio al calendario. Il 25 settembre 2026 saranno cinquant’anni dalla nascita degli U2, il giorno del ’76 in cui i quattro (più altri tre) si ritrovarono per la prima volta insieme nella cucina di Larry Mullen Jr. Il batterista aveva pubblicato un annuncio sulla bacheca della Mount Temple Comprehensive School. Erano ragazzini con il moccio al naso. Si annusarono tra le pentole e le padelle, quel pomeriggio ad Artane, sobborgo di Dublino. Strinsero un patto: “Andiamo”. Del resto, suggeriscono in “Street of dreams”, “non devi abbandonare i tuoi sogni”. Mai.

Precedente
Precedente
Playlist

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione