Giuseppe Caprotti, il figlio dell’imprenditore Bernardo che ha lanciato al successo il marchio della catena di supermercati Esselunga, ha pubblicato il libro “Le ossa dei Caprotti”. Dove racconta il tormentato rapporto con il padre, scomparso nel 2016: “Il libro non nasce per riabilitare me stesso, ma per documentare la verità e superare le tante illazioni e i pettegolezzi. Sono andato oltre le mie vicissitudini, mio padre non mi ossessiona, Esselunga non mi ossessiona. L’astio e l’odio che ci sono stati non ci sono più”.
E ancora: “Per me il lavoro era fondamentale. Poi c’è la famiglia, certo. Ma col lavoro ho perso la reputazione, l’azienda. Anche degli affetti, perché in Esselunga c’erano molte persone a cui ero legato e che sono scappate”. I momenti più duri? “Il licenziamento, quando ci hanno tolto le azioni, i processi penali…”.
Poi l’aneddoto legato al periodo del licenziamento: “Ero ad di Esselunga. In automobile ricevo una telefonata dal direttore del personale che mi dice: ‘Bernardo ha convocato una riunione dei dirigenti’. Il giorno della riunione arrivo in sede. Ricordo la scena: sembrava una delegazione sovietica con quattro auto nere. Mi dice di aver licenziato tre dei miei manager. Chiesi: la quarta è per me? ‘Non ancora’, rispose Bernardo. Rimasi sotto choc per giorni: non sapevo più dove fossi. Aveva organizzato uno spettacolo a cui quadri e dirigenti avevano dovuto assistere. Qualche giorno dopo mi mandò via”. Il motivo del licenziamento? “Per gelosia”.
Il Natale in casa? “Ci faceva ascoltare i discorsi di Mussolini. Al posto di Jingle Bells risuonava per casa ‘spezzeremo le reni alla Grecia’. Disprezzava il Duce. Era un provocatore. Come quando a un archistar comunista e di religione ebraica disse che Mussolini andava rivalutato. L’architetto incassò. Allora disse che Hitler andava rivalutato. Al che se ne andò”.