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“Salvata da un mio alunno 13enne e dal sangue donato”, la professoressa accoltellata: “Fendente a un millimetro dall’aorta”

La docente, ricoverata all’Ospedale Papa Giovanni XXIII, è oggi fuori pericolo e ha deciso di ricostruire quei momenti attraverso il suo legale, l’avvocato Angelo Lino Murtas
“Salvata da un mio alunno 13enne e dal sangue donato”, la professoressa accoltellata: “Fendente a un millimetro dall’aorta”
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“La mattina del 25 marzo 2026, davanti alla mia aula, un mio alunno tredicenne – confuso, trascinato e “indottrinato” dai social – mi ha colpita all’improvviso, ripetutamente al collo e al torace con un pugnale. Solo il coraggio immenso di un altro mio alunno, anche lui tredicenne, che mi ha invece difesa rischiando la sua stessa vita, ha impedito il peggio”. È il racconto, drammatico e lucido, affidato a una lettera dalla professoressa Chiara Mocchi, accoltellata nei giorni scorsi nella scuola media di Trescore Balneario, nella Bergamasca. La docente, ricoverata all’Ospedale Papa Giovanni XXIII, è oggi fuori pericolo e ha deciso di ricostruire quei momenti attraverso il suo legale, l’avvocato Angelo Lino Murtas.

L’aggressione è avvenuta davanti all’aula, quando lo studente ha colpito la docente con un pugnale, provocandole ferite gravissime. “Una potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio”. A salvarla, oltre al tempestivo intervento dei soccorsi, è stato anche il gesto di un altro studente, che si è frapposto tra l’aggressore e l’insegnante, impedendo conseguenze ancora più gravi. Un episodio che la stessa docente sottolinea con forza nella sua lettera.

Dopo i primi soccorsi, decisivo è stato il trasferimento in eliambulanza. “Dal cielo è arrivata l’eliambulanza del servizio “Blood on Board”. Mi hanno caricata in un istante. Nel momento del decollo, ho visto dall’alto le finestre della mia scuola: prima vuote, poi improvvisamente riempirsi dei volti dei miei amati ragazzi. Mi salutavano agitando le mani con disperazione, le lacrime agli occhi. Era come se volessero trattenermi ancora un po’ con loro”. Durante il volo, le condizioni della professoressa sono apparse subito critiche. “Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”. Poi la luce nei miei occhi si è spenta e ho sentito di sprofondare nel buio più profondo. E proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro. Come se stesse rientrando lentamente nel mio corpo, attraverso le vene. Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!”. Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo”.

Parole che diventano anche un ringraziamento collettivo. “Oggi la mia gratitudine va al mio alunno, ai donatori, ai soccorritori, a chi mi ha tenuta aggrappata a questo mondo che amo e che non voglio lasciare”. La docente cita uno per uno i professionisti che l’hanno salvata: “Devo la vita a molte persone: a Francesco Daminelli, responsabile del servizio “Blood on Board”, e a un equipaggio straordinario: Giuseppe Calvo, Valentina Cortinovis, Enrico Lazzarini, Simone Costa e Luca Stefani. Professionisti, ma soprattutto esseri umani che non dimenticherò mai”. Un pensiero particolare è rivolto anche al suo legale: “E poi c’è un pensiero che mi commuove. Penso – e non è un sogno – che il sangue che ora scorre nelle mie sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore effettivo Avis da oltre 45 anni, che ha salvando la vita a tante persone e che aveva donato il sangue proprio il giorno prima all’Avis di Monterosso a Bergamo”.

La lettera si chiude con un appello: “Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita”. E ancora: “È lo stesso spirito con cui mio padre fondò l’Avis-Aido della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: “Una goccia di sangue può salvare una vita”. Forse mio padre non immaginava che un giorno quella vita sarebbe stata proprio quella di sua figlia”. Infine, la speranza: che chi leggerà trovi “il coraggio e la volontà di diventare donatore”, perché “senza quelle gocce non ci sarebbe più”.

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