Dopo mesi di indagini, la svolta. L’arresto è arrivato lunedì mattina: a Castel San Giovanni i carabinieri del Nucleo investigativo di Piacenza hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti della moglie e del figlio di Luigi Alberti, l’85enne trovato morto nella sua abitazione il 25 ottobre 2025. Il provvedimento, emesso dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura, arriva degli accertamenti degli investigatori dell’Arma che avrebbero delineato “un quadro di gravi e prolungate sofferenze” inflitte all’anziano. Entrambi gli indagati sono accusati di concorso in maltrattamenti e sequestro di persona; al figlio viene contestato anche l’omicidio volontario aggravato.
Una svolta che ribalta la narrazione emersa nei giorni immediatamente successivi alla morte, quando proprio il figlio Giuseppe aveva parlato pubblicamente di un contesto familiare difficile, segnato- a suo dire -dalla violenza dell’anziano padre. In un’intervista televisiva, l’uomo aveva raccontato che il genitore era stato trasferito da circa due mesi in un seminterrato dell’abitazione, perché era “sempre violento e aggressivo”. Secondo quella versione, l’isolamento nello scantinato – privo di luce e gas – sarebbe stato una misura necessaria per gestire episodi di aggressività, culminati, sempre secondo il racconto del figlio, in aggressioni fisiche nei confronti suoi e della madre. “Forse non era un ambiente dignitosissimo”, aveva ammesso, sostenendo però di aver continuato a prendersi cura del padre, portandogli cibo, lavandolo e riscaldando l’ambiente con una stufetta elettrica.
Anche la moglie dell’anziano aveva descritto una vita coniugale segnata da presunti maltrattamenti subiti, negando però qualsiasi violenza nei confronti del marito. Fin dall’inizio, tuttavia, alcuni elementi avevano insospettito gli investigatori. In particolare, il fatto che il corpo dell’uomo fosse stato trovato su un letto al piano rialzato della casa, e non nel seminterrato dove viveva. Il figlio aveva spiegato di averlo spostato insieme alla madre “in buona fede”, dichiarando di aver informato poco dopo i carabinieri. La casa, una palazzina su tre livelli nel quartiere Poggio Salvini, era stata sequestrata e ispezionata a lungo già nelle ore successive al decesso. Oggi, alla luce delle accuse formalizzate, quegli elementi assumono un significato diverso all’interno dell’impianto investigativo.