La notte degli Oscar è sempre stata molto più di una celebrazione del cinema. E anche in una cerimonia poco politica come quella appena passata – tranne che per l’assenza di Sean Penn o il no alla guerra di Javier Bardem – alcuni messaggi sono arrivati con una chiarezza: la violenza armata e la guerra non sono solo temi da raccontare sullo schermo, sono ferite aperte del presente. A ricordarlo con parole impossibili da dimenticare è stata Gloria Cazares, madre di Jackie, una delle bambine uccise nella strage della scuola elementare di Uvalde nel 2022 (21 morti tra cui 19 bambini). Salita sul palco per ritirare il premio al miglior cortometraggio documentario per All the Empty Rooms, la donna ha trasformato il momento della premiazione in un atto di memoria e denuncia.
“Jackie è più di un titolo di giornale. È la nostra luce e la nostra vita”, ha detto davanti alla platea di Hollywood. Poi la frase che ha attraversato la sala come un silenzio improvviso: “La violenza armata è ora la prima causa di morte tra bambini e adolescenti. Se il mondo potesse vedere le loro stanze vuote, saremmo un’America diversa”. Il documentario diretto da Joshua Seftel racconta proprio questo: l’assenza. Le camere da letto rimaste intatte dopo la morte dei bambini uccisi nelle sparatorie scolastiche. Quattro stanze nel film — quelle di Hallie, Gracie, Dominic e Jackie — diventano simbolo di centinaia di vite spezzate. Il progetto nasce dal lavoro durato sette anni del giornalista della CBS Steve Hartman e del fotografo Lou Bopp, che hanno trasformato un gesto intimo — entrare in quelle stanze rimaste immutate — in un racconto collettivo sul trauma americano delle armi.
Ma la politica è entrata sul palco degli Oscar anche da un’altra direzione: quella della guerra. Il premio per il miglior documentario è andato a Mr Nobody Against Putin, un film che racconta l’indottrinamento patriottico imposto ai bambini russi dopo l’invasione dell’Ucraina. A ritirare la statuetta sono stati i registi David Borenstein e Pavel Talankin, quest’ultimo oggi costretto all’esilio in Europa.
Nel suo discorso, Borenstein ha tracciato un parallelo inquietante tra propaganda e responsabilità individuale. “Si perde il proprio Paese attraverso innumerevoli piccoli atti di complicità”, ha detto. “Quando un governo uccide persone nelle strade delle nostre città e noi non diciamo nulla. Quando gli oligarchi prendono il controllo dei media. Tutti ci troviamo davanti a una scelta morale”. Talankin ha chiuso con parole che hanno trasformato la cerimonia in un appello universale: “Invece delle stelle cadenti, cadono bombe e droni. In nome del nostro futuro, in nome di tutti i nostri figli, fermate subito tutte queste guerre”. In una serata spesso accusata di essere solo spettacolo e glamour, i documentari premiati hanno ricordato perché il cinema continua a contare. Non solo perché racconta il mondo, ma perché può costringerlo a guardarsi allo specchio.