Roberto Baggio e il rigore sbagliato Usa ’94: “Provai vergogna infinita. La crisi della Nazionale? Tante cose da sistemare”
Convive ancora con lo spettro di quel rigore sbagliato nel lontano 1994, ma anche con la consapevolezza che la vita sia fatta di segni e che ogni gesto lasci nella propria anima una potente traccia karmica: si racconta così Roberto Baggio in un’intervista al Corriere della Sera, con la serenità di chi ha compreso che tutto il dolore che si affronta sia in realtà una complessa forma di riscatto.
Quel capo chino che mostrò al mondo a Pasadena – quando il Brasile batté l’Italia ai calci di rigore aggiudicandosi la finale dei Mondiali di Usa ’94 – è la prova di una sua piccola espiazione: “Per me non era un gesto costruito, era semplicemente quello che sentivo. Un modo silenzioso, forse inconsapevole di chiedere scusa all’Italia e a tutte le persone che avevano sperato con noi”. Eppure per Baggio quel pallone finito in tribuna ha rappresentato molto più rispetto a ciò che la realtà voluto farci credere: “Pochi mesi prima era morto Ayrton Senna. Dicono che sia stato lui a deviare il pallone sopra la traversa. Sono cose che appartengono al mistero, alla sensibilità di ciascuno. Posso solo dire che quel pallone ancora oggi per me resta sospeso in un luogo difficile da raggiungere con le parole”.
Anche perché quel giorno accadde qualcosa che aveva un solo precedente, con quella palla sopra la traversa: “Una volta l’avevo colpita nel Vicenza, ma poi la palla era entrata. Volevo sparire. Provavo una vergogna infinita, una di quelle cose che ti restano addosso anche quando passano gli anni. Col tempo impari a conviverci, ma non è una ferita che si chiude del tutto”. Ci pensa ancora, sostiene, anche da sveglio: “Penso di segnarlo. E mi addormento”.
Un tiro dagli 11 metri che ha segnato una carriera, eppure Baggio resta l’unico italiano da aver segnato in tre Mondiali, lo stesso numero di assenze consecutive collezionate tra il 2018 e il 2026: come se ne esce? “Ci sono tante cose da sistemare. I bambini non giocano più per strada. E in serie A ci sono pochi italiani. Se devi andare a prendere un giocatore altrove e naturalizzarlo, vuol dire che in quel momento non hai trovato un italiano pronto allo stesso livello. Bisogna creare una formula che incentivi davvero l’utilizzo dei ragazzi italiani. Il talento c’è ancora, ma va cercato, protetto, valorizzato. E bisogna avere il coraggio di dargli fiducia”.
Anni fa fornì un dossier alla Federcalcio, rimasto in un cassetto, del quale si è molto parlato dopo l’eliminazione contro la Bosnia: “Non ho la presunzione di pensare che quel progetto andasse bene e bastasse a risolvere i problemi del calcio italiano. Non era solo mio, era scritto con altri bravissimi professionisti. Ho cercato di portarlo avanti, per dare i meriti a tutti loro. Poi le cose non sempre vanno come si spera”. Nell’intervista, alla vigilia dell’uscita del suo libro, Baggio si sofferma anche molto sulla sua fede: il mistero dell’esistenza è fuori dalla portata del linguaggio umano, a suo avviso. “Una forza interiore che va cercata, coltivata, rispettata – ha detto l’ex calciatore – dentro ciascuno di noi c’è una possibilità enorme: quella di trasformarsi, rialzarsi, di raggiungere obiettivi che sembravano impossibili”.
Questi concetti di trasformazione e rinascita figli del buddhismo, conosciuto grazie al suo amico Maurizio Boldrini a fine anni ’80: “Fu lui a introdurmi e mi spiegò che avrebbe potuto farmi stare meglio in uno dei momenti più bui della mia vita. Da quel momento è iniziato un impegno costante a lavorare dentro di me, che dura ancora oggi”. L’introspezione ha permesso a Baggio di avere una visione della sua esistenza molto più grande rispetto al semplice dualismo vita-morte. A detta sua, quella dell’ex calciatore dev’essere stata una vita passata molto complessa: “Dentro di me ho sempre sentito che forse in una vita precedente non mi sono comportato bene. In questa vita ho dovuto affrontare tante ostilità, tanto dolore fisico, tante difficoltà. Ho avuto la sensazione di essere arrivato qui con un karma pesante, qualcosa da trasformare, da alleggerire attraverso l’impegno e la sofferenza“.