“Buttafuoco ha perfettamente ragione. L’intervento dell’Unione Europea, come sempre, sfiora il ridicolo. Ed è anche ricattatorio, di basso livello: minacciare di non dare i soldi sono cose un po’ mercantili”. Sono le parole pronunciate da Luciano Canfora, a Calibro 9, la trasmissione di Radio Cusano condotta da Francesco Borgonovo, intervenendo sulla polemica attorno alla Biennale di Venezia 2026 e alla presenza del padiglione russo.
La posizione dello storico non lascia spazio ai distinguo: “Sbarrare la strada alla cultura di un paese, quale che sia il suo governo, è un gesto di inciviltà”. A sostegno della sua posizione, Canfora porta come esempio l’Esposizione internazionale di Parigi del 1937, quando la Francia ospitò fianco a fianco il padiglione della Germania hitleriana e quello dell’Unione Sovietica, due colossi di pietra, uno di fronte all’altro, senza che a nessuno venisse in mente di cancellarli dall’evento.
Borgonovo gli fa notare che, applicando quel criterio morale a tutti i governi del pianeta, la Biennale resterebbe deserta. Canfora concorda: “È un metro moralistico e opportunistico al tempo stesso, strumentale, fa parte dell’aggressività interstatale. È già troppo che se ne parli spiegando l’ovvio: non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Spiegare l’abc a chi non vuole ascoltare talvolta è fatica inutile”.
Sul centrodestra italiano, che si professa da sempre paladino della libertà di espressione ma oggi visibilmente spaccato su questo tema, lo storico preferisce non entrare nelle dispute interne, ma si concede comunque una poderosa frecciata al governo Meloni: “Sciupare o tentare di sciupare un personaggio brillante e preparato come Buttafuoco è un autogol“.
Il discorso si sposta poi su “Comunismo, un’altra storia”, l’ultimo libro di Canfora uscito per Feltrinelli, e sui precedenti di Venezia come palcoscenico culturale anche nei momenti di maggiore tensione politica. Lo storico ricorda quando la Mostra del cinema aprì ai film sovietici: alcuni erano apertamente politici, altri di grande livello artistico, altri ancora, come Sadko, una favola medievale di pura evasione, vennero consentiti proprio perché non davano fastidio a nessuno.
Quando Borgonovo cita il regista Eisenstein, padre del celebre film La corazzata Potëmkin, e gli chiede se si possa fare grande arte anche con la propaganda, Canfora risale fino ad Aristofane e alla sua satira feroce contro Cleone, che gli ateniesi premiarono o bocciarono a seconda dei momenti politici, ma che ancora oggi si legge con piacere. Porta poi il caso di Ivan il Terribile di Eisenstein, su cui Stalin intervenne di persona, come documentano i verbali che lo stesso Canfora ha pubblicato sulla rivista Quaderni di Storia.
A chiudere la sua riflessione, arriva Tocqueville: “Tutte le rivoluzioni politiche ebbero una patria e alla fine vi si rinchiusero”. È la prospettiva con cui lo storico legge l’intera vicenda russa, dalla rivoluzione alle sue trasformazioni successive, e la ragione per cui, a suo avviso, tenere fuori la cultura di un paese perché il suo governo non piace finisce per essere, oltre che un gesto di chiusura, un esercizio perfettamente inutile.