Un’Antigone si aggira per Hollywood. Si chiama Jane e di cognome fa Fonda. In pochi istanti la diva che fu impegnata, che fu politica, che è ancora attiva e lucida pubblicamente quasi ogni giorno, ha compiuto un gesto che tra star non si fa più: ha mandato a spendere Barbra Streisand e il suo discorsetto zuccheroso sull’addio a Robert Redford durante la Notte degli Oscar 2026. Bob è mio e me lo seppellisco io. Anche se le regole alla Creonte dell’Academy hanno voluto la presenza della Streisand ricordare il defunto Redford in diretta planetaria, interpellata sul tema a caldo Jane non ha affatto tergiversato.
“Io con lui di film ne ho fatti quattro, lei uno solo”, ha affondato la lama la 88enne protagonista con Redford di La caccia, A piedi nudi nel parco, Il cavaliere elettrico e Le nostre anime di notte. Fonda non ha soltanto sottolineato la discrepanza quantitativa tra lei e la Streisand ma ha rincarato la dose tirando a sé il ciuffo biondo del “cowboy intellettuale”: “Ricordo che sono sempre stata innamorata di lui”.
Qualcosa che, nonostante l’evo avanzato delle signore contendenti, sa ancora di antico, profondo e selvaggio. Insomma, quell’uomo era mio, giù le mani Barbra. Chiaro che nell’attesa di un rilancio impossibile della Streisand noi stiamo con il partito Fonda. Primo perché è chiaro che Fonda e Redford, rispetto alla variante Streisand, sarebbero stati (e magari per qualche giorno o settimana lo sono pure stati) un’amorosa coppia formidabile; secondo perché la Fonda ha fatto risuonare, vivaddio, tre le mura politicamente correttissime di Hollywood una cosa sepolta da quintali di inutile contemporaneo bon ton: esternare la propria opinione e il proprio giudizio su una collega senza usare alcun filtro morale.
Come scrive Assia Neumann Dayan su La Stampa, “c’era una volta Hollywood, quella dove la generazione delle Fonda e delle Streisand non viveva nel terrore di non poter dire che la gente non va più all’opera che se no arrivano i melomani a fischiarti (la polemica che ha coinvolto Timothée Chalamet a ridosso degli Oscar ndr)”. Il cambio di paradigma tra epoche, divismo e senso del cinema, è evidente: far parte del mondo delle celebrità non significa più vivere la libera variante del dico e faccio quel cavolo che mi pare, ma è diventato un pallido partecipare ad una draconiana dieta fantozziana dove non si può infilare mai una mano tra le polpette. E se a Hollywood partono le fatwa moralistiche anche solo sostenendo che un tal film o un tal interprete non è piaciuto, pensate all’Italia dove divi e divetti si complimentano continuamente l’uno con l’altro in un gioco sterile di specchi che cancella ogni possibile talentuosa asperità. Ecco perché di fronte alla Fonda che reclama a sé il bel Robert stiamo tutti con lei. Anche solo per non addormentarci di nuovo tra un ringraziamento a mamma e un falso abbraccio al collega vincitore.