Il successo oltre le medaglie: più della vittoria, lo sport è un percorso interiore
di Marco Pozzi
In tempi di Olimpiadi e Paralimpiadi invernali sono tante le storie che emergono alla notorietà. Sono persone sconosciute al pubblico, a volte in discipline altrettanto sconosciute, ma talvolta capita anche di scoprire nuove sfumature su persone note, di cui magari s’è convinti di conoscere già abbastanza biografia e personalità.
“Se fossi venuta qui per vincere l’oro sarei tornata a casa senza medaglie. Medaglie e coppe ne ho già, sono venuta qui solo per divertirmi ed essere grata di partecipare alle Olimpiadi di casa. Ora continuerò a occuparmi della mia guarigione, per cercare di fare tutti gli sport che amo. Mi spaventa solo non poter più tenere privata la mia vita. Sono indecisa se scappare, prendere un aereo e andare più lontano possibile. Il problema è come gli altri mi vedono: io non voglio cambiare comportamento, voglio andare a bere il caffè con le mie amiche nello stesso posto e andare a cena a casa mia, io non ho mai fatto una vita da vip, ho sempre fatto il torneo di beach volley del paese, vado alla festa del paese a ballare con i signori il liscio. Tutte queste cose voglio continuare a farle e spero che la gente mi lasci continuare a farle.”
Sono parole di Federica Brignone, portabandiera dell’Italia a Milano-Cortina 2026, fresca vincitrice dell’oro nel supergigante e nello slalom gigante, e del decimo posto nella discesa libera.
Sembra che se si pensa alla vittoria, non si vince. Se si pensa agli avversari e al pubblico, si disperderanno energie che invece un atleta potrebbe dedicare a migliorare sé stessa/stesso. Pensare agli avversari, o a premi e coppe, può motivare, ma anche distrarre. Forse le vittorie più grandi si ottengono quando si pensa solo a sé e al proprio gioco, a sé dentro al gioco, come un’unica cosa: soltanto così ciascuno potrà esprimere sé stessa/stesso al massimo livello del gioco, nel rispettivo sport.
Vincere è una conseguenza dell’essere grande; è uno strumento per essere grande, non la grandezza in sé. Fare sport è un privilegio meraviglioso, è una maniera di vivere. Bisogna aver ben chiara la ragione per cui si scia, si corre, si calcia o si tira, o si compie qualunque altro gesto. C’è da citare Lettere a un giovane poeta di Rilke, il “guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a sé stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere?”
Anche le grandi imprese sportive nascono dalla necessità, la quale necessità prende forma di allenamenti costanti, ossessivi, per anni, totalizzanti come richiede il professionismo; e l’allenamento continua fuori dalla pista o dal campo, quando ci s’immagina compiere gesti, si riflette su errori, ci si fantastica eroi nell’impresa epica che verrà ricordata negli annali dello sport. Bisogna interiorizzare al punto i movimenti da non pensarci in più durante la competizione, così che i movimenti possano uscire spontaneamente, e l’impresa più impossibile avverrà con la facilità dell’azione più semplice.
Come il giovane poeta di Rilke: se con lo sport si vuole emozionare, bisogna metterci sentimento. Non si possono perfezionare i dettagli senza metterci tutto sé stesso/stessa. Lo sportivo è simile all’artista, che si dedica a limare parola dopo parola per scrivere un romanzo, o un pittore, pennellata per pennellata, o nota per nota un musicista; la stessa cosa fa uno sportivo, tiro dopo tiro, falcata dopo falcata, servizio dopo servizio, e così via, per qualunque disciplina. In questo senso lo sport è un percorso interiore che emancipa dell’idea di ‘successo’: diventa qualcosa di più personale, intimo, staccato dall’approvazione collettiva. E ciò vale per chiunque: un successo potrebbe essere un bel voto, o riuscire a organizzare con gli amici qualcosa ambito da tempo, o magari, per qualcuno che soffre di claustrofobia, farsi un viaggio in ascensore senza sentirsi svenire. Ognuno ha i suoi successi, poiché ciascuno ha i suoi ostacoli da superare: ciascuno si guadagna il successo.
Senza arrivare al paradosso di gareggiare per perdere al fine di dimostrare il proprio libero arbitrio, vale comunque la pena di riflettere su quanto la vittoria partecipi alla condizione di libertà dell’atleta.