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Kalashnikov e tritolo: arsenale della ‘ndrangheta a Gioia Tauro gestito dalla cosca Molé per riorganizzarsi militarmente

Il colonnello Vincenzo Ciccarelli, comandante del Nucleo Pef: "Armi di provenienza balcanica che sono state utilizzate nelle guerre della ex Jugoslavia. Questo ci fa pensare a un sistema criminale integrato che vede le organizzazioni criminali locali interloquire ed avere rapporti direttamente con organizzazioni criminali balcaniche o dell'est Europa”
Kalashnikov e tritolo: arsenale della ‘ndrangheta a Gioia Tauro gestito dalla cosca Molé per riorganizzarsi militarmente
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“A tua chapo come stai”. “Bene”. “Io o potato 30 cala se ti serve uno e tuo… vindimi u ferru e io ti do uno dei miei”. Al di là degli errori grammaticali commessi dagli indagati nelle chat criptate, avveniva così la trattativa per l’acquisto di armi nell’ambito della cosca Molé. I “cala”, infatti, sono i kalashnikov e Salvatore Infantino detto “Testazza” nel febbraio 2021 era pronto a cederne “uno dei miei” per un “ferru”, una pistola “Sig Sauer calibro 357 munita di due serbatoi” che il suo interlocutore gli aveva mostrato attraverso la piattaforma criptata Ski-Ecc.

La Dda di Reggio Calabria e la guardia di finanza hanno scoperto un vero e proprio supermarket delle armi. Non solo da guerra (25 fucili, di cui 17 kalashnikov e 4 pistole mitragliatrici), ma anche armi comuni da sparo (8 fucili e 6 pistole) e armi clandestine (9 fucili, 6 pistole, 70 munizioni, 7 bombe a mano). “Nuovi arrivi dal ragioniere”, si legge in uno dei messaggi criptati finiti nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato all’arresto di tre soggetti, uno dei quali è Infantino, cui il procuratore Giuseppe Borrelli, l’aggiunto Stefano Musolino e il pm Lucia Spirito contestano anche l’aggravante mafiosa perché “era assolutamente funzionale al rafforzamento militare e alla conservazione del potere politico criminale della cosca Molé”.

Con Infantino, in carcere è finito anche Vincenzo Condello, custode delle armi che erano interrate nelle campagne di Gioia Tauro. Prima però, erano comparse in foto nelle chat utilizzate dagli indagati e decriptate dalla guardia di finanza. Ai domiciliari è finito pure Vincenzo Severino, le impronte digitali del quale sono state trovate nei cellophane con cui erano state avvolte le armi prima di essere sotterrate. Partendo dalle foto dei kalashnikov, comparse nelle chat, la guardia di finanza è riuscita a trovare la corrispondenza con le armi sequestrate dai carabinieri nel gennaio 2025. Tra queste c’erano anche 600 grammi di tritolo proveniente dalla ex Jugoslavia e addirittura una pistola mitragliatrice di fabbricazione tedesca risalente alla Seconda guerra mondiale.

Nel corso della conferenza stampa sull’operazione, il colonnello Vincenzo Ciccarelli, comandante del Nucleo Pef, ha spiegato che “dall’esame di queste armi si evince che sono di provenienza balcanica e sono state utilizzate nelle guerre della ex Jugoslavia. Questo ci fa pensare a un sistema criminale integrato che vede le organizzazioni criminali locali interloquire ed avere rapporti direttamente con organizzazioni criminali balcaniche o dell’est Europa”.

L’inchiesta ruota attorno a Infantino, che compare anche nei verbali di diversi collaboratori di giustizia i quali, da anni, lo inquadrano vicino ad ambienti di ‘ndrangheta e in particolare alle “nuove leve” della cosca Molé che, da quasi 20 anni, è in rotta di collisione con i Piromalli. Un tempo, i due casati mafiosi erano un tutt’uno. Dal 2008, quando è stato ammazzato il boss Rocco Molé, invece sullo sfondo c’è sempre la faida. Dall’analisi dei magistrati, che alle recenti risultanze investigative hanno intrecciato quanto emerso in precedenti inchieste della Dda, la cosca Molé “si stava riorganizzando militarmente – è scritto nelle carte – dotandosi di un arsenale di armi al fine di tutelarsi e reagire più adeguatamente rispetto ad eventuali ed ulteriori ‘azioni’ da parte della cosca rivale dei Piromalli”.

“In tale riassetto operativo del clan Molé risultava coinvolto l’Infantino”. Sebbene “non risulta allo stato formalmente inserito nella medesima consorteria con un ruolo ben preciso”, secondo i magistrati, l’arrestato intratteneva “concrete e stabili relazioni con esponenti del clan Molé”. “Al momento non ci sono elementi oggetto di discovery processuale. – ha affermato il procuratore Giuseppe Borrelli – Ma è chiaro che il tempo ci dirà se le cose rimarranno in questo stato di quiescenza o se si evolveranno. Riteniamo verosimile che queste armi possano essere state oggetto anche di passaggi tra varie cosche. A prescindere da questa considerazione, è evidente che il numero e la micidialità delle armi rinvenute era tale da costituire un arsenale a disposizione evidentemente di enti criminali che potessero essere alleati tra di loro”.

A proposito della provenienza dell’arsenale, di origine balcanica, il procuratore ha sottolineato come “aree di guerra nel Mediterraneo rappresentano chiaramente dei bacini di fornitura di armi per la criminalità organizzata”. Fondamentali per l’inchiesta si sono rivelate le chat criptate che sono state consegnate all’Italia da altri Paesi. E qui l’appunto del procuratore è rivolto a sottolineare l’importanza delle intercettazioni: “Sono anni ormai che acquisiamo elementi di prova da piattaforme criptate che sono state bucate, hackerate, da altri Paesi. Il problema in realtà è quello di sviluppare anche in Italia le competenze tecniche e soprattutto avere gli strumenti processuali per poter fare altrettanto. In realtà in questo momento la situazione processuale, per quanto riguarda l’acquisizione della messaggistica, è una situazione piuttosto incerta. Sarebbe il caso di addivenire ad una definitiva sistemazione della materia. Come altre indagini, anche questa dimostra come proprio l’acquisizione della messaggistica è fondamentale per il contrasto a fenomeni criminali gravi come traffici stupefacenti e traffici di armi”.

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