Cortina negli anni Ottanta era “un paese per giovani, oggi mi sembra lo sia un po’ meno. Hanno chiuso molti locali, i ragazzi ci sono ma vanno più nei bar, fanno aperitivi. Negli anni Ottanta e Novanta c’erano un sacco di localini, piano bar, discotechine, addirittura locali che aprivano alle due di notte per mangiare. Quella cosa si è persa, non so se sia un bene o un male“. Chi lo racconta? Jerry Calà che proprio nella cittadina di montagna ha premiato come giurato Bratiska di Gregorio Mattiocco al Cortinametraggio e ha rilasciato, con l’occasione, una lunga intervista al Corriere.
La storia, quella di Calà, è fatta di gavetta (“i Gatti di Vicolo Miracoli, il Derby tutte le sere e grandi artisti a insegnarci come Cochi e Renato, Jannacci, Villaggio. Oggi vanno subito in televisione”) e di tante esperienze, una che è nel cuore di molti, quella di Vacanze di Natale con cui ha un rapporto “bellissimo, il personaggio di Billo mi è rimasto addosso. Il piano bar era perfetto per me, nella mia prima gioventù suonavo e cantavo, e lo faccio ancora oggi”. E il comico e attore rivendica quel film che non considera un cinepanettone ma una pellicola “feroce, prendeva in giro gli arricchiti romani, con la famiglia Covelli raccontava l’eccesso degli anni Ottanta. Era provocatorio anche su temi che oggi farebbero discutere“, per esempio “Christian De Sica il fluido: ed eravamo nel 1983”.
“Mi sono sempre più buttato fregandomene”
Mai avuto paura del successo, semmai dell’insuccesso: “È stato uno dei motivi per cui poi ci eravamo lasciati anche con Mara (Venier, ndr), la domenica sera telefonavo a tutti i cinema d’Italia per sapere gli incassi e se non erano come dicevo io incominciavo a rompere le palle, a essere triste. All’inizio degli Anni 90 ho avuto un incidente quasi mortale, ho trascorso sette mesi su una sedia a rotelle e da lì sono cambiato, mi sono sempre più buttato fregandomene se le cose andavano bene o male”.
Nella chiacchierata Calà parla del suo nome di battersimo, Calogero, che da ragazzo lo faceva vergognare ma oggi gli piace, di sua madre “una chioccia bellissima” e di un papà “severissimo”: “Se non rispettavi un orario c’erano le punizioni corporali, la cinghia. E poi non voleva che suonassi nei complessini a Verona”. Oggi si sente libero perché fa quello che vuole e sa dire di no e la cosa che più conta è la sua famiglia, “soprattutto mio figlio Johnny”.