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Cementificio Colacem di Galatina, “con le emissioni autorizzate rischi di tumore oltre le soglie”. Si chiede lo stop

I contributi di Arpa e Asl, nell'ambito della Valutazione dell’impatto sanitario relativa al rinnovo dell'autorizzazione: valori potenziali "sopra i livelli ritenuti accettabili" per arsenico e cromo esavalente. Parte la diffida delle associazioni salentine
Cementificio Colacem di Galatina, “con le emissioni autorizzate rischi di tumore oltre le soglie”. Si chiede lo stop
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C’è un rischio cancerogeno superiore alla soglia di accettabilità, per quanto riguarda arsenico e cromo esavalente, nello scenario di emissioni autorizzate – quindi potenziali – previsto con il rinnovo dell’Autorizzazione integrata ambientale per il cementificio Colacem di Galatina (Lecce). Lo dicono i contributi di Arpa e Asl, nell’ambito della Valutazione dell’impatto sanitario necessaria al rinnovo dell’autorizzazione. E così il Coordinamento civico Ambiente Salento e dall’Isde (Associazione medici per l’ambiente) di Lecce, insieme ad altre realtà, come il Circolo di Legambiente di Leverano e della Terra D’Arneo, Wwf di Lecce, una ventina in tutto, chiedono lo stop dello stabilimento e la sospensione dell’Aia e del relativo procedimento di Vis. In una diffida inviata, tra gli altri, al ministero dell’Ambiente, alla Regione Puglia, a Fabio Tarantino, presidente della Provincia, nonché sindaco di Martano e ai primi cittadini di altri quindici comuni sollecitano l’avvio di una verifica indipendente “sull’impatto sulla salute della popolazione di oltre 70 anni di attività e sull’intero ciclo produttivo”. Se i cementifici sono catalogati come industrie insalubri di prima classe, ora preoccupa soprattutto quanto emerso dai contributi tecnici di Arpa e Asl rispetto allo scenario di emissioni autorizzate: “Il rischio sanitario cancerogeno per la popolazione esposta risulterebbe superiore alla soglia di accettabilità per arsenico e cromo esavalente”. Sotto la soglia di accettabilità, invece, le emissioni reali. Lo stabilimento in questione è lo stesso finito nel 2022, insieme ad altri di Colacem in un dossier presentato alla Camera da alcuni comitati dei territori interessati e oggetto nello stesso anno di un’indagine della Procura di Lecce. “Chiediamo alle istituzioni un intervento tempestivo” spiega a ilfattoquotidiano.it Alessandra Caragiuli, portavoce del Coordinamento civico ambiente e salute. È stato ribadito anche in un recente incontro con il presidente della Regione. Colacem spa, leader nella produzione italiana di cemento e fondata a Gubbio dalla famiglia Colaiacovo è il cuore industriale del Gruppo Financo, su cui ha messo gli occhi anche l’imprenditore e influencer Gianluca Vacchi, presentando recentemente un’offerta da oltre 450 milioni di euro per una quota del 25% della holding.

Il rischio sanitario cancerogeno

La procedura di Valutazione di Impatto Sanitario (Vis) relativa al rinnovo dell’Aia è attualmente in corso. Obiettivo: rilasciare una nuova autorizzazione “che terrà conto della situazione ambientale e sanitaria dell’area interessata e della compatibilità dell’impianto con essa”. Ma nel corso del procedimento, durante il tavolo tecnico del 28 gennaio 2026, Arpa Puglia ha evidenziato che, nello scenario che tiene conto delle emissioni autorizzate “il rischio sanitario cancerogeno per arsenico e cromo esavalente supera la soglia di accettabilità, mentre nello scenario di emissioni reali i rischi risultano inferiori ai limiti”. Da qui la diffida firmata dalle associazioni, rappresentate dagli avvocati Valeria Passeri e Leonardo La Porta. “I dati emersi – spiega Alessandra Caragiuli – renderebbero non più rinviabile, l’adozione di un provvedimento di fermo dell’impianto in applicazione del principio di precauzione. Anche l’Asl di Lecce ha evidenziato la presenza di un rischio sanitario che deve essere considerato ai fini di un eventuale riesame dell’Aia”. I dati, tra l’altro, trovano riscontro nella valutazione degli impatti sullo stato di salute della popolazione redatta dall’Unità Operativa di Medicina del Lavoro del Policlinico Sant’Orsola Malpighi di Bologna, documento che ha rappresentato la base per la procedura di Vis. Solo che oggi, a preoccupare la comunità, sono proprio una serie di criticità relative a questa analisi e alla procedura in corso.

Gli studi eseguiti finora e quelli che la comunità ancora attende

“Nella provincia di Lecce da oltre 50 anni sono stati segnalati eccessi d’incidenza e di mortalità per tumori del polmone tra gli uomini rispetto ai tassi regionale e nazionale” ricostruisce la portavoce del Coordinamento civico ambiente e salute. Nel 2014, l’Istituto Superiore di Sanità aveva identificato un’area di 16 comuni nell’area centrale della provincia con un’incidenza elevata di di questo tipo di tumore negli uomini. Nel 2022, poi, sono stati pubblicati i risultati dello studio Protos, che indagava sui possibili fattori di rischio per il tumore ai polmoni nell’area cluster. Lo studio, basato su 442 casi con il tumore e 1326 controlli, evidenziava eccessi di rischio sia in uomini sia donne, associati a numerosi fattori individuali e ambientali. E suggeriva approfondimenti sull’esposizione individuale, in particolare professionale, ad amianto, gas radon e ad altri inquinanti. Gli autori raccomandavano di proseguire lo studio con un programma di sorveglianza, aumentando il numero di osservazioni per avere maggiore potenza statistica e migliorando l’accuratezza della misurazione delle esposizioni ambientali e professionali. Eppure, nella recente valutazione di impatto sanitaria “l’area geografica considerata è la porzione di territorio compresa in un’area di circa 16 chilometri quadrati attorno al sito del cementificio, che corrisponde a sole 77 sezioni di censimento (dati ISTAT 2011) di 9 comuni della Provincia di Lecce”. Su una popolazione di quasi 70mila abitanti, si tratta del 30 per cento (circa 21mila).

Le criticità evidenziate dagli esperti nella valutazione sanitaria

Pare che si vada in direzione contraria rispetto a ciò che suggeriva lo studio Protos, ossia di “aumentare il numero di osservazioni per avere maggiore potenza statistica”. Le ragioni ilfattoquotidiano.it le ha chieste direttamente a uno degli autori di quel lavoro, ossia Fabrizio Bianchi, ricercatore associato senior dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa. Nella diffida si fa più volte riferimento al suo contributo tecnico. “Quando ci troviamo di fronte una popolazione così limitata – spiega a ilfattoquotidiano.it – è difficile con la Vis mettere in risalto dei rischi significativi, a meno che non siamo enormi. E la bassa potenza statistica diventa un collo di bottiglia”. Cosa si deve fare in questi casi? “Come spiegavano nello studio Protos – aggiunge Bianchi – è necessario analizzare la popolazione nel dettaglio per capire dove abita, dove lavora, il tipo di esposizione a cui è stata ed è soggetta, se c’è già uno stato di salute alterato in alcune aree”. E questo la Vis lo fa? “Il problema è che la normativa vigente sulla Vis nell’ambito della Valutazione di impatto ambientale, che si applica anche nel caso di procedimenti di Aia – come scrive Bianchi nel suo contributo tecnico – prevede un approccio che si concentra su un nuovo progetto considerato a sé stante, pretendendo di valutare cosa può succedere in futuro con l’apertura di impianti, ma una visione di sanità pubblica orientata a tutelare la salute in senso generale deve considerare necessariamente l’esposizione già esistente nell’area sottoposta a pressione, analizzandola meglio attraverso misure puntuali e modellistiche basate su un sistema di rilevazione più accurato”. La domanda sorge spontanea: “Come si fa a descrivere scenari futuri, senza studi che tengano conto dello stato di salute di background della popolazione e delle esposizioni ambientali già esistenti che, nel caso dell’area in esame, non sono affatto trascurabili?”. Il risultato, accusano le associazioni, è che “la Vis riporta dati molto contenuti in relazione alle emissioni dell’impianto, stimando un numero estremamente limitato di decessi attribuibili alle emissioni di particolato fine (PM2.5) sia nello scenario emissivo attuale sia nello scenario corrispondente ai limiti autorizzati”.

Le analisi indipendenti e gli effetti cumulativi

Un problema, secondo le associazioni, anche perché “analisi indipendenti effettuate su campioni di cemento hanno evidenziato la presenza di metalli pesanti e di sostanze note per la loro tossicità, contaminanti ambientali di rilevanza sanitaria che, secondo la classificazione scientifica internazionale, sono considerate cancerogene per l’uomo”. Secondo quanto evidenziato da Agostino Di Ciaula del comitato scientifico di Isde Italia, l’esposizione prolungata a metalli pesanti come arsenico, cadmio, nichel, cromo, mercurio e rame può determinare effetti sanitari rilevanti non solo per malattie oncologiche ma anche non-oncologiche, coinvolgendo apparato cardiovascolare, endocrino, neurologico e respiratorio, in particolare nei minori in età pediatrica. “Senza dati disponibili che ne consentano una valutazione puntuale nel contesto specifico ‒ spiegano le associazioni – la capacità di bioaccumulo di queste sostanze rappresenta una rilevante criticità che potrebbe non essere stata pienamente considerata nella Vis commissionata da Colacem all’Università di Bologna”. Nell’analisi tecnica sul contenuto di metalli pesanti nel cemento Colacem curata dall’ingegnere Antonio De Giorgi, inoltre, si evidenziano criticità “legate alla carenza di tracciabilità e trasparenza nei sistemi di controllo”.

Le assenze pesanti al tavolo Vis

Una serie di altri eventi, inoltre, non avrebbero giovato alle procedure e alle indagini sanitarie. Tra queste “la cessazione dell’incarico e le dimissioni dei consulenti tecnici nominati dai Comuni di Galatina e di Soleto, il fatto che i sindaci dei Comuni ricadenti nella cosiddetta “zona rossa”, quella maggiormente esposta alle ricadute emissive dello stabilimento, non hanno partecipato ai lavori del tavolo Vis istituito presso la Provincia di Lecce. Le associazioni segnalano anche “la limitata presenza della Regione Puglia, in particolare del Servizio Ambiente e di Aress, l’Agenzia regionale strategica per la salute e il sociale, soggetti competenti in materia ambientale e sanitaria, nel Tavolo di valutazione dell’impatto sanitario prodotto dalla Colacem Galatina. Ora, però, le associazioni richiamano le responsabilità delle autorità competenti “chiamate a esercitare i loro poteri senza ulteriori indugi” e dei sindaci dei comuni interessati. “In quanto autorità sanitarie locali – spiegano le associazioni – i primi cittadini dispongono dei poteri necessari per intervenire a tutela della salute pubblica”. Anzi, secondo i legali, se non venissero adottati adeguati provvedimenti “davanti a evidenze tecniche chiare circa un rischio sanitario per la popolazione, potrebbero configurarsi profili di omissione”.

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