“All’epoca, nonostante fossi nel mio maggior momento di successo, non mi vedevo come artista”. È stato questo uno dei paradossi, tipici della “sindrome dell’impostore” che Dennis (ex Deddy) ha vissuto poco dopo la sua partecipazione ad “Amici” 20-21. L’artista, nel programma di Maria De Filippi, era arrivato terzo, a pari punti con Aka 7even. Un risultato inatteso per un ragazzo che, poche settimane prima, era un barbiere soddisfatto della propria vita. Essere catapultati in un programma visto da milioni di persone non è facile. Lo ricorda anche lo stesso Dennis quando, uscito da “Amici”, era convinto di tornare alla sua quotidianità, tra forbici e macchinette. Ma così non è stato. E dopo un forte momento di hype, tanto da organizzare un instore in Piazza Duomo e dal raggiungimento di un disco di Platino col suo progetto “Il cielo contromano” (2021), per Dennis sono iniziate le prime difficoltà.
L’effetto risonanza di “Amici” si stava sgonfiando e, rimanere a galla, non è stato sempre facile. Ma, dopo un cambio di etichetta discografica, un rinnovato entusiasmo artistico e l’aver trovato la chiave per orientarsi nel proprio “labirinto” interiore, Dennis ha pubblicato, venerdì 24 aprile, il suo secondo disco, “Stargirl”. Il cantante, a FqMagazine, ha raccontato sia la lunga genesi del progetto, che spiegato il proprio significato di Matrix (“Ti fa tornare, sempre, al punto principale. Non esci mai”).
Sei arrivato, a pari punti con Aka 7even, terzo durante Amici 20-21: qual è il ricordo più bello che hai del programma?
Il fatto di avere, ogni settimana, la possibilità di esibirsi e di mostrare quelli che sono stati i progressi durante i giorni precedenti. Quella è davvero una cosa figa, perché la settimana è difficile all’interno del programma. Studi tantissime ore, ed è bellissimo avere questa possibilità, però allo stesso tempo puoi anche avere il riscontro. È un po’ come fare il disco: l’ho scritto e non vedo l’ora che esca, così la gente mi potrà dire che ne pensa.
Il momento più difficile, invece?
Direi il fatto di essere isolati, di non sapere che succede fuori. E non avere la possibilità di parlare con i propri genitori, invece, converseresti a casa, è un po’ limitante. È sicuramente qualcosa di difficile da vivere. Poi per quanto ci si possa volere bene all’interno della casetta, in realtà, si percepisce la competizione nell’aria. Però è una grande esperienza, è una fortuna farla.
Che faresti se non avessi gareggiato ad Amici?
Avrei continuato a fare il barbiere. È sempre stata una grande passione per me, e lo è ancora. Presto lancerò un progetto che riguarda la barberia tra l’altro: è qualcosa in cui ho sempre creduto. Poi sono nato in quel mondo lì. Mia mamma è parrucchiera e ricordo quando c’erano quelle giornate in cui non avevo voglia di andare a scuola e, quindi, andavo al lavoro con lei. Ero piccolino, vivevo il mondo del negozio e mi piaceva. A volte prendevo la scopa e facevo il figlio che aiuta la mamma.
Hai partecipato ad Amici 18 anni e, subito dopo, è arrivato il successo. Ma, come avevi scritto su Instagram, ti eri accorto che tutto ciò che avevi vissuto ti “stava sfuggendo via”: eri troppo giovane per gestire tutti quei riflettori?
Sì. Ad oggi, con lucidità, mi rendo conto che sotto tanti aspetti non ero abbastanza maturo, sia a livello artistico che umano, da poter gestire quella roba lì. Quello era il mio sogno, e la vita, la legge dell’attrazione, chiamiamola come vogliamo, mi ha messo davanti tutto quello che mi avrebbe trasformato in ciò che serviva per essere quell’uomo lì. Ma all’epoca, nonostante fossi nel mio maggior momento di successo, non mi vedevo come artista.
Perché?
Mi sentivo un po’ un impostore, Mentre oggi, che di numeri ne ho pochi, mi vedo come un artista. Ma lo percepiscono anche le persone che mi stanno vicino.
Come hai raggiunto la consapevolezza di considerarti artista?
Mi hanno aiutato tanto i miei amici e le persone che mi stanno vicino. Mi hanno fatto capire in che modo lo fossi, anche mettendomi davanti delle differenze che ho rispetto a loro, magari, nel modo di vedere e vivere la vita. Mi rendo conto sia molto più artistica questa cosa rispetto a, banalmente, a quello che dicono loro. Allo stesso tempo, questo cambiamento, è arrivato grazie ai momenti negativi che ho avuto.
Oltre a te, anche altri artisti come Angelina Mango, Blanco e Sangiovanni, si sono dovuti fermare per prendersi cura di sé e ripartire. Cosa accade?
Secondo me è proprio per il modo in cui si muove il mercato: c’è questo bisogno costante di esserci, farsi vedere e raccontare. Tutto questo ti toglie la possibilità di vivere e, se non vivi, non riesci a raccontarti ed essere artista come dovresti. Nel momento in cui stai facendo arte, hai una responsabilità. E se questa responsabilità non te la prendi in qualche modo, poi, fai fatica a gestirla perché sei troppo impegnato a fare la figurina piuttosto che l’artista. E da lì, di conseguenza, hai bisogno di ritrovarti. Almeno questo è ciò che successo a me.
“Stargirl” è il titolo del disco, perché?
È la “ragazza stella”. È un’entità che racconta e si muove attraverso il disco, in base alle esperienze che vive. Cambia il suo modo di essere e di affrontare le cose. Stargirl può essere anche Starboy, può essere chiunque. L’ho rappresentata in questo modo per la sensibilità di riuscire a cambiare attraverso l’esperienza. Perché, per cambiare, hai bisogno di sensibilità.
Racconti che “Stargirl parte da una distanza. Non come tema, ma come condizione”. Ovvero?
Nel momento in cui cerchi di essere qualcos’altro, si crea una distanza che ti dà la possibilità di trovare altre direzioni ed un altro modo per raggiungere quello che volevi. La distanza è necessaria per poter trovare una meta.
“Ho capito che sei fragile dal modo in cui credi alle favole, ma oggi il mondo non le racconta più”. Come mai ha smesso di farlo?
Perché la gente, ad oggi, credo sia un po’ disillusa. Non c’è più spazio per i sogni: sembra tutto impossibile, sembra che siamo tutti vittime di ciò che ci viene messo davanti. Mi sembra che siamo tutti un po’ obbligati ad andare in una determinata direzione. Il Matrix, che è anche il nome di una delle tracce presenti nel disco, in qualche modo, è uno schema che ti porta ad andare in una direzione, a fare un certo lavoro. Ed è per questo che sembra non ci sia più spazio per i sogni.
Ti percepisci dentro o fuori questo “Matrix”?
Questo Matrix ti fa tornare, sempre, al punto principale, quindi non esci mai. Però credo che ci siano dei livelli di questo Matrix. Grazie alla musica sono riuscito, almeno per un periodo di tempo, ad affittare il mio tempo. Nel senso che ho avuto la possibilità di non dover stare dentro determinati schemi e situazioni. Ed ho avuto la fortuna di poter scegliere la mia quotidianità. Questa cosa mi ha dato la possibilità di osservare, di vedere come si muovevano le persone, lo schema, il sociale e farmi una mia idea. Filosofeggiare un po’ su quello che è l’universo, la mia vita, e su come possa funzionare la legge dell’attrazione. Nel momento in cui ti convinci effettivamente dei pensieri che stai facendo, qualcosa cambia davvero.
In “La Ribelle” dici: “Era l’ultima volta che mi ribellavo al mio destino”: a cosa sei andato contro?
Sono andato contro a tutte le volte che ho pensato di lasciare la musica. Se l’avessi fatto sarebbe stata una ribellione verso il mio destino, ma non perché sia destinato a essere un grande artista, non sto dicendo questo, non ho questa arroganza, però sicuramente il mio destino era che io mi raccontasse attraverso le canzoni perché, senza, non riuscirei a stare. Alla fine ad oggi ho perso i numeri, rispetto a quello che era Deddy. Magari nella vita farò tutt’altro, però sono sicuro che a casa avrei, nonostante tutto, la mia tastiera, la mia chitarra, la mia scheda audio, il mio microfono e le mie casse.
È meglio ripartire da un’affezionata nicchia di fan rispetto ad avere un pubblico molto più ampio e, a tratti, “illusorio” perché affezionato solo al “Deddy di Amici”?
Sicuramente sì. Per quanto riguarda il grande successo post “Amici”, non penso fossi troppo giovane per gestirlo: era proprio una questione di esperienza, perché fare il programma a 18 anni, passando dall’essere barbiere, al fare l’instore in piazza Duomo due giorni dopo finito “Amici”, è completamente uno stravolgimento di vita. Ricordo che erano venuti a prendermi dopo essere uscito dalla casetta e, la prima cosa che avevo detto era stata: “Ma avete sentito Tito?”. Tito era il mio titolare del negozio e pensavo dovessi tornare a lavorare la settimana successiva. Loro, poi, mi hanno detto “Non hai capito che cosa è successo!”. Quindi davvero sei stravolto. In quel periodo c’era il Covid, quindi il pubblico era sempre lo stesso, però che ne sai che alla fine tifano te. Finito il programma pensi di ritornare a fare il barbiere, perché non sai niente, non hai il telefono, non hai nulla.
In “Un altro nome” dici: “Bevo e fumo per pensare, ma la pace non la trovo da un po’”: cosa ti impedisce di trovarla?
La canzone l’ho scritta nel 2023. In quel momento, che ricordo precisamente, anche se oggi non mi riguarda più perché l’ho superato in qualche modo, “Il bevo e fumo per pensare”, che in realtà è per non pensare, come senso, è per svagarsi. Invece la pace non la trovavo da un po’ perché rappresentava l’ossessione di inseguire qualcosa e pensare che il valore umano dipenda dal successo e dall’insuccesso che quella persona ottiene. Ed è proprio una cosa che odio.
In “Sogni Buttati” racconti di aver pensato “così tanto che mi stavo soffocando e ho creato un labirinto”: perché?
Per uscire dal Matrix c’è bisogno di pensare tantissimo. Solo che riflettere a lungo è anche controproducente in determinate situazioni. Quindi ho creato degli schemi nella mia testa da cui non riuscivo ad uscire. Per un problema partivo, creavo la soluzione, e a quella soluzione creavo un ulteriore problema e, così andando, si creava uno schema infinito, dove non avrei mai risolto il problema
Che chiave hai trovato per non rifinire dentro “il labirinto”?
o imparato a conoscere il labirinto: oggi mi ci so muovere al suo interno. Ci ho fatto una casetta, i miei spazi, ed anzi è un modo in cui posso nascondere oppure immagazzinare determinate esperienze della mia vita e sapere solo io dove andarle a trovare. Lo trovo figo questo labirinto. Poi sicuramente sono cambiate un po’ di cose, anche da “Sogni buttati”, che prima si chiamava “A Tutti”, ed era questo brindisi, a tutti i giorni spenti e grigi.
Hai capito da solo come conoscere questo labirinto o ti sei fatto aiutare da un supporto psicologico?
Non scredito assolutamente il supporto psicologico, perché penso sia davvero qualcosa di funzionale. Per un periodo della mia vita sono andato da una psicologa, però poi avevo capito come funzionava, almeno per quello che riguardava me. In quel momento della mia vita avevo compreso di aver bisogno di sentirmi dire e fare determinate domande che, in me, innescavano delle risposte in questo cervello malato. E così questo cervello malato lavorava e risolveva. Però avevo bisogno della domanda che la mia mente non avrebbe fatto. E quel quesito, però, la maggior parte delle volte te la può fare un amico, un genitore. Almeno nel mio caso.
Sempre in “Labirinto”, dici che ti “sembrava che tutti corressero meglio” di te: ti sentivi in competizione?
Ero a tratti invidioso perché mi sembrava che tutti andassero meglio di me, che tutti fossero più bravi di me. Mi sembrava non fossi mai destinato ad essere il numero uno. Ma neanche una volta. Ho fatto “Amici” e non ho mai vinto una sfida. Facevo il barbiere, ero bravo, però non ero mai il migliore. E quindi, sì, c’è stato un grosso periodo della mia vita in cui ho pensato che non sarei mai stato destinato a quello. Oggi lo penso ancora ma, a differenza di prima, non me ne frega niente.
Su Instagram avevi scritto: “Brindate ai vostri sogni buttati”. Qual è il tuo?
Una relazione. C’era una persona che meritava un trattamento diverso, quello sicuramente. Avrei potuto essere la versione migliore di me, però ho rovinato tutto perché stavo vivendo determinate cose. È sicuramente un rimpianto. Allo stesso tempo, ti direi il non essermi imposto alla discografia, al mondo musicale, nel momento in cui stavo vedendo che andava a rotoli e sembrava che le soluzioni fossero semplicemente fare la “musica facile”. E io in qualche modo non mi sono contrapposto a questo, andava bene così. L’importante era che non crollasse tutto il castello.
Possiamo leggere, anche in quest’ottica, il tuo passaggio a Believe?
No, ma in realtà non voglio neanche dare la colpa a Warner perché, obiettivamente, che colpe hanno loro? Nessuno di questo mondo ha colpe. Semplicemente il mondo si muove in quella direzione là, e se facessi una valutazione su quello che è stato il mio primo disco, perché tutto partiva da là, abbiamo canzoni come “La prima estate”, “0 passi”, che sono canzoni molto più facili. E canzoni come “Mentre ti spoglio”, “Giove” ed “Il Cielo Contromano” che sono diametralmente opposte rispetto alle altre. Scrivevo una canzone verissima e poi facevo quella più “feliciotta”, come possibile hit. Stava andando tutto a tracollo e, in quel momento, pensavo: “Facciamo uscire le hit perché sono andate meglio”. Ma sbagliavo, dovevo dire di no.
Cos’è cambiato ora?
Scelgo di raccontare quello che sto diventando, ciò che sto vivendo per davvero. Il passaggio in Believe è avvenuto perché è una realtà che si sposa molto questo ideale. Hanno appoggiato il mio progetto, questo mio modo di vederla, e quindi sicuramente era un passaggio necessario. Anche cambiare aria, era davvero un bisogno. Loro sono stati davvero fondamentali: si sono comportati come un cast per quello che riguardava la presenza nel lavoro, al disco, anche se in realtà non era dovuto, perché avendo firmato una licenza (i master dei brani rimangono di proprietà all’artista che, però, li “cede” in licenza per un determinato arco temporale, fino allo scadere del contratto, ndr) non è dovuto che diano tutte queste attenzioni ad un progetto.
“Quando facevo il barbiere avevo molta più fame, più sete”, canti in “Matrix”. Come mai?
Quando facevo il barbiere avevo un’energia diversa: mi piacerebbe tornare a quella forza lì e, piano piano, ci sto riuscendo. Avevo un modo di affrontare la vita che era molto più semplice: non mi aspettavo niente, per davvero. Non era insoddisfatto della mia vita, ero felicissimo.