“I miei rapporti con Elsa si sono interrotti quando avevo 14, 15 anni. Da allora, non l’ho più vista. Una volta l’ho incrociata per strada, ho cambiato marciapiede per non salutarla. Mi faceva paura”. È una Laura Morante senza filtri quella che si racconta in un’intervista al Venerdì di Repubblica. L’attrice, che ad agosto taglierà il traguardo dei 70 anni e che dal 14 maggio sarà nelle sale con “Quasi Grazia” (film biografico dedicato alla figura di Grazia Deledda), ha scelto di spogliarsi dell’aura di distacco che spesso la circonda per ripercorrere con lucidità e franchezza le tappe di una vita personale e professionale complessa.
Il punto di partenza del suo ragionamento si annida tra le mura di casa, nella dicotomia tra la madre biologica e l’ingombrante zia, la celebre scrittrice Elsa Morante. “Era una donna un po’ dispotica. Intelligente, ma l’opposto di mia madre che, invece, era il mio modello: nessuna ambizione, dolce e gentile”, rivela. “Elsa fumava una sigaretta dietro l’altra e parlava a voce altissima. Quando ero piccola ero la sua prediletta e allora lei mi volle portare con sé a Roma. Ma ero sonnambula, la notte camminavo e la svegliavo. Dopo qualche giorno, per fortuna, mi rimandò a casa”.
L’assenza di ambizioni, unita a un profondo disinteresse per il successo, era infatti il tratto distintivo dell’educazione ricevuta dalla madre. In una famiglia numerosa (“Siamo in dieci”, specifica), l’idea della realizzazione professionale era considerata quasi inopportuna. “Il suo sogno per i figli era che avessimo ognuno una piccola bottega, vicino a casa. A lei non interessava per niente la riuscita nella vita, la considerava una cosa un po’ patetica. Per dire, anni dopo, quando vedeva Berlusconi in televisione ci faceva ridere perché diceva: ‘Poverino, mi fa pena, con questa smania di piacere a tutti i costi’“. Un approccio dimesso che si scontrò presto con l’orgoglio giovanile della Morante, palesato durante un provino decisivo per la fiction cult “La Piovra” con Damiano Damiani. “Ero una ragazzetta timida, però più orgogliosa che timida. Damiani era uno che trattava male le persone”, ricorda. “Io avevo questo ciuffo che mi cadeva continuamente sugli occhi e lui mi urlava contro perché diceva che il ciuffo gli dava fastidio. Al che io gli dissi: ‘Lei ritiene erroneamente che questo sia un provino per l’attrice, invece questo è anche un provino per il regista’. E me ne andai”.
Nonostante una carriera attoriale costruita attorno ai più importanti registi italiani, da Bertolucci a Nanni Moretti fino a Paolo Virzì e Gabriele Muccino, la vera frustrazione della Morante oggi riguarda la sua esperienza dietro la macchina da presa. Dopo aver diretto “Ciliegine” nel 2012 e “Assolo” nel 2016 (entrambi ben accolti da figure di spicco come Gianni Amelio), l’attrice denuncia l’impossibilità di proseguire il suo percorso da regista, nonostante abbia una sceneggiatura pronta da tempo. “Evidentemente quelli che dispongono del denaro per produrre i film si orientano su cose di tipo diverso“, ammette con amarezza. “Io non ho mai avuto facilità. Ciliegine, alla fine, dovetti realizzarlo in Francia, dopo essere stata ignorata in Italia per mesi. Forse è colpa mia: non sono molto socievole, zero mondana. Bisognerebbe essere capaci di costruire relazioni, io non sono brava”.
Oggi, madre di tre figli e con due figlie attrici (Eugenia Costantini e Agnese Claisse), la Morante ammette di non aver influenzato le loro scelte lavorative. Alle giovani aspiranti si limita a ripetere il suo mantra: “Questo è un mestiere che va fatto seriamente ma non va preso troppo sul serio. Invece, in genere, si fa il contrario”. E guardando al traguardo dei 70 anni e al tempo che passa, aggiunge: “Quel che pesa adesso è fare i conti con il tempo che rimane per fare le cose che ti interessano. Ho questa consapevolezza anche grazie al fatto che ho iniziato con la danza, e la danza ti insegna a sentirti vecchia molto presto”. Alla domanda finale sul regista dei sogni che vorrebbe le regalasse una regia, la risposta è decisa: “I fratelli Coen. Ma non succederà, le pare che chiamano me?”.