“La mia capa a JPMorgan mi ha molestato per anni”: ex dipendente rifiuta 1 milione di risarcimento dalla banca per chiudere la causa
Era lo “schiavo sessuale da ufficio” della capa. È quanto sostiene un ex banchiere di JPMorgan Chase, vittima a suo dire per anni di molestie sessuali, discriminazioni razziali e ritorsioni interne da parte di una superiore. Per questi motivi Chirayu Rana, 35 anni, ha denunciato la banca di New York. Secondo il Wall Street Journal, ha rifiutato 1 milione di dollari offerti dalla multinazionale statunitense per chiudere la controversia.
Nella denuncia depositata in un tribunale dello Stato di New York, Rana accusa di aggressione sessuale reiterata Lorna Hajdini, dirigente senior della banca. L’uomo, di origini nepalesi, ha anche raccontato di aver subito insulti razzisti e pressioni professionali quando ha tentato di sottrarsi alla situazione. Da parte sua la banca respinge ogni accusa e sostiene di aver svolto un’indagine interna coinvolgendo diversi dipendenti, senza trovare elementi a sostegno delle accuse di Rana. Anche gli avvocati di Hajdini negano categoricamente ogni addebito. In una nota, un portavoce di JPMorgan ha spiegato: “Abbiamo cercato di raggiungere un accordo per evitare i tempi e i costi di un contenzioso” ma “continuiamo a ritenere che queste accuse siano infondate”. In ogni caso la distanza economica tra le parti rimane enorme. Ad aprile, gli avvocati di Rana hanno controproposto all’offerta di 1 milione di dollari una soluzione extragiudiziale per 11,75 milioni di dollari ma in tribunale, riporta il Corriere della Sera, le richieste di risarcimento danni sono di 20 milioni.
Rana era entrato nel team di finanza strutturata di JPMorgan nel maggio 2024 come vicepresidente senior, un anno prima di presentare a maggio una denuncia interna alle risorse umane. Dopo il reclamo è stato messo in congedo retribuito mentre la banca ha avviato verifiche interne durate alcuni mesi. JPMorgan però sostiene che Rana, che nel mentre si era trasferito al fondo di private equity Bregal Sagemount, non abbia mai collaborato pienamente all’indagine alimentando i dubbi sulla sua credibilità. La presunta vittima infatti ha finto la morte del padre per potersi dedicare, a suo dire, a raccogliere i documenti per la causa. Il New York Post sostiene di aver parlato con l’uomo, che sta benissimo.
Su X e Instagram sono circolati video generati con l’intelligenza artificiale che ricostruiscono presunti dialoghi e scene descritte nella denuncia pubblicata. È così che la vicenda è esplosa sui social generando anche un dibattito pubblico sulla credibilità dei fatti. In molti hanno dubbi su quanto affermato da Rana, la cui denuncia ha avuto un iter giudiziario stravagante. I suoi avvocati hanno infatti presentato i documenti al tribunale di New York usando lo pseudonimo di John Doe. Subito dopo, la denuncia è stata ritirata dal registro del tribunale per poi essere nuovamente depositata sostanzialmente uguale alla precedente. “La causa originale non è stata ritirata”, ha dichiarato Daniel Kaiser, avvocato di Rana. “Dopo il deposito, il cancelliere del tribunale ci ha informato che la causa necessitava di revisione e approvazione da parte del giudice prima di poter essere formalmente depositata con uno pseudonimo”. L’unica modifica importante alla seconda versione depositata è la presenza di due dichiarazioni giurate di testimoni, con i nomi oscurati, che affermano di aver assistito a un tentato abuso di Rana. Uno di loro sarebbe un amico della famiglia della vittima, che, rivela il Corriere, sarebbe testimone di un fatto avvenuto nel settembre 2024. Quel giorno la donna si sarebbe presentata nell’appartamento del banchiere ubriaca e nuda, per poi chiedere di partecipare a “una cosa a tre“.