Il tesoretto da 20 milioni confiscato a imprenditori legati alla ‘Ndrangheta. Tra loro il pentito “Pino” Liuzzo
Maxi-confisca di beni per un valore di circa 20 milioni di euro. È avvenuto a Reggio Calabria, dove la Guardia di Finanza ha eseguito un provvedimento definitivo nei confronti di imprenditori ritenuti parte di un “cartello criminale” collegato ad alcune tra le più influenti cosche della ’ndrangheta reggina. Disposta dalla Corte d’Appello, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, la confisca ha interessato i beni riconducibili a Giuseppe Stefano Tito Liuzzo detto “Pino” (in foto), la sua ex moglie Serena Assumma e gli imprenditori Antonio Pavone e Salvatore Saraceno. L’indagine patrimoniale è stata condotta dal Gico del Nucleo Polizia economico finanziaria delle Fiamme gialle e rappresenta il naturale sviluppo dell’inchiesta “Araba Fenice”, nell’ambito della quale nel 2013, i finanzieri avevano arrestato lo stesso Liuzzo, successivamente divenuto collaboratore di giustizia.
Già condannato nel maxi-processo “Olimpia”, le sue dichiarazioni hanno riempito centinaia di pagine di verbali e hanno consentito ai magistrati della Dda non solo di confermare l’impianto accusatorio dell’inchiesta “Araba Fenice” ma anche di definirlo “il collettore di cartelli ‘ndranghetistici che decideva a chi dare gli appalti”. Pino Liuzzo, infatti, non era un semplice imprenditore. Piuttosto era a capo di una vera e propria “holding criminale”, capace di infiltrare il settore dell’edilizia privata reggina grazie alla sua società “Euroedil Sas”. Oltre all’aspetto penale, quindi, le indagini della Guardia di finanza hanno colpito i beni degli indagati facendo luce su un “cartello criminale” formato da imprenditori legati alle cosche Chirico, Musolino, Ficara-Latella, Rosmini, Fontana-Saraceno, Ficareddi, Condello e Nicolò-Serraino.
Liuzzo era il “dominus” del gruppo che avrebbe gestito la spartizione dei lavori di completamento di numerosi edifici nella zona di Ravagnese, nella periferia sud della città. E lo avrebbe fatto garantendo profitti illeciti alle cosche attraverso imprese ritenute contigue alla criminalità organizzata. Il sistema, secondo gli inquirenti, prevedeva anche l’estromissione e la liquidazione delle imprese “pulite” che inizialmente partecipavano ai lavori. Figura centrale dell’organizzazione sarebbe stata proprio Liuzzo che, in qualità di imprenditore e socio occulto della società coinvolta nei lavori, avrebbe partecipato e coordinato i summit in cui venivano decise le assegnazioni alle imprese riconducibili alle famiglie di ’ndrangheta.
Le indagini avrebbero, inoltre, documentato un articolato sistema di intestazioni fittizie di società e immobili. In questo modo Liuzzo avrebbe protetto il patrimonio e la contabilità del suo “gruppo societario di fatto”, la cui gestione economica sarebbe stata mantenuta in equilibrio anche attraverso l’emissione e la registrazione di numerose fatture per operazioni inesistenti.
La confisca definitiva ha riguardato l’intero patrimonio aziendale di due ditte individuali, tre società di persone e le quote di una società di capitali. I sigilli della guardia di finanza hanno interessato anche sei immobili, un’autovettura, oltre 53 mila euro in contanti e otto orologi di lusso.