Una città che rinasce dalle macerie della seconda guerra mondiale, un giovane diviso tra una vita che lo soffoca e il sogno dell’America. E’ in sintesi la traccia di Molto e molto poco, il primo romanzo di Patrizia Villa, edito da Giuseppe de Nicola Editore. La storia è ambientata a Livorno nel secondo dopoguerra. Un romanzo corale in cui tutti sono protagonisti. L’autrice, che ha lavorato per lungo tempo come sindacalista, si immedesima nei personaggi, seguendone i sentimenti e gli
avvenimenti con una precisione che li rende vivi e indimenticabili, anche quando la narrazione ne dedica poche pagine. Con una scrittura capace di far scorrere immagini vivide davanti agli occhi del lettore, l’autrice intreccia luoghi evocativi e figure indimenticabili, restando fedele ai suoi temi più cari: la forza delle donne, la memoria storica e quell’anima salmastra che permea ogni sua parola. Ne emerge una storia intensa, sospesa tra memoria, rimozione e contraddizioni dell’amore paterno. Sullo sfondo una Livorno autentica: personaggi ruvidi e schietti, strade, sapori legati al mare. Attraverso episodi storici e memorie di guerra, il romanzo scava nelle difficoltà di un’epoca e nei desideri più segreti dei suoi protagonisti.
L’autrice Patrizia Villa, livornese, ex sindacalista della Cgil del comparto Scuola, università e ricerca, ha pubblicato due sillogi poetiche con Persephone Edizioni: Punctum (2023) e Un palloncino al polso (2024).
Ilfattoquotidiano.it pubblica qui un estratto del suo romanzo d’esordio.
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Lo rividi, appeso nella sua camera, quando andai a trovarlo in un periodo che stava male. Gli occhi cedevano al buio e mi faceva male la sua rassegnazione. In fondo gli volevo un po’ di bene: era l’unico che visitava mia madre e l’aiutava al bisogno. Anita non chiedeva, lui intuiva.
Vicino al letto nel garage, coperto da un lenzuolo, c’era un baule che Ernesto mi indicò, dicendomi che non l’aveva mai aperto. Era appartenuto ad Anita. Mi porse la chiave trattenuta da un nastro rosso di tessuto inserito nell’anello ovale.
Era incuriosito mentre aprivo: mi accucciai e inserii la chiave. Lui, alle spalle, con le mani sulle ginocchia, aguzzava lo sguardo debole con un’espressione curiosa e amorosa che riconobbi subito. Usava quello sguardo quando io e Paola gli mostravamo i nostri disegni. Una volta lo ritrassi con i suoi occhiali spessi che sembravano fondi di bicchiere, con un cuoricino accanto. Non sono certa, forse vidi una lacrima.
Alzai il pesante coperchio bombato: dentro, vestiti e lenzuola ricamati. Ernesto inghiottì una lacrima. Indumenti bianchi chiusi con cura nelle veline. Non aprii del tutto; mi riservai un momento intimo con Paola.
Presi da Ernesto il letto, il tre piedi e il baule, che Sandro si trascinò giù per le scale e poi su in ascensore fino a casa nostra. Sudato e scettico, tra una maledizione e un sospiro, piazzò il baule in veranda, lasciando il letto sulle scale.
Paola era in viaggio e mi diede il permesso di aprire in sua assenza ma, se la conosco bene, fu un vero atto di fuga da ciò che poteva procurarle dolore.
Chiusi la porta, con la scusa di insetti o quant’altro, e sollevai il coperchio. Sopra a tutto, tra sacchetti di lavanda, si rivelò un abito da sposa: semplice, di mussola sottile, con maniche a sbuffo, uno scollo generoso profilato da pizzo di sangallo, un vitino invidiabile cinto da una fascia di raso bianco. Sottoveste di tela inamidata, con le spalle nude, che ho indossato qualche volta dopo averlo accorciata sopra il ginocchio. Il velo corto, tempestato di perline, cucito su una passata per capelli.
Caddi seduta: il pensiero correva dietro una ragazza piena di speranze che si confezionava un abito da sposa.