Davanti agli occhi di una bimba, poi ragazzina e adulta, scorrono i frammenti di alcuni dei fatti che cambieranno per sempre la società e la vita delle donne. Non solo alcuni degli eventi di risonanza pubblica come le occupazioni e manifestazioni femminili, i dibattiti, le lotte per la conquista di spazi dedicati. Ma anche i piccoli accadimenti interiori, quelli della mente e del cuore, gli interrogativi che si preparano a sbocciare nella realtà esterna sotto forma di azioni.
Lo sfondo su cui Serena Bortone, giornalista e conduttrice televisiva e radiofonica, muove le tessere delle sue piccole e grandi memorie e dei personaggi femminili che animano il suo secondo libro, “Le dirimpettaie“, (Rizzoli editore), è quello della Roma anni Sessanta e Settanta e oltre. Un viaggio di tre donne che cercano la libertà e la ottengono: nell’arco temporale in cui si muove un Paese in trasformazione: dal boom economico alla legge sul divorzio passando per la Dolce Vita. Fino all’inizio del nuovo millennio.
Le dirimpettaie sono le donne vicine di casa a cui si chiedeva, e forse ancora si chiede, una mano su qualsiasi cosa. Compagne di chiacchiere, di un caffè, di un ingrediente mancante, complici di una confidenza, di una risata o di un dolore, solidali con noi nel pesante quotidiano femminile. E noi con loro. A due anni dal suo romanzo d’esordio, “A te vicino così dolce”, l’autrice ci consegna un’opera che parla di noi, delle nostre madri, e di tutto quello che ancora ci abita quando proviamo a scegliere la nostra vita. Giudizi, pregiudizi, paure, insicurezze, sensi di colpa.
C’è stato un tempo in cui la vita delle donne non aveva autonomia propria e tutto andava di conseguenza con le decisioni del marito, spesso l’unico a lavorare. Se lui decideva un cambiamento di residenza, la moglie era obbligata a seguirlo, se invece lei aveva esigenze di trasferirsi, non poteva farlo senza abbandonare i figli. Questa è una delle pagine più toccanti del libro di Sibilla Aleramo (1876 –1960) “Una donna”: il racconto del suo distacco dal figlio ancora piccolo per poter seguire il suo desiderio di scrivere è struggente. La patria potestà era solo del padre per legge. Fino al 1975, quando la legge sul diritto di famiglia ha introdotto la potestà genitoriale condivisa. Ma giorno dopo giorno, rinuncia dopo rinuncia, la rivendicazione dei diritti delle donne, dal tempo della Aleramo al Sessantotto e in seguito, si è fatta strada ribaltando radicalmente questo copione. Soprattutto per le più giovani: perché le donne già sposate allora, strette nelle loro esistenze ordinate, si sono trovate all’improvviso travolte da mille pensieri di libertà.
E’ questo loro anelito, questa spinta interiore, a volte coperta da riluttanza o paura di sbagliare, ancor prima che la sua esternazione in atti concreti, a scandire le pagine del libro di Bortone. Un viaggio filtrato dal suo sguardo ancora distante, per età anagrafica, che diventerà vivo, fra memorie di incontri, di sentimenti di sorellanza e relazioni, solo attraverso la scrittura come atto di consapevolezza.
La musica di Wagner, nel primo capitolo del libro, introduce tre valchirie danzanti di cui parlerà dopo: Tina, Gabriella e Maria: “Sono in cucina, sul seggiolone di legno, e ho fame. Accanto c’è un giradischi a quarantacinque giri. È un oggetto con un coperchio rosso, mi incanta. Mia madre posiziona un disco, prende il braccio e accosta la puntina al vinile. Si innalza un suono poderoso, repentino, gli archi svettano, come una frustata al mondo. È Wagner, La cavalcata delle Valchirie. Le guerriere cantano acute, possenti, veloci, volano con gli eroi, padrone del cielo e della Terra”, scrive. E ancora: “Io non ho nemmeno un anno di vita e spalanco la bocca. Sto imparando a mangiare. Il rito si ripete ogni giorno perché, quando ascolto il grido delle Valchirie, mi avvolge lo stupore e forse anche la paura. Apro la bocca e mia madre ci infila la pappa”.
Valchirie dee, sorelle anche senza legami di sangue, complici di chiacchierate e confidenze, pronte a dare aiuto concreto. Le dirimpettaie sono quelle donne di cui ciascuna di noi, della generazione ‘60-’70, ha ricordo ancora oggi. Potevano avere l’età delle nostre nonne, e ricordarsi il primo voto femminile come avvenimento epocale. Oppure hanno l’età delle nostre madri: “Sono stata svezzata da donne divine. Ho assaporato i primi bagliori di vita mentre loro trasportavano sul Valhalla i valorosi morti in battaglia. Mi hanno cresciuto le sorelle, umane e sovrumane”.
Subito, nello stesso capitolo, affiora il secondo ricordo: “C’è la moquette in casa, è morbida e blu come l’Olimpo, è anch’essa regno di divinità femminili. Sono le vicine di casa di mia madre, belle come dee, valchirie senza armi”. Le dee valchirie sono le dirimpettaie di un condominio romano nel quartiere Talenti, protagoniste del romanzo. Sono le donne che entrano ed escono da casa sua per momenti di condivisione, convivialità, confidenze. Compiranno, ciascuna in modo differente, un percorso personale, una metamorfosi che le porterà a prendere in mano la propria vita. Si chiamano Tina, Maria, Gabriella. Bortone pesca dai suoi ricordi personali per dare loro vita letteraria: “Mia madre e le sue dirimpettaie vivevano i loro primi anni Sessanta con compostezza. Eppure, il pulviscolo di quella sfrenatezza – colpevolizzata, combattuta, perseguitata – restava nell’aria. Percepivo che dietro le risatine, dietro le dichiarazioni scandalizzate, si nascondeva un tarlo. Le donne di quella generazione sapevano che c’era qualcosa oltre il focolare domestico. Qualcosa che non si poteva condannare del tutto, perché aveva un nome eterno come la storia dell’umanità. Si chiamava libertà”.
Le tre donne che si incontrano su quel pianerottolo diventano indispensabili l’una per l’altra, legate da un’amicizia quotidiana fatta di segreti condivisi, silenzi e osservazioni reciproche. Cresciute in un mondo che assegna loro ruoli rigidi, affrontano matrimoni spesso più di convenienza che sentimentali, maternità vissute tra dovere e ambivalenza, desideri repressi, tradimenti e improvvise fughe. Fino a precipitare, magari non volendo, nella storia. Ecco un passaggio significativo che riporta Bortone: “In via del Governo Vecchio, al civico 39, non c’è una targa che ci riporti al 2 ottobre 1976, quando un gruppo di femministe occupava il rinascimentale Palazzo Nardini e faceva nascere la prima Casa delle donne”.
Bortone racconta di Gabriella, a cui viene chiesto di partecipare ma che non sa dove lasciare il figlio. Allora chiede aiuto alla madre di Serena, che si presta non per adesione al movimento femminista ma per sorellanza. Scrive nel capitolo “La femminista riluttante”: “Quel pomeriggio sentii che la sua consapevolezza stava diventando persino più importante della maternità. Era diventata libera economicamente grazie alla spinta del movimento femminista. Era venuto il momento di restituire qualcosa alle altre. Per la prima volta non era chiamata solo ad assistere e studiare. Era chiamata a essere protagonista degli eventi che, un domani, qualcun altro avrebbe studiato. Stava costruendo la memoria di sé”.
Ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, sono molte le donne che vivono in luoghi dove i servizi sono scarsi e, se non hanno rete famigliare o risorse per permettersi baby sitter, si appoggiano ad amici e ad altri genitori solo per poter lavorare. Ma occorre ricordare chi prima di loro ha aperto la strada. Ecco un altro passaggio dal libro: “Le dirimpettaie hanno provato a compiere tale miracolo, tutto umano e quindi imperfetto. Hanno cercato di essere padrone del proprio destino, guidate da cuore, testa, appagamento sessuale. Ognuna a suo modo ha percorso l’audace e sconnesso cammino verso l’autenticità. Insieme, tenendo salda l’amicizia, hanno rotto catene che le imprigionavano agli errori del passato, i propri e quelli ereditati”.
Qual è il loro destino nel romanzo di Bortone? Gabriella, cresciuta ai margini, cerca emancipazione attraverso il denaro, Maria insegue il sogno dell’amore autentico, Tina la vitalità e l’appagamento dell’eros. Per l’autrice, cresciuta invece negli anni Ottanta, è stato diverso. Molte cose erano già acquisite. Quelli erano gli anni dell’affermarsi dei grandi marchi di moda, dello shopping e del consumismo. Nel ricordo di Bortone l’immagine è ripresa di spalle: “Io sono piccola, paffutella e tengo mia madre per mano. Sono io che la guido, sospinta dall’entusiasmo. A Roma ci sono i saldi e io sto andando a spendere l’assegno che i miei nonni materni mi hanno donato per Natale. Il mio primo afflato di libertà si lega al consumismo”.
Poi, nei capitoli seguenti, altri spaccati e riflessioni. Soprattutto questa: “Le amiche di mia madre e tutte le donne che mi sono state madri mi hanno insegnato a combattere la rassegnata obbedienza che ha avvolto per millenni il destino femminile. Mi hanno consegnato il valore della scelta e dell’impegno collettivo”. Ma in tutto questo racconto al femminile dove sono gli uomini? Bortone ci restituisce un ritratto di fragilità, molto umano. E afferma senza dubbio: “Io sono figlia di mia madre e delle sue amiche