Cinema

Schietta, feroce e indimenticabile Jane Fonda, l’Antigone di Hollywood che reclama Robert Redford

Anche se le regole alla Creonte dell’Academy hanno voluto la presenza della Streisand ricordare il defunto Redford in diretta planetaria, interpellata sul tema a caldo Jane non ha affatto tergiversato. Un gesto che non si vedeva più tra le star che scuote le regole del politically correct

di Davide Turrini
Schietta, feroce e indimenticabile Jane Fonda, l’Antigone di Hollywood che reclama Robert Redford

Un’Antigone si aggira per Hollywood. Si chiama Jane e di cognome fa Fonda. In pochi istanti la diva che fu impegnata, che fu politica, che è ancora attiva e lucida pubblicamente quasi ogni giorno, ha compiuto un gesto che tra star non si fa più: ha mandato a spendere Barbra Streisand e il suo discorsetto zuccheroso sull’addio a Robert Redford durante la Notte degli Oscar 2026. Bob è mio e me lo seppellisco io. Anche se le regole alla Creonte dell’Academy hanno voluto la presenza della Streisand ricordare il defunto Redford in diretta planetaria, interpellata sul tema a caldo Jane non ha affatto tergiversato.

“Io con lui di film ne ho fatti quattro, lei uno solo”, ha affondato la lama la 88enne protagonista con Redford di La caccia, A piedi nudi nel parco, Il cavaliere elettrico e Le nostre anime di notte. Fonda non ha soltanto sottolineato la discrepanza quantitativa tra lei e la Streisand ma ha rincarato la dose tirando a sé il ciuffo biondo del “cowboy intellettuale”: “Ricordo che sono sempre stata innamorata di lui”.

Qualcosa che, nonostante l’evo avanzato delle signore contendenti, sa ancora di antico, profondo e selvaggio. Insomma, quell’uomo era mio, giù le mani Barbra. Chiaro che nell’attesa di un rilancio impossibile della Streisand noi stiamo con il partito Fonda. Primo perché è chiaro che Fonda e Redford, rispetto alla variante Streisand, sarebbero stati (e magari per qualche giorno o settimana lo sono pure stati) un’amorosa coppia formidabile; secondo perché la Fonda ha fatto risuonare, vivaddio, tre le mura politicamente correttissime di Hollywood una cosa sepolta da quintali di inutile contemporaneo bon ton: esternare la propria opinione e il proprio giudizio su una collega senza usare alcun filtro morale.

Come scrive Assia Neumann Dayan su La Stampa, “c’era una volta Hollywood, quella dove la generazione delle Fonda e delle Streisand non viveva nel terrore di non poter dire che la gente non va più all’opera che se no arrivano i melomani a fischiarti (la polemica che ha coinvolto Timothée Chalamet a ridosso degli Oscar ndr)”. Il cambio di paradigma tra epoche, divismo e senso del cinema, è evidente: far parte del mondo delle celebrità non significa più vivere la libera variante del dico e faccio quel cavolo che mi pare, ma è diventato un pallido partecipare ad una draconiana dieta fantozziana dove non si può infilare mai una mano tra le polpette. E se a Hollywood partono le fatwa moralistiche anche solo sostenendo che un tal film o un tal interprete non è piaciuto, pensate all’Italia dove divi e divetti si complimentano continuamente l’uno con l’altro in un gioco sterile di specchi che cancella ogni possibile talentuosa asperità. Ecco perché di fronte alla Fonda che reclama a sé il bel Robert stiamo tutti con lei. Anche solo per non addormentarci di nuovo tra un ringraziamento a mamma e un falso abbraccio al collega vincitore.

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