“Avvelenate dalla ricina”, svolta nel caso della madre e figlia morte dopo Natale: aperta indagine per duplice omicidio
Non più un mistero sanitario, ma un possibile delitto. A distanza di poco più di tre mesi dalla morte di Antonella Di Jelsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15 anni, la Procura di Larino ha aperto un nuovo fascicolo per duplice omicidio premeditato, al momento contro ignoti. Le due donne erano decedute pochi giorni dopo Natale all’ospedale Cardarelli di Campobasso, dove erano state ricoverate inizialmente per quella che sembrava una sospetta intossicazione alimentare. Si era pensato al botulino, a funghi, a cibo avariato ma nulla di quello che veniva analizzato dava riscontri. Una pista quella dell’intossicazione alimentare che, per settimane, aveva orientato accertamenti e analisi senza però portare a nulla di certo o concreto.
Gli esami microbiologici e tossicologici eseguiti allo Spallanzani di Roma erano apparsi negativi. Ora la svolta. Secondo quanto emerge da fonti qualificate, i test effettuati sul sangue, sia in Italia che all’estero, avrebbero rilevato invece tracce di ricina, una sostanza altamente tossica e difficilmente rintracciabile. Un elemento che cambia radicalmente il quadro: non più un’intossicazione accidentale, ma un avvelenamento doloso.
I test sul cibo avevano dato esito negativo
Le indagini si concentrano sulla casa di famiglia a Pietracatella, dove madre e figlia avrebbero ingerito la sostanza durante una cena natalizia. È lì che, secondo gli investigatori, si sarebbe consumato il possibile delitto. Resta da chiarire in che modo il veleno sia stato somministrato e da chi. Nelle prime fasi dell’inchiesta, gli accertamenti sugli alimenti consumati dalla famiglia avevano dato esito negativo, così come i test effettuati sugli altri familiari e i risultati delle autopsie. Il cibo era stato sequestrato (vongole, cozze, seppie baccalà e funghi, anche se questi erano confezionati e certificati) per seguire gli accertamenti. Si era anche ipotizzato che potesse essere la farina di un mulino a essere contaminata, ma quell’ipotesi era stata scartata.
Un vuoto di risposte che aveva reso il caso particolarmente complesso e alimentato interrogativi nella piccola comunità molisana, profondamente colpita dalla tragedia. In un primo momento nel registro degli indagati della procura di Campobasso erano finiti per omicidio colposo i medici che si erano occupati del caso: tre dell’ospedale Cardarelli di Campobasso e due guardie mediche. “I quadri clinici hanno avuto un’evoluzione veramente rara che ha portato rapidamente al decesso nonostante le forme di supporto intensive che abbiamo messo in atto” avevano spiegato i medici che avevano tentato di salvare la vita alle due donne. Nel frattempo, il marito e padre delle vittime, unico sopravvissuto tra le persone coinvolte nel malore iniziale, era stato dimesso dopo il ricovero allo Spallanzani di Roma. L’altra figlia di 18 anni la sera del 23 dicembre non aveva cenato con il resto della famiglia. I numerosi alimenti presenti nell’abitazione furono analizzati anche dall’Istituto zooprofilattico, mentre ulteriori accertamenti tossicologici e biologici erano stati affidati al Centro antiveleni Maugeri di Pavia e al Policlinico di Bari.
Cos’è la ricina
L’ipotesi della ricina introduce uno scenario inquietante, che apre interrogativi su movente e responsabilità. Gli investigatori stanno ora lavorando per ricostruire la catena degli eventi, incrociando i risultati delle analisi con testimonianze e altri elementi raccolti negli ultimi mesi. La ricina, contenuta nei semi di ricino, è un veleno estremamente potente, utilizzato in tentativi di omicidio e addirittura come arma per stragi di massa. I semi di ricino hanno un involucro molto duro quindi devono essere masticati per rilasciare il veleno.
Chi è amante delle serie tv potrebbe ricordare la spiegazione sulla ricina del professor Walter White, protagonista di Breaking Bad, che durante un episodio diceva: “La ricina è un veleno potentissimo, letale anche in piccole dosi, ed è molto difficile da rilevare durante l’autopsia. Alla fine degli anni ’70 la ricina fu utilizzata dal KGB per assassinare un giornalista bulgaro. Modificarono la punta di un ombrello e gli iniettarono una piccolissima dose nella gamba. Stiamo parlando di un volume poco più grande della capocchia di uno spillo”.
Le indagini
A questo punto è la pista familiare quella privilegiata dagli investigatori che stanno concentrando l’attenzione in quell’ambito, senza escludere alcuna pista, per ricostruire la dinamica dei fatti e individuare eventuali responsabilità. L’abitazione di Pietracatella è tuttora sotto sequestro. I detective hanno ricostruito gli ultimi giorni della famiglia, con particolare attenzione ai pasti consumati dal 22 al 24 dicembre, giorno in cui a casa Di Vita erano presenti diversi ospiti (familiari) per il tradizionale cenone natalizio.
Tra il 24 e il 26 dicembre la madre e la figlia si erano rivolte più volte al pronto soccorso accusando gravi malori, prima di essere ricoverate e morire a poche ore di distanza. Anche il marito della donna, Gianni Di Vita, 55 anni, era stato ricoverato allo Spallanzani di Roma, dove era stato sottoposto ad accertamenti e trattato in terapia intensiva con sintomi più lievi. Non sono stati sequestrati i telefoni dei componenti della famiglia Di Vita. Mentre nelle settimane successive ai decessi erano state ascoltate diverse persone.
Il passaggio da una procura all’altra (da Campobasso a Larino) è dovuto a una questione di competenza territoriale: l’eventuale duplice omicidio per avvelenamento sarebbe avvenuto a Pietracatella, paese dove vivevano le due donne, che è territorio per il quale è competente il palazzo di Giustizia di Larino, mentre la prima ipotesi di reato, quella dell’omicidio colposo, riguardava l’ospedale Cardarelli di Campobasso, dove le due donne erano state ricoverate.