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Pechino, il salone dell’auto dove la Cina corre e l’Occidente resta (quasi) a guardare

La kermesse motoristica della capitale cinese fotografa un riequilibrio profondo. I costruttori locali dominano la scena mentre i player globali inseguono
Pechino, il salone dell’auto dove la Cina corre e l’Occidente resta (quasi) a guardare
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Quindici anni fa, al Salone dell’auto di Pechino, i costruttori stranieri entravano da protagonisti. Oggi, spesso, sembrano comprimari. Non perché la Cina abbia chiuso la porta. Al contrario: l’ha spalancata per imparare. Al punto di giocare, adesso, in casa con una sicurezza che l’industria occidentale fatica a decodificare.

Il cambio di scenario è evidente appena si attraversano i padiglioni. Gli stand dei marchi europei sono ordinari, talvolta prudenti. Dall’altra parte, i gruppi locali (Geely, BYD, Chery, Great Wall e compagnia) insieme a nuovi protagonisti come Xiaomi, mettono in scena una narrazione diversa: più tecnologica e allineata ai gusti di un pubblico cresciuto dentro l’ecosistema digitale. Schermi, software, servizi connessi, aggiornamenti continui. È sostanza industriale.

Il paradosso è che una parte di questa forza nasce da una stagione in cui l’Occidente pensava di aver trovato in Cina la gallina dalle uova d’oro. Le joint venture paritetiche, per anni obbligatorie, erano il prezzo per accedere al mercato più promettente del mondo. In realtà sono state un’arma a doppio taglio. I costruttori stranieri hanno portato prodotto, qualità, processi. La Cina ha aggiunto economie di scala, velocità, forza lavoro a basso costo, pochi vincoli normativi e una capacità di apprendimento fuori dal comune. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

In questo scenario si inseriscono due casi emblematici. Audi, per anni riferimento del premium nel paese della Grande Muraglia, oggi si trova a rincorrere. Non tanto per perdita di identità, quanto per un ritardo accumulato su software e integrazione digitale, elementi ormai centrali per il cliente domestico. Il passaggio all’auto “software-defined” è stato più rapido del previsto e ha favorito chi era più agile. Una dinamica che, con sfumature diverse, riguarda anche altri costruttori tedeschi come BMW e Mercedes-Benz, anch’essi alle prese con un calo delle vendite in Cina e con la pressione crescente dei brand di Pechino nel premium.

Anche Tesla non se la passa benissimo. Dopo l’ingresso trionfale con la Gigafactory di Shanghai e anni di crescita sostenuta, oggi si muove in un contesto molto più competitivo. Nel 2025 le vendite di vetture prodotte in Cina sono arretrate, con una quota nel mercato elettrico scesa intorno all’8%, mentre la concorrenza “nativa” guadagna terreno. Nel primo trimestre 2026 si è visto un rimbalzo, ma dentro una dinamica sempre più instabile. La sua assenza dal Salone di Pechino non è passata inosservata: voci di corridoio parlano di un taglio di parte del budget per il marketing deciso dal management locale. Segnali che valgono più delle dichiarazioni di circostanza.

Il cambiamento più profondo, però, è culturale. Il marchio straniero non è più sinonimo automatico di qualità superiore, neanche nel comparto del lusso. Il cliente cinese sceglie ciò che percepisce come più avanzato, più integrato nella propria vita digitale, più aggiornato. E sempre più spesso quel prodotto parla il mandarino.

Il mercato locale resta enorme, ma è diventato più complesso. Nel primo trimestre 2026 sono stati venduti circa 7 milioni di veicoli, con una flessione su base annua, mentre quelli “a nuova energia” (le elettriche e le ibride plug-in) hanno raggiunto quasi 3 milioni di unità, pari a oltre il 40% del totale. In marzo, da soli, hanno superato 1,2 milioni di immatricolazioni. La transizione è in corso, dunque, anche se sulle strade le targhe blu (quelle che contraddistinguono le auto termiche) continuano a essere più di quelle verdi (EV e PHEV).

Nondimeno, sullo sfondo emerge una tensione strutturale: la sovraccapacità produttiva. La Cina produce più auto di quante il mercato domestico riesca ad assorbire. Da qui nasce la necessità vitale di vendere fuori dai propri confini. Le esportazioni crescono rapidamente e rappresentano una valvola di sfogo fondamentale per l’intero sistema industriale. Ma sono anche un possibile punto di vulnerabilità. Esporsi ai mercati esteri significa confrontarsi con barriere commerciali, tensioni geopolitiche e una concorrenza sempre più difensiva. In altre parole, la stessa forza che oggi sostiene l’espansione potrebbe, nel tempo, diventare un fattore di instabilità.

L’Occidente ha insegnato alla Cina a costruire automobili, e la Cina ha imparato. Poi ha accelerato, aggiungendo software, batterie e velocità decisionale. Resta allora una domanda, più intrigante di qualsiasi classifica: cosa succede quando un sistema industriale del genere esce davvero dai propri confini? In Europa, ad esempio, i marchi cinesi valgono già circa l’8% del mercato. Non certo una presenza simbolica. La vera incognita è quanto rapida sarà la scalata. E fin dove arriverà.

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