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Carbone, rinnovabili e nucleare: cosa dice il ministro Pichetto di fronte alla crisi energetica e cosa sta facendo davvero

Il responsabile dell’Ambiente ha espresso indicazioni e contromisure sull’aumento dei prezzi di bollette e carburante: una verifica sulle sue dichiarazioni
Carbone, rinnovabili e nucleare: cosa dice il ministro Pichetto di fronte alla crisi energetica e cosa sta facendo davvero
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È utile dirlo con le parole dell’ex ministro dell’Ambiente – oggi vicepresidente della Camera dei Deputati – Sergio Costa: “A uno shock energetico che le imprese stanno pagando oggi, il governo risponde con una promessa lunga un quarto di secolo”. Le risposte a cui si riferisce sono state date, in diverse occasioni, negli ultimi giorni dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Non ha messo sul tavolo grosse novità ma ha ribadito annunci e misure con chiari limiti in termini di efficacia e tempismo nel contrastare l’aumento dei prezzi di bollette e carburante e il rischio sugli approvvigionamenti dell’energia. Le tematiche principali su cui è utile fornire approfondimenti e contesto sono tre: ritorno del carbone, lentezza delle rinnovabili e necessità del nucleare.

Le centrali a carbone

“Se il gas supera i 70 euro al megawattora potrebbe rendersi necessario riattivare le centrali a carbone” ha detto il ministro parlando a La Stampa. Con l’ultimo decreto Bollette, il cosiddetto phase-out definitivo dal carbone è stato spostato al 2038, superata la scadenza del 2025. Due centrali sono state lasciate in “stand-by” proprio nell’ottica di doverle riattivare. Problema: esperti e think tank rilevano come le centrali potrebbero non essere in grado di fornire elettricità a un prezzo inferiore al già elevato prezzo del gas anche perché il loro mantenimento al 2038 introduce un costo ulteriore al sistema elettrico (stimato attorno ai 100 milioni di euro l’anno). “Seguire la logica di un ritorno al carbone – spiega ad esempio ECCO – significa ignorare la specificità del sistema elettrico nazionale che ha già ‘comprato’ la sicurezza tramite il capacity market e che necessita solo di stabilità normativa per sbloccare gli investimenti in rinnovabili, reti e accumuli e accelerare la transizione per uscire dal gas”. Inoltre, l’inclusione di questa norma all’interno di un decreto che chiede all’Europa di permettere al sistema elettrico italiano di bypassare il meccanismo ETS per la produzione a gas, è un altro problema. “Il phase-out del carbone nel sistema termoelettrico italiano rappresenta infatti la misura più significativa di riduzione delle emissioni di CO2 ed è quindi direttamente legato all’incidenza delle quote ETS nella formazione dei prezzi”. In estrema sintesi, le quote Ets sono permessi negoziabili dell’UE che consentono alle aziende di emettere – con un costo C02. E quei costi, se aumentano, devono ovviamente essere pagati.

Le rinnovabili ferme “per colpa delle Regioni”

La questione “rinnovabili” è il secondo punto di caos comunicativo. Il ministro ammette che se “per il 2030 riuscissimo a raggiungere la metà dei nostri consumi da rinnovabili, i prezzi calerebbero sensibilmente” ma poi, nella sua intervista, attribuisce la responsabilità della lentezza sull’implementazione delle fonti green alla “burocrazia” e all’opposizione delle Regioni guidate dai 5 Stelle. Il ministro si riferisce evidentemente a casi reali – come la Sardegna – ma si dimentica di guardare in casa propria. Secondo l’ultimo report di Legambiente “Scacco matto alle rinnovabili”, infatti, a gennaio 2026 su 1.781 progetti di fonti rinnovabili attualmente in fase di valutazione VIA PNRR – PNIEC, ben 1234, pari al 69,3% del totale, erano in attesa della conclusione dell’istruttoria tecnica, alcuni (17) con attese di risposta sin dal 2021.

Eolico off-shore a bagnomaria

Tra questi, i progetti relativi a due parchi eolici offshore in Puglia. “Il primo – spiegava il rapporto – presentato nel Golfo di Manfredonia e risalente al 2008 e il secondo proposto nelle acque del Mar Adriatico meridionale in corrispondenza dei Comuni di Zapponeta, Manfredonia e Cerignola e presentato nell’aprile 2012. Quest’ultimo, dopo 11 anni di attesa, nel 2023 ha ottenuto parere positivo con prescrizioni – come, ad esempio, la riduzione nel numero degli aereogeneratori – da parte della Commissione Tecnica, ma ad oggi rimane ancora bloccato a quasi 15 anni dalla sua presentazione”. Non va meglio per quelli su cui, a fronte di un contrasto tra diversi ministeri, dovrebbe decidere Palazzo Chigi. A inizio anno erano almeno 160 i progetti in attesa della determina da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, 45 in più dello scorso anno. Non è quindi tutta colpa delle Regioni. “Il Ministro dell’Ambiente poteva vantarsi, già nel 2024, di lanciare la prima asta per l’eolico offshore – spiega ad esempio Fulvio Mamone Capria, presidente di Aero, Associazione delle Energie Rinnovabili Offshore – Al contrario, siamo quasi a due anni dalla pubblicazione del decreto FER2 per le tecnologie innovative (ma mature) come la nostra e nulla si è mosso in favore di 2,3 GW di progetti già autorizzati in VIA. Ora si sta lavorando ad una revisione dello stesso decreto che, speriamo, possa entro pochi mesi riscattare il settore. Senza una visione strategica sull’importanza di sfruttare tutte le nostre fonti rinnovabili, questo Paese resterà indietro in Europa, dipendendo dai mercanti delle fossili e perdendo l’occasione industriale di sviluppare una filiera mediterranea vantaggiosissima”.

Aree idonee, decreto meno idoneo

Inoltre, l’opposizione delle Regioni è conseguenza anche di quanto previsto dal piano delle aree idonee del ministero. “La responsabilità scaricata sulle Regioni è un diversivo, perché il decreto aree idonee porta la firma del ministro – ha spiegato Costa – e il problema nasce dal decreto. Invece delle aree idonee servono quelle di accelerazione, con gestione regionale”. In pratica, invece di fare un decreto aree idonee, imponendo ai territori la destinazione, sarebbe stato meglio identificare delle aree all’interno delle quali con le Regioni stesse, concertare il punto di installazione prevedendo anche incentivi per i territori.

“Il nucleare che ci salverà” ma con troppa calma

Infine, il sempreverde nucleare, perfetto per ogni stagione ed ogni crisi. Il ministro sta promuovendo una legge delega che ora si augura sarà approvata in Parlamento prima dell’estate per poi prevedere tutti i decreti attuativi entro fine anno (eppure aveva più volte auspicato il coinvolgimento massivo dell’opinione pubblica sul tema, considerando il passato italiano di referendum – 1987 e 2011 – con cui gli italiani hanno bocciato il nucleare). Ha in mente i piccoli reattori modulari (Srm nell’acronimo inglese) e ha ipotizzato la data del 2035 per la prima centrale oltre che un 20 per cento di energia totale da nucleare entro il 2050. Venticinque anni di attesa per una tecnologia che ancora non è in commercio e che, secondo uno studio pubblicato a inizio anno da Philseo Kim e Allison Macfarlane (“Challenges of small modular reactors: A comprehensive exploration of economic and waste uncertainties associated with U.S. small modular reactor designs”) su Progress in Nuclear Energy, può vivere solo se abbondantemente sussidiata dallo Stato e dai cittadini in bolletta. La stessa Banca d’Italia, in uno studio di giugno scorso intitolato L’atomo fuggente: analisi di un possibile ritorno al nucleare in Italia aveva scritto che vista “la struttura del mercato e della bolletta elettrica, una reintroduzione del nucleare non avrebbe significativi impatti sul livello dei prezzi”. E a chi dice che compriamo energia dalla Francia, che produce col nucleare, va ricordato che il governo francese ha dovuto nazionalizzare Edf proprio perché in difficoltà finanziarie.

Le scorie ancora in giro

Non di secondaria importanza la questione delle scorie, che magari in quantità minore, ma sempre ci saranno: l’Italia ancora non sa dove mettere le vecchie, quelle che arrivano dalla dismissione delle vecchie centrali. Il deposito previsto da una norma nel 2010 e che un anno fa sarebbe dovuto già essere operativo non è neanche stato ipotizzato. Il ministro Pichetto Fratin ora auspica l’identificazione di un sito “entro il 2027” con una ipotesi di messa in esercizio che oscilla tra il 2039 e il 2041. Tempi che, a pensarci bene, mal si conciliano con il concetto di “emergenza”.

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