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La scontata ricandidatura di Infantino: tra miliardi e regole su misura, la Fifa è ormai il suo regno personale. Gli resta una sola grana

Il presidente del massimo organo calcistico a livello mondiale lo ha annunciato al Congresso di Vancouver. Una sola cosa gli è andata male: la mancata stretta di mano tra i delegati palestinesi e israeliani
La scontata ricandidatura di Infantino: tra miliardi e regole su misura, la Fifa è ormai il suo regno personale. Gli resta una sola grana
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Il grande vertice del calcio mondiale, che ha portato a Vancouver 1.600 delegati di 211 federazioni, è cominciato con la richiesta (bocciata) alle autorità canadesi di ottenere un livello di protezione personale 4 – quella che viene riservata al presidente degli Stati Uniti – ed è finito con l’annuncio che tutti si aspettavano: Gianni Infantino si ricandiderà alla presidenza della Fifa per il quadriennio 20272030. Il 79° congresso della federazione internazionale, nel quale è stato deciso di punire chi parlerà in campo coprendosi la bocca e si è discusso di un Under 21 obbligatorio proveniente dal vivaio, ha ribadito lo strapotere del boss del football planetario.

“Volevo che foste i primi a saperlo”, le parole di Infantino a chiusura dei lavori, riferendosi alla sua decisione di ricandidarsi nel 2027, notizia scontata dopo che lo statuto FIFA era stato modificato per legittimare questo scenario. Dopo aver infatti introdotto un limite di tre mandati all’inizio della sua “mission”, nel dicembre 2022 il comitato competente stabilì che i suoi primi 39 mesi di governo non contavano, in quanto completavano il quadriennio del predecessore, Joseph Blatter, costretto a farsi da parte dopo lo scoppio dello scandalo che nel 2015 decapitò la federazione mondiale.

Infantino ha già la terza rielezione in tasca. Basta fare due conti: ha l’appoggio dichiarato delle confederazioni africana, asiatica e sudamericana, alle quali potrebbe presto aggiungersi l’area oceanica. Tradotto: almeno 111 dei 211 voti sono assicurati. Come nel 2019 e del 2023, Infantino verrà confermato con gli squilli di tromba: per soldi e per mancanza di avversari. La Fifa ha infatti previsto introiti record nel periodo 2027-2030 e manca una vera alternativa all’avvocato italo-svizzero.

Il denaro è la carta vincente di Infantino. Dopo aver annunciato che le previsioni di fatturato per il ciclo 2027-2030 sono lievitate a quota 14 miliardi di dollari (11,98 mld di euro), ha promesso che la distribuzione alle federazioni aumenterà del 20%, raggiungendo un totale di 2,31 mld di euro. Non solo. Il consiglio di Vancouver è iniziato con l’accordo di aumentare i premi di partecipazione alle 48 squadre qualificate alla Coppa del Mondo 2026: 1,71 milioni di euro in più per ciascuna federazione. “I soldi della FIFA sono i vostri soldi”, le parole di Infantino, e giù novanta minuti di applausi.

Il presidentissimo dal cuore interista, che dà del tu ai potenti del mondo, e più sono potenti più li omaggia, prima del consiglio aveva affermato: “Non ci sarebbe calcio in 150 paesi del mondo senza la generosità della FIFA”. Qualcuno si è risentito, ma in effetti è così. Il diluvio di denaro è la carta che gli blinda il potere. Un circolo virtuoso alimentato non solo dagli sponsor, ma anche dai prezzi sempre più folli dei biglietti. Per seguire le partite del mondiale 2026, si passa dai sessanta dollari delle fasce più basse ai seimila di quella più elevata. Il costo medio della finale del 19 luglio sarà di 1.200 euro.

Infantino si muove nel solco del predecessore, oggi novantenne: stessa politica, stessi consensi. Nell’epoca blatteriana, i famosi Fifa Project foraggiarono le federazioni nazionali, in particolare quelle terzomondiste, con una pioggia di denaro destinata a programmi di varia natura. La generosità fu ripagata dai voti che assicurarono al colonnello svizzero di restare sul trono dall’8 giugno 1998 al 21 dicembre 2015. Diciassette anni, conclusi malinconicamente nello scandalo più clamoroso della storia del calcio. Infantino potrà arrivare, con la terza rielezione, a quattordici anni di regno.

Solo una cosa non è andata bene all’avvocato italo-svizzero nella settimana trionfale di Vancouver: la mancata stretta di mano tra i delegati palestinesi e israeliani. Infantino ci ha provato fino all’ultimo, ma le fotografie di quei momenti raccontano il suo insuccesso. Il presidente della federazione palestinese, Jibril Rajoub, ha infatti rifiutato di salire sul palco insieme a Basim Sheikh Suliman, vicepresidente della federazione israeliana. Infantino si muove come un potente della terra e si aggrappa spesso alla retorica del calcio che unisce, ma stavolta il colpo a effetto non è riuscito. Da qui al mondiale gli resta solo una grana: la questione Iran. Lui assicura che non ci saranno colpi di scena, ma se riesploderà la guerra, come si fa a immaginare che la nazionale di Teheran giochi in casa di chi sta bombardando la sua gente? Infantino, che consegnò lo scorso dicembre un inopportuno premio della pace al presidente degli Stati Uniti, è nelle mani del suo amico Trump. Nel mondo sopra le righe e un po’ Maga di Infantino, sono proprio gli amici quelli che possono metterti nei guai.

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