Nuova Figc, lo scenario: il sistema vuole preservarsi, la politica punta alla rivoluzione. Allo studio modifiche di legge per commissariare il pallone
Da una parte il sistema, che si sta già riorganizzando per preservarsi. Dall’altra la politica, che vorrebbe riformare il pallone italiano e sa che questa è la finestra buona, forse l’ultima, per intervenire. Più che tra i vari candidati (Malagò, Abete o chi per loro), la vera battaglia per il futuro della Figc e quindi del calcio italiano è quella tra autonomia e commissariamento. Uscito di scena Gravina, per cambiare davvero il calcio bisogna fare piazza pulita dei suoi consiglieri e collaboratori, alleati e dirigenti, tutti coloro che hanno partecipato al sistema fallimentare dell’ultimo decennio (e che invece si stanno già riposizionando nel nuovo corso, che sarebbe solo una riedizione di quello precedente). Il primo a rompere gli indugi è stato il senatore di Fratelli d’Italia, Paolo Marcheschi, già promotore dell’affare sulle prospettive del calcio italiano, che ha esplicitato la posizione del governo: “Non è un problema di nomi: le riforme vere richiedono i poteri che solo un commissario può avere”. Nell’audizione in Commissione al Senato, è stato ribadito il concetto. Il solito Lotito – l’unico che in Serie A non ha firmato la candidatura di Malagò – lo ha fatto a suo modo: “Ritengo che il governo abbia la possibilità di nominare un commissario per la Figc, se c’è volontà di rifondare il calcio gli strumenti per farlo ci sono. Si nomina un commissario di altissimo profilo internazionale, una commissione sportiva che suggerisce e supporta nella riscrittura delle norme, in meno di un anno si è già sistemato tutto”.
In realtà le cose non sono proprio così semplici, perché il tema è sempre lo stesso: la famosa “autonomia dello sport”, che in Italia il pallone e altre discipline hanno sempre interpretato come libertà di fare ciò che vogliono, ma è pur sempre tutelata a livello internazionale. La Fifa e soprattutto la Uefa di Ceferin, amico di Gravina che ne è vicepresidente, farebbero le barricate in caso di invasione politica. E in ballo ci sono gli Europei 2032, che l’Italia non può permettersi di perdere. Infatti, Abodi è stato più prudente: “Il calcio deve cambiare registro, non basta cambiare presidente. Il commissariamento ha difficoltà oggettive e bisogna capire se sia nelle disponibilità del governo o del Parlamento”. Pur con la cautela del caso, le parole del ministro confermano però che l’esecutivo sta davvero pensando a un modo per anticipare le elezioni del 22 giugno, in cui il sistema calcio si riorganizzerà eleggendo un nuovo presidente a tutela dello status quo.
Il governo non può commissariare direttamente una Federazione, questo compito spetta al Coni e il presidente Buonfiglio ha già fatto capire che non ci sono gli estremi tecnici (irregolarità finanziari o mancato funzionamento). Il governo può però andare a modificare alcune leggi dello Stato che sono alla base del movimento. In particolare, si ragionerebbe su un Decreto che riguardi le due Leggi Melandri: la prima è quella sul riordino del Comitato olimpico e delle Federazioni, con tutti i principi statutari (anche quelli elettorali); la seconda è quella della distribuzione dei diritti tv. Norme e soldi: sono i due pilastri su cui si regge il sistema e toccandoli, nel modo giusto, si potrebbe smuoverlo dalle fondamenta, così da arrivare al commissariamento per riorganizzarlo.
Non si può escludere che tutta questa determinazione nasca anche dalla candidatura di Malagò, che come noto non gode di grandi estimatori al governo (dallo stesso Abodi al ministro Giorgetti). La modifica della Melandri-bis, ovvero la mutualità e i soldi dei diritti tv da cui dipende la vita delle squadre, potrebbe anche essere uno spauracchio per indurre la Serie A a più miti consigli (ovvero mollare Malagò). I prossimi giorni saranno decisivi, innanzitutto perché un provvedimento del genere è delicato e va studiato nei minimi dettagli. Con la speranza, magari, di raccogliere consensi anche nell’opposizione, visto che la levata di scudi contro la gestione Gravina è stata trasversale. E poi il ministro, inguaribile ottimista, spera sempre che il cambiamento arrivi dall’interno: quindi si valuteranno le mosse delle altre componenti. La candidatura di un ex giocatore sarebbe un’indicazione incoraggiante, ma sia Assocalciatori che Arbitri (le due componenti tecniche che insieme valgono addirittura il 30% pur non rappresentando più nessuno) fin qui sono apparse totalmente appiattite sul sistema. Il governo aspetterà un segnale ma non troppo (anche perché la scadenza elettorale del 22 giugno non è lontana, e quella del 13 maggio per le candidature è ancora più vicina). Altrimenti proverà davvero a mettere le mani sul pallone.